Alzi la mano chi, nell’arco della sua esistenza, non è mai transitato nel cupo e tenebroso tunnel dello sconforto? Questa temutissima cavità è una tappa fissa nella vita di ogni essere umano, un checkpoint obbligato in cui ciascuna persona entra per ragioni diverse e soprattutto in cui resta per intervalli di tempo differenti. Ma quale fattore determina il tempo della sosta? Semplice, la forza caratteriale di cui un essere umano dispone, quel fuoco che spinge a continuare e a cercare la luce in un mondo circondato dall’oscurità. In sintesi, la capacità di non mollare di fronte alle difficoltà.

Purtroppo sono molti i casi di persone che una volta entrate nella galleria dello sconforto non ne riescono più ad uscire: un momento negativo, un’aspettativa delusa o un tragico avvenimento non preventivato rovinano in una frazione di secondo un’intera vita, una carriera o la sanità mentale di una persona. Ci sono tuttavia, fortunatamente, anche esempi di chi, nonostante l’avvenimento di tristi eventi come quelli sopracitati, ha saputo reagire trovando la forza di non mollare, guardando avanti e addirittura trovando nella sfortuna un punto per ripartire.

Uno degli esempi più celebri di carriera rovinata, George Best leggenda del Manchester United.

Il mondo del calcio, riguardo questa tematica, non è assolutamente da meno: si potrebbe scrivere un libro, se qualcuno non l’ha già fatto, sulle migliaia di casi che hanno visto protagonisti dei giocatori che, in un momento di negatività, sono stati assorbiti da questa tremenda spirale rovinando anni di sacrifici e intere carriere. Al tempo stesso, tuttavia, si potrebbe pensare ad un sequel di questo libro virtuale sui casi di calciatori che invece sono riusciti a reagire a stagioni magre o negative, trovando nella fiducia di un allenatore o in una nuova squadra un punto di (ri)partenza.

Esiste una figura mitologica che rappresenta perfettamente questa capacità di resilienza: la fenice. Questo leggendario volatile trova nella morte il suo contrario, ovvero la vita o la capacità di rialzarsi come predica il suo motto: “Post facta, Resurgo” ovvero “Dopo la morte, torno a rialzarmi”. Sono tanti i casi di fenici calcistiche che, dopo una stagione fallimentare, si sono resi protagonisti di una grande annata. Quest’oggi andremo ad analizzare 5 esempi recenti di calciatori che, in questa stagione, come l’arabo volatile sono ritornati a volare, dopo un anno negativo.

 

IL SOSIA DI DECO AL BARCELLONA? NO, E’ AL SIVIGLIA E ARRIVA DAL MILAN

 

Probabilmente penserete che sia impazzito, ma non è così. In realtà sono incredibilmente cosciente di ciò che dico: nelle giovanili del Porto, infatti, Andrè Silva veniva soprannominato come l’ex fuoriclasse blaugrana per le sue qualità che ricordavano quelle del campione portoghese. Nei Dragôes, infatti, si può dire che l’attaccante di Baguim do Monte fu il pioniere di un termine poco utilizzato: il falso Diez, in quanto la posizione che ricopriva era quella del centravanti ma le caratteristiche tecniche erano tipiche di chi sulle spalle porta il numero più glorioso. Il Milan, storicamente innamorato di giocatori eleganti e tecnicamente eccelsi, non poteva non notare e non accappararsi la classe del portoghese che sbarcò Milano, un po’ a sorpresa, nella faraonica campagna acquisti del 2017.

Le statistiche e le recensioni sul classe 95’ in arrivo dal Porto erano ottime, al punto che tutto l’ambiente rossonero era convinto di aver preso un vero e proprio craque. Credenze e aspettative confermate nel primo mese da rossonero di Andrè, con le buone prestazioni offerte in Europa League ma presto smentite dalle disastrose partite in campionato e dall’esplosione di Patrick Cutrone. Il bottino nel suo primo (e sin qui unico) anno da rossonero recitava innumerevoli panchine e 10 gol in 40 presenze tra campionato e coppe, di cui solo 2 in serie A. Da qui la volontà di trovare spazio, minuti e soprattutto ritrovare il gol in una realtà tranquilla e non avvolta da un alone di ricostruzione come il Milan.

A rispondere all’appello del portoghese è il Siviglia, realtà solida del campionato spagnolo che acquista Andrè nel momento di estasi rossonera per l’arrivo di Higuain. Neanche quasi il tempo di arrivare che Silva esordisce con una tripletta al Rayo Vallecano. Qualche giornata e doppietta, niente poco di meno che al Real Madrid a dimostrare che Andrè segna anche alle grandi, anzi forse alla più grande di tutte. Il tabellino sin qui segna 31 presenze e 11 reti unite a due assist tra campionato e coppe a testimonianza che tutto torna se credi in te stesso, che il talento non si perde, basta solo rispolverarlo dalla coltre di negatività scesa su di esso.

 

UN SACRIFICIO SBAGLIATO

Soldi, soldi, soldi. No, non è un tributo alla canzone vincente della sessantanovesima edizione di Sanremo ma un’esasperata dichiarazione di come ormai il lato economico sia fondamentale nel mondo del calcio. La prospettiva di una plusvalenza o di un lauto guadagno portano le società a privarsi dei loro pezzi pregiati anche quando questi resterebbero volentieri nella loro squadra. E’ questo il caso di Felipe Anderson, talentuosissimo esterno brasiliano del West Ham che abbiamo potuto ammirare, fino alla scorsa stagione, con la maglia della Lazio.

Arrivato nella capitale nel 2013, il fantasista brasiliano ha alternato momenti di luce intensa a attimi di buio profondo in particolare contraddistinti da un carattere altalenante. La scorsa stagione, in particolare, ha visto il numero 10 biancoceleste rendere decisamente al di sotto delle aspettative: prestazioni anonime ed un rapporto conflittuale con mister Inzaghi, abbinato a qualche voce di troppo extracampo hanno prodotto solamente 8 gol in 32 partite.Ma ritorniamo alla questione soldi: la Lazio nella scorsa sessione di mercato aveva bisogno di un colpo in uscita importante capace di assicurare milioni ma che allo stesso tempo non fosse decisivo nel demolire la squadra.

Le scelte erano tre: Milinkovic, Immobile e Felipe Anderson. Scartati i primi due per ragioni tecnico-tattiche, l’opzione è ricaduta sul brasiliano su cui si stava facendo forte l’interesse del West Ham. Pervenuta l’offerta degli Hammers da 38 milioni, Igli Tare e la Lazio non ci hanno pensato due volte e hanno lasciato partire, forse troppo frettolosamente, Anderson verso Londra. L’inizio non è dei migliori: per gli hammers 4 partite in campionato e 4 sconfitte. Felipe Anderson è sempre titolare, il mister non accenna a fare a meno di lui e l’insistenza paga. Felipe, infatti, si sblocca e diventa insostituibile, candidandosi come uno dei protagonisti delle 6 vittorie in 9 partite degli hammers tra Novembre e Dicembre. Le statistiche sin qui dicono 9 gol e 4 assist in 29 presenze, numeri già migliorati rispetto alla scorsa stagione e che testimoniano la rinascita del brasiliano. A Formello molti cominciano a rimpiangerlo e considerando la stagione, sin qui, di Milinkovic-Savic forse sacrificare il brasiliano è stata la scelta sbagliata.

 

 

 CHIAMATEMI MARTIAL NON L’EREDE DI HENRY

Una delle peggiori usanze del mondo dello sport e del calcio, in particolare, è la tendenza ai paragoni; non appena un nuovo talento si affaccia ai grandi palcoscenici del pallone, subito, gli addetti ai lavori studiano i movimenti e le giocate del giocatore in questione per trovare un parallelismo con grandi campioni del passato. Talvolta se il giocatore dispone di una grande forza mentale riesce ad andare oltre a queste voci, senza crogiolarsi in elogi e belle parole. Spesso però capita che i vari nuovi Messi o nuovi Ronaldo, schiacciati da eccessive pressioni, comincino precipitosamente a calare di rendimento.

