In una realtà consumistica abituata a fornire al cliente tutto ciò che desidera, piattaforme come Netflix si sono insediate come un must-have per gli abituali fruitori di prodotti televisivi come film, anime e serie tv. Quest’ultima categoria, in particolare, appare in forte ascesa da alcuni anni a questa parte, facendo leva soprattutto sul pubblico più giovanile e, di conseguenza, sulle nuove generazioni. Una delle serie televisive più acclamate degli ultimi anni ed i cui dati di fruizione sono schizzati maggiormente alle stelle, è il capolavoro messo a punto da Gaumont International Television con Narcos: una storia di giochi di potere, di traffico di droga e di scomode verità che chi avrà visto – no spoiler – saprà benissimo come sia riuscita ad abbracciare – nella serie tv, però, in maniera largamente marginale – anche il mondo dello sport, con un particolare coinvolgimento nei confronti del calcio.

Ebbene sì, il prodotto cinematografico dedicato alle vicende del cartello di Medellìn e del cartello di Cali non analizza con particolare minuziosità questo passaggio, ragion per cui saremo noi a fornirvi alcuni interessanti spunti storici-sportivi che non potranno non stuzzicare la vostra attenzione.

OLTRE LA PASSIONE

Il gioco del pallone coinvolgeva l’intera Colombia ed al crescente interesse verso questo sport non facevano eccezione nemmeno i più grandi esponenti del cartello della droga. I cosiddetti narcos, difatti, si resero protagonisti anche del panorama calcistico, iniettando liquidità nelle casse dei club di cui erano tifosi o proprietari: un modo per onorare la propria passione, naturalmente, ma anche una metodologia efficace per raccogliere consensi e riciclare denaro sporco. Avvenne così che, in base al proprio luogo di provenienza o alla disponibilità d’acquisto, alcuni personaggi controversi acquistassero dei club sportivi i quali – beneficiando delle pressoché illimitate finanze dei nuovi proprietari – raggiungevano, così, nuove vette di successo sportivo, sia in patria che in territorio internazionale. Gli esempi più eclatanti e vincenti sono forniti da:

L’Atlético Nacional de Medellín (ricollegabile a Pablo Escobar);

Wagner Moura è Pablo Emilio Escobar Gaviria in Narcos.

Il Deportivo Cali (di proprietà del cartello di Cali);

Da sinistra verso destra: Alberto Ammann (Pacho Herrera), Damián Alcázar (Gilberto Rodríguez Orejuela), Francisco Denis (Miguel Rodríguez Orejuela) e Pêpê Rapazote (José “Chepe” Santacruz-Londoño).

I Millonarios (appartenente ad un importante socio di Escobar, Gonzalo Rodríguez Gacha).

Luis Guzmán interpreta Gonzalo Rodríguez Gacha.

LOS MILLONARIOS

Il club colombiano con residenza a Bogotá è stato sotto il controllo di Gonzalo Rodríguez Gacha per ben sette anni, dal 1982 al 1989. Il suddetto personaggio era noto ai più come ‘Il Messicano‘ ed è attualmente riconosciuto come uno dei più spietati assassini ed efferati delinquenti ad aver marchiato l’epoca del narcotraffico colombiano. Celebre anche per essere stato una delle figure più influenti delle attività del cartello, Gacha ebbe il merito di risollevare i Millonarios da una situazione di crisi nella quale il club sembrava essersi imbattuto: nonostante los Embajadores fossero la squadra più titolata del paese, infatti, i problemi economici e sportivi sembravano non smettere di attanagliarli ed è proprio in quel momento che intervenne il celebre narcotrafficante. Si vociferava, in realtà, che il denaro di Gacha non fosse pulito ma ciò non fece molto clamore e, in un primo momento, non fu una voce che ebbe una forte cassa di risonanza. Fu così che quell’ex contadino dalla camicia sempre aperta, gli stivali texani ed il sombrero colorato divenne il salvatore del club, tanto da concedersi lo sfizio di vincere due campionati nazionali e di veder vestire la divisa – che una volta fu di Alfredo Di Stefano – da uno dei calciatori più rinomati ed venerati dall’intera Colombia, Carlos Alberto Valderrama Palacio.

Si creò, in seguito, uno scandalo piuttosto recente messo in piedi da Fernando Gaitán – proprietario dei Millonarios dal 2012 al 2015 – il quale dichiarò di essere pronto a rinunciare ai titoli conquistati sotto l’egida del narcotraffico; ciò spacco la tifoseria e la proposta cadde, effettivamente, in un nulla di fatto.

AMERICA DE CALI

Quando i fratelli Orejuela decisero di fare il loro ingresso nel mondo del pallone si proposero, dapprima, di acquistare e dirigere il Deportivo Cali che, tuttavia, vedeva nei proprietari delle persone indisposte a fornir loro la maggioranza del club; solo successivamente, la scelta ricade sugli acerrimi rivali dell’America de Cali la cui storia – in termini di trofei – inizia a brillare di luce propria esattamente grazie all’intervento del cartello. Il palmarés del club, in questo periodo, s’impreziosisce di otto campionati nazionali, di cui cinque vinti consecutivamente (1982-1983, 1983-1984, 1984-1985, 1985-1986, 1986-1987) e di un’importante storia internazionale che li vede calcare i campi delle finali di Copa Libertadores per tre anni di fila senza, tuttavia, riuscire mai ad ottenere lo sperato successo.

ATLETICO NACIONAL DE MEDELLIN

Arriviamo, ora, alla squadra del più celebre dei protagonisti della serie tv. Si narra che Pablo Escobar, proprio come accaduto ai fratelli Orejuela, fosse interessato all’acquisizione della squadra rivale che, però, non fu portata a termine. El rey de la coca, così, si ‘accontentò’ di finanziare e rendere vincente l’altra squadra di Medellin, per l’appunto, l’Atlético Nacional. Anche il figlio, nella sua aspra critica a quanto raccontato dalla storia di Netflix sembrerebbe varare questo dato:

“Netflix ritiene che mio padre fosse tifoso dell’Atletico Nazionale di Medellin, ma in realtà era tifoso della squadra contraria. Questo dimostra con quale leggerezza siano stati trattati i fatti”.

Pablo Escobar trascinò i suoi alla vittoria di due campionati nazionali e, soprattutto, allo storico trionfo in Copa Libertadores ai danni del Olimpia Asunciòn: la conquista del titolo, avvenuta per 5-4 ai rigori, decretò – per la prima volta nella storia della competizione – una squadra colombiana come vincitrice dell’ambito trofeo.

(Attenzione, allarme spoiler!)

Nel suo periodo di detenzione a La Catedral – prigione che si era fatto costruire su misura, dotata di svariati comfort ed addirittura un campo da calcio – il re del narcotraffico era solito invitare calciatori famosi a disputare delle partite di pallone, dietro lauto compenso. Tra questi vi fu anche Diego Armando Maradona che in un’intervista postuma dichiarerà:

“Sembrava di essere in un hotel di lusso di Dubai. Fu lì che mi presentarono il signore che mi aveva invitato, chiamandolo El Patron. Io non leggevo i giornali, non guardavo la tv, non ero sicuro di chi fosse. Si dimostrò un uomo molto rispettoso, anche freddo, ma amichevole con me. Mi disse che ammirava il mio calcio, che si identificava con me, perché entrambi eravamo riusciti a trionfare sulla povertà”. 

E dopo la partita?

“Beh, chiamò le ragazze più belle che abbia mai visto nella mia vita, ed eravamo in un carcere! Non ci potevo credere. La mattina dopo fui pagato e lui mi salutò con affetto”.

Un altro siparietto che narra – in chiave ironica – la corruzione di quel mondo riguarda il calciatore Oscar Parejo che, durante un’amichevole organizzata a La Catedral, ebbe un breve ma significativo dialogo con Pablo Escobar.

“Oscar, non capisco… Perchè strilli sempre dietro agli arbitri durante le partite? Guarda che li paghiamo noi…”

LA TRAGEDIA DELL’ALTRO ESCOBAR

In contemporanea con l’espansione del narcotraffico anche il calcio colombiano incominciò a fiorire, tanto che arrivarono più partecipazioni consecutive alla World Cup e fu proprio uno degli incontri della suddetta coppa a sancire la tragedia che si sarebbe consumata di lì a breve.

È il 22 giugno del 1994 ed il match tra USA e Colombia è di vitale importanza per il passaggio alla fase successiva dei Cafeteros: ad arbitrare l’incontro è il fischietto italiano Fabio Baldas che, per sua fortuna, non poteva in alcun modo essere consapevole di come quel match sarebbe entrato nella storia in negativo di questo sport.

Al 35′ minuto della delicatissima gara, infatti, sono gli USA a portarsi in vantaggio grazie ad un autorete viziata da un difensore colombiano, nonché uno dei calciatori più rappresentativi di quella generazione: Andres Escobar. Il difensore, durante la manovra d’assedio statunitense, si invola in scivolata nel tentativo di intercettare un cross basso tutt’altro che pericoloso, ma il suo maldestro tentativo si risolve in una traiettoria disastrosa che va ad insaccarsi in fondo alla propria rete.

Lo stadio è ammutolito.
Il peso specifico di quella rete si avverte e gli USA, più rilassati, riescono a trovare anche la seconda marcatura dopo un’ottima combinazione di passaggi: è Steward a finalizzare l’azione corale degli USA al 51′ minuto di gioco, sigillando il risultato della gara tra le due compagini.

La Colombia, intanto, lotta, ma trova solo nel finale la rete che li riavvicina agli Stati Uniti attraverso un goal di rapina di Valencia. 2-1 ma, ormai, è troppo tardi: la Colombia abbandona il mondiale nella fase a gruppi.

I media si scatenano contro Andres Escobar perchè, in fondo, nei fallimenti, si cerca sempre di individuare un capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità. Di lì a breve, tanta tensione alimentò il suo omicidio, operato da un efferato killer che lo freddò con 12 colpi di pistola: il colpevole, in seguito, si scoprì essere un sicario molto legato ai membri del cartello di Medellin.

LA CRITICA

Nonostante il fascino della storia di Narcos, il figlio di Pablo Escobar ha avuto molto da ridire sul prodotto cinematografico ideato da Brancato, Bernard e Miro, sottolineando, in particolare, come la storia del padre sia stata alterata per rendere il personaggio e le sue controverse vicende più degne di attenzione di quanto esse non meritassero.

“La serie televisiva su Pablo Escobar? Ha utilizzato la sua storia in modo irresponsabile. L’ibristofilia in psicologia rappresenta l’attrazione che le persone tendono a nutrire nei confronti di delinquenti, e dal mio punto di vista credo che i produttori televisivi abbiano saputo sfruttare al meglio questo concetto. Cercando di creare un alone di attrazione attorno alla figura fatale di mio padre, raccontando storie caratterizzate esclusivamente dalla violenza. Mio padre ha sfidato la democrazia e un intero paese e questo ha fatto si che la sua figura attraesse molte persone. Quