Eterni incompiuti e promesse mancate. Il mondo del calcio è tanto costellato di talenti e campioni quanto di potenziali inespressi, quantomeno non del tutto. C’è chi lascia il segno e chi invece no, chi finisce dritto nell’Olimpo del pallone e chi nel dimenticatoio dei rimpianti.
Di certo Rafael Van der Vaart il segno lo ha lasciato nel corso della sua carriera.

La consapevolezza del popolo calcistico, tuttavia, è senz’altro quella di un grande giocatore fermato dal calvario degli infortuni che non lascia scampo. Doveva diventare un campione in grado di segnare un’epoca come suoi connazionali usciti dal vivaio dell’Ajax, ricco di talento e speranze calcistiche.
Il talento magico subordinato al fisico non all’altezza. La qualità delle giocate contro il crudele destino di coloro che sfiorano i sogni delle persone, senza mai avverarli per davvero. Nella lotta contro il ginocchio Van der Vaart è stato a tutti gli effetti un Numero Diez.

DALLA ROULOTTE AL GRANDE CALCIO

Rafael Ferdinand Van der Vaart trascorre la sua infanzia in un “caravan park” a Beverwijk, a nord di Amsterdam. La roulotte sulla quale suo padre Roman è nato lo vede muovere i primi passi. Una vita difficile la sua nelle fasi iniziali, segnata dall’umiltà e dal desiderio di una vita migliore.
Tra una roulotte e un’altra del campo le sue giocate cominciano a prendere forma, plasmate da un talento fuori dal comune. I tecnici della squadra locale, il De Kennemers, non possono non notarlo e decidono di credere in lui.

All’età di 10 anni arriva la grande occasione. Il provino con l’Ajax è senza dubbio un punto di svolta nella vita di qualunque bambino sognatore; il vivaio dei lancieri che aveva sfornato leggende del calibro di Johann Cruijff rappresenta tutto per chiunque ami il calcio. Il piccolo Rafael supera la prova senza problemi, diventa un Lanciere. Il sogno continua.

Il debutto con la maglia dell’Ajax ha il sapore e le tinte di quei predestinati tanto attesi quanto appaganti nel vederli giocare. 17 anni è un’età indimenticabile per lui: l’esordio in un pareggio per 1–1 con l’FC Den Bosch nella stagione 1999-2000 lo consegna al mondo. Con la maglia biancorossa disputa 117 partite siglando 52 reti. I due campionati olandesi, la KNVB beker e la Supercoppa d’Olanda vinte fanno da sfondo a un traguardo altrettanto importante: divenire il capitano più giovane della storia dell’Ajax, rappresentando in prima linea questa gloriosa società, vestendo, tra le varie, anche la numero 10.

Maglia tanto pesante quanto gloriosa e appagante. Nessuno sembra poterlo fermare.

AMBURGO, REAL MADRID E TOTTENHAM

Il 1 giugno 2005 viene acquistato per 5,5 milioni di euro dall’Amburgo. Il suo talento giunge così in terra tedesca, nel club dove la tradizione della prima divisione regna sovrana. Coi Rothosen, poi, esordisce la sua nemesi: l’infortunio, un qualcosa che, tragicamente per lui, non lo abbandonerà mai.

Il rendimento dell’Amburgo è direttamente proporzionale al suo; quando manca i Der Dino non ingranano, rischiando grosso: nel girone d’andata della stagione 2006-2007 ottengono solo una vittoria. Il ritorno di Van der Vaart restituisce speranze alla squadra tedesca, con tre gol nella Champions League e una cavalcata in classifica che porta l’Amburgo addirittura al settimo posto, qualificandosi per l’Intertoto. Dalle stalle alle stelle, nel segno dell’olandese.

Nel 2008 arriva la chiamata della vita. Quando il Real Madrid bussa alla porta non puoi dirgli di no. Rafael passa tra le fila delle Merengues per 13 milioni di euro, portando con sè tante aspettative e il fardello di essere l’unico acquisto della sessione estiva. Il gol a soli 4 giorni dal suo arrivo contro l’Indipendiente Santa Fe in amichevole lascia ben sperare.

Nel 2008, inoltre, è nella lista dei candidati al Pallone d’Oro, vinto poi da Cristiano Ronaldo. Poco importa, le premesse non potrebbero essere migliori.

Il talento di Rafael tuttavia vive perennemente all’ombra di quello del campione di turno delle Merengues. Prima Sneijder, poi Kakà, nessuno gli concederà mai la titolarità fissa. E nonostante le partenze di Wesley e di Robben non trova lo spazio che avrebbe voluto, e che forse avrebbe meritato.

La rinascita per lui ha tinte inglesi. Il Tottenham gli concede una seconda vita calcistica. Con gli Spurs incanta tutti in Premier League e in Champions. Nel 2011 ottiene nuovamente la nomina al Pallone d’Oro, segno del suo rinnovato talento. In totale con il Tottenham gioca 77 partite segnando 28 gol. Prima del ritorno in Germania.

FINE CARRIERA E LA NAZIONALE

La società tedesca è una seconda casa per lui. Il figliol prodigo torna a casa base nell’agosto 2012. In sei stagioni complessive, fra partenza e ritorno in maglia Urgestein (Veterano) ha messo insieme 193 presenze e 66 gol. Fra i tanti club in cui ha giocato l’Amburgo è stato senza dubbio quello che più di tutti ha saputo credere in lui, accompagnando il calvario di infortuni e sostenendolo, sempre e comunque.
Il Betis, il Midtjylland e l’Esbjerg gli regalano le ultime 28 presenze della sua carriera nel giro di tre stagioni. Anni lunghissimi per lui, in un susseguirsi tumultuoso e straziante di infortuni, che hanno di fatto spento la luce del suo gioco, costringendolo al ritiro.

In Nazionale Van der Vaart rappresenta un elemento fondamentale.

In 13 anni ha accompagnato le giocate della nazionale Orange, prendendola per mano sempre e comunque, nel bene e nel male. Soprattutto nel dolore di quella finale del 2010. Un mondiale nefasto per gli olandesi, ad un passo dal trionfo finale. Nell’occasione della vita per lui l’orgoglio più grande: poter indossare la fascia di capitano nei supplementari, dopo la sostituzione di Van Bronckhorst. Con la nazionale raccoglie 109 presenze e 25 gol, diventando una leggenda di questi colori a tutti gli effetti.

VAN DER VAART: STORIA DI RIVALSA

Il ricordo di Van der Vaart passa per quei pensieri costellati di talento, speranza e gioie infrante dagli infortuni. Sebbene tuttavia Rafael non sia diventato una leggenda sul campo, il calcio gli ha offerto la rivalsa nella vita, che alla fine è la cosa più importante.
Il primo contratto da professionista con l’Ajax, infatti, gli ha permesso di portar via la famiglia dal campo nomade della sua infanzia. Una casa per papà Roman e mamma Lolita lontana dalla miseria delle periferie del nord.

“Era la prima volta che vivevamo in una casa, per questo era un po’ strano. – sulla sua vita e le origini “gipsy” – Ne sono orgoglioso. Magari non era uno stile di vita normale, ma a me piaceva. E mi ha aiutato perchè mi faceva sentire come un guerriero della strada. Ho imparato che bisogna lottare per conquistarsi il proprio spazio quando si cresce”.

Nella vita Rafa si è conquistato in toto il suo spazio nel calcio europeo, proprio come aveva imparato da piccolo nel “caravan park” di Beverwijk. Un Diez sul campo e ancor più nella vita, nella consapevolezza di aver vinto la battaglia più importante: quella con se stessi.