E’ stato questo, in parte, il caso di Anthony Martial. Il giocatore francese per origini (guadalupesi), caratteristiche tecniche e per il percorso calcistico in comune è stato paragonato a Thierry Henry. Le giocate, la straripante velocità e le cifre dei suoi primi anni al Monaco, in effetti, sembravano dare ragione agli amanti dei paragoni. Il classe 95’ grazie alla sua immensa classe, come previsto, cominciò ad attirare l’interesse dei grandi club, uno su tutti il Manchester United che acquistò il giocatore per una cifra vicina agli 80 milioni.

Schiacciato da una valutazione monstre, l’arrivo in un campionato fisico e complicato come la Premier League e l’ombra dell’importante paragone, tuttavia, portarono il classe 95’ ad una veloce involuzione che lo resero la brutta copia di ciò che aveva fatto vedere nel principato. Il feeling con José Mourinho, soprattutto, all’inizio non fu semplice. Il tecnico portoghese cominciò a relegarlo sistematicamente in panchina e non gli risparmiava pubblicamente accuse e attacchi diretti come quando in conferenza stampa lo definì un giocatore “immaturo”. Vedendosi scivolare il futuro tra le mani (o forse meglio dire dai piedi), a 23 anni compiuti Anthony cominciò a prendere di petto la questione.

Mentalmente e tecnicamente maturato, dopo la scorsa stagione mediocre dove si rese protagonista di soli 11 gol e 9 assist in 45 presenze, quest’anno, complice anche la ventata positiva portata dall’arrivo di Solskjaer sulla panchina dello United, le cifre per il francese sono decisivamente cambiate: i gol sono gli stessi, 11, gli assist sono 3 ma in sole 27 presenze con prestazioni di altissimo livello. Anthony ha preso finalmente consapevolezza dei suoi mezzi, ha capito che può essere ricordato come Martial il grande esterno francese dello United e non come il mancato erede di Thierry Henry. Il futuro è incerto ma il presente è chiaro e luminoso: Martial ha preso il via e non vuole fermarsi di certo ora.

 

 MILIK VS SFORTUNA: E’ L’ORA DELLA RIVINCITA

Non si sa con certezza cosa passasse per la testa di Arkadiusz Milik in quel tragico sabato pomeriggio di fine settembre a Ferrara. Probabilmente rabbia, incredulità, sconforto e sicuramente l’agghiacciante pensiero che forse il treno del professionismo si potesse fermare eternamente sul campo del Paolo Mazza. Arek aveva da poco cominciato la sua seconda stagione al Napoli dopo che la prima in azzurro praticamente non l’aveva giocata. Era arrivato, infatti, l’annata precedente con la nomea di grande talento pronto a sostituire Higuain; e c’era da dire che da come si era presentato aveva subito fatto dimenticare l’argentino: doppietta col Milan all’esordio e doppietta alla Dinamo Kiev alla prima in Champions League.

Poi il primo di due gravi infortuni al crociato: la prima volta in Polonia-Danimarca nelle qualificazioni al mondiale, la seconda quella sopracitata in Emilia. Due calvari, così simili nella durata ma così diversi nella risposta psicologica: il primo infortunio grave è un passaggio importante per saggiare la forza mentale di un giocatore, il secondo è una mazzata che supera solo chi è dotato di una mentalità degna di un guerriero. Ed è in questo tunnel oscuro e senza fine che l’unico a vedere uno spiraglio di luce è il lottatore Milik che spinto dalla voglia di riascoltare il suo nome urlato dal San Paolo, si mette al lavoro come se nulla fosse successo.

Ritorna nel finale della scorsa stagione quando ormai il sogno scudetto è clamorosamente svanito: 17 presenze e 6 reti totali dirà il tabellino finale, con una media gol tutto sommato positiva considerando le condizioni da cui arrivava. Con Sarri sulla panchina azzurra, tuttavia, la più grande difficoltà per il polacco era rubare il posto a Mertens nel magico tridente dei folletti partenopei. Probabilmente con la conferma del tecnico toscano lo spazio per il polacco, anche in questa stagione, sarebbe stato molto limitato. Tuttavia, in questo senso, l’arrivo di Ancelotti come allenatore gli ha consegnato una seconda chance impareggiabile.

Il tecnico emiliano, da amante quale è delle prime punte muscolari, ha consegnato le chiavi dell’attacco al polacco e sin qui il vincente allenatore di Reggiolo non è stato deluso: 26 presenze, 2 assist e 13 gol con alcune di queste reti che oltre ad essere spettacolari si sono rivelate anche decisive. La carta d’identità segna 24 primavere ma la maturità calcistica è quella di un veterano; un carattere forte temprato, giorno per giorno, nelle ore passate in palestra e in piscina a fare fisioterapia e palesemente visibile ora in campo. Arek gioca divertendosi e con l’intelligenza e  la consapevolezza che tutto può finire all’improvviso. La sfortuna lo ha travolto, Arkadiusz l’ha battuta due volte ed ora tocca solo ai portieri che gli si presenteranno davanti.

 

BEN(ZEMA) 10: UN ALTALENANTE DECENNIO BLANCO

A qualunque tifoso del Real Madrid o più in generale a qualunque appassionato di calcio chiamato a recitare la formazione dei Galacticos di questi ultimi anni, una volta arrivato all’attacco solitamente la filastrocca prevedeva l’abitudinario verso: “col numero 9 Karim Benzema”. L’attaccante francese è ormai una certezza della formazione spagnola da 10 lunghe stagioni; da una bandiera ciò che ci si aspetta, oltre all’esperienza è la certezza di prestazioni positive sia nei momenti buoni che nei momenti negativi della squadra. Quello che tuttavia è spesso mancato al talentuoso attaccante francese, in questi anni, è una costanza di rendimento che lo eleggesse a trascinatore della squadra.

Karim spesso è stato protagonista di stagioni altalenanti contraddistinte da pochi gol e molti fatti extracalcistici che hanno spinto spesso i tifosi blancos a chiedere la cessione del francese. Benzema, tuttavia, supportato dalla fiducia del club e di Florentino Perez in persona, ha continuato a giocare accumulando 449 presenze condite da 210 gol e 120 assist; cifre importanti e quasi stratosferiche che lo rendono uno dei migliori realizzatori del club spagnolo. E allora dove sta il problema? Il dilemma sta nell’importanza di questi gol: Karim segna ma praticamente quasi solo in partite dalla scarsa importanza in cui si rendono protagonisti anche dei gregari della prima squadra.

In questa stagione, tuttavia, la filastrocca è improvvisamente cambiata. Dopo la pesante partenza di Cristiano Ronaldo la squadra ha subito un tracollo di risultati che l’ha portata a conquistarsi a fatica sia la qualificazione agli ottavi che il secondo posto in classifica. In un momento di rifondazione Karim ha però trovato la forza di reagire quasi come se il vedere la sua squadra faticare dopo anni di successi, lo avesse improvvisamente risvegliato. E la differenza di rendimento si può notare clamorosamente: in questa stagione in 36 presenze ha collezionato 18 gol e 7 assist tra campionato e coppe a fronte delle 12 reti e le 11 assistenze in 47 match dello scorso anno.

Gol importanti, titolarità e grandi prestazioni. Una seconda giovinezza che ha permesso al Real Madrid di rialzarsi e a Benzema di ritrovare la fiducia nelle proprie capacità perse di vista negli scorsi anni. 10 stagioni con la gloriosa camiseta blanca non sono da molti. Più di 200 gol con i galacticos sono per pochissimi. Karim, dopo anni di penombra ha finalmente ritrovato la candida luce del madridismo e a suon di prestazioni importanti vuole ricordare a tutti che la sua presenza nel club più glorioso al mondo non è casuale.