Il calcio ci regala storie e pietre miliari più uniche che rare, e parlando dell’ultima qualificata in Copa Libertadores 2019 di ieri notte, il Club Deportivo Palestino, probabilmente questi aggettivi sarebbero limitanti. Perché il club cileno, dopo quattro anni di assenza dalla massima competizione del Sudamerica, è tornato a scrivere il suo nome ad una fase a gironi dopo aver trionfato, storicamente, nella coppa nazionale l’anno precedente. Ma perché un club cileno, fondato ad Osorno, una lingua di terreno fertile tra le più meridionali al mondo, prende la denominazione di Palestino e porta come colori sociali i medesimi della Palestina, ovvero il bianco, il nero ed il rosso?

LA STORIA 

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La nascita del Club Deportivo Palestino avviene circa un secolo fa, nel 1920. In spagnolo, Palestino significa “palestinese”: i suoi fondatori, tutti palestinesi di nascita in fuga da est, sbarcarono in Cile partendo a flotte dal porto di Haifa, in Israele, quando durante la prima guerra mondiale iniziarono le persecuzioni degli ortodossi da parte dei turchi. Molti di loro in realtà giungevano in Argentina, dove però visto l’alto tasso di immigrati, italiani ed ebrei, decidevano di spostarsi nei territori vicini, giungendo con l’unico passaporto che possedevano, ovvero quello turco. Ecco perché in Sudamerica, un arabo di provenienza viene spesso chiamato con l’appellativo “turco”: tra tanti, ricordiamo il turco Antonio Mohamed, ex allenatore del Celta Vigo, argentino di nascita con evidente discendenza araba. Dal Cile, la squadra fu fondata ad Osorno in quanto, in questa città, si svolgevano una sorta di giochi sportivi nella quale gli immigrati, non sentendosi appartenenti ad alcun team partecipante, decisero di fondare il proprio club ispirandosi ai colori della propria terra.

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La colonia cilena di Palestina è la più grande del mondo al di fuori del contesto geopolitico arabo: si tratta di ben 500.000 discendenti, che son cresciuti e si sono realizzati qui creando una sorta di equilibrio economico nel paese. Nonostante una marcata ideologia indipendentista e politica, che fa del Palestino l’unica squadra al mondo con un certo tipo di caratteristiche, il club ha sempre provato a scindere il contesto politico da quello sportivo, senza però far perdere alla squadra, che ora gioca a Santiago del Cile, l’identità e lo spirito che storicamente l’hanno animata.

 

CONTESTO E FRAINTENDIMENTI

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Chiaramente, dividere due emisferi così adiacenti e da sempre legati tra loro, come lo sport e la politica, non è mai semplice, ma possiamo definire questa squadra l’esempio vincente d’integrazione ed affetto per il paese d’accoglienza ma anche di amore per il paese di provenienza. Alcune critiche giunsero nel 2014, quando al posto del numero uno la società decise di inserire la silhouette palestinese sulle maglie dei calciatori: pur essendo ancora in vendita, e legalmente con tutto il diritto, il numero uno, con quel template, è stato vietato ai calciatori professionisti, sostituito dal disegno del paese sulla parte frontale delle maglie, tra lo sponsor tecnico e lo stemma della squadra.

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Evidente è anche la spinta del governo palestinese in quella che di fatto è la nazionale ufficiosa di Palestina: il main sponsor è Bank of Palestine, con sede a Ramallah, col presidente palestinese Mahmud Abbas che aveva fatto sentire il suo calore e la sua vicinanza alla squadra prima della finale di coppa nazionale vinta lo scorso novembre dopo quarant’anni di digiuno. Proprio durante quella finale, un giornalista cileno si è recato a Ramallah per seguire gli eventi con gli abitanti del posto, restando piacevolmente esterrefatto dell’attaccamento alla squadra che potesse esserci nella capitale palestinese. Secondo uno studioso di cultura araba dell’università del Cile, Eugenio Chahuán, le quali affermazioni si trovano in versione integrale nel reportage cileno:

l’esistenza del Club Deportivo Palestino si rivela molto più importante di quello che si possa pensare, perché combatte contro le idee di negazione di una popolazione e perché getta le sue basi anticipatamente rispetto allo stato ebraico, segno di una volontà precedente di esportare la cultura, il nome ed i colori di Palestina!” 

 

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Il club ha una vera e propria funzione inclusiva, con migliaia di tweet che spesso arrivano dall’altra parte del globo, non solo nei paesi arabi. Anche ieri, ad esempio, dopo la qualificazione ai gironi di coppa, non mancavano i messaggi di supporto dei tifosi del River Plate, che ritroverà il Palestino nel gruppo 1 della Copa Libertadores. Da mostrare anche il messaggio dei giocatori del Talleres, che hanno lasciato gli spogliatoi dell’Estadio La Cisterna scrivendo una dedica agli avversari dopo il passaggio del turno, colpiti evidentemente dal trattamento amichevole ricevuto dagli amici cileni.

“Complimenti Palestino, grazie per l’ospitalità, che il futbol unisca frontiere” firmato CAT, Club Atletico Talleres.

Segno che il club vuole rappresentare un messaggio di pace e di speranza verso tutti, attaccandosi si alla sua storia senza però sfociare nella violenza e nella lotta ideologica sviluppatasi a più di 10.000 km di distanza. Ecco perché il messaggio del club, così profondo, non dev’essere travisato in una mera volontà di rappresentare un paese in contrapposizione ad un altro, ma bensì nel mettere in luce quanto di bello abbia la sua cultura e cosa essa abbia da offrire per arricchire gli altri. Da far riflettere tantissime realtà contemporanee.

IL CLUB OGGI

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L’ex di Inter e Ternana, Luis Jimenez.

Giusto però soffermarsi sulla squadra oggi e sulla nuova parentesi positiva del club, che non vinceva un trofeo dal 1978 (Campionato cileno): la Coppa del 2018 ha finalmente sbloccato un periodo di torpore dopo alcune fugaci apparizioni nelle coppe sudamericanee (Libertadores 2015, Sudamericana 2017) senza però grandi risultati. A guidare il club oggi c’è l’allenatore Hatibovic, una carriera passata in Cile (157 caps), che è al timone da ottobre: è stato lui il fautore della coppa grazie al suo 4-3-1-2 che ancora valorizza il trequartista, nella fattispecie Luis Jiménez, che dopo essersi formato qui aveva girato l’Europa (Inter,West Ham, Parma, Fiorentina, Ternana) ed il Qatar per tornare a casa alla soglia delle 34 primavere. Un suo gol, unito al raddoppio di un altro ex “italiano”, Cristobal Jorquera, ex Parma, ha portato i cileni alla qualificazione contro una squadra giovane ma meno matura come gli argentini del Talleres. Per il piacere di tutti i Baisanos, come si fanno chiamare i tifosi, e di tutti i simpatizzanti del club de La Cisterna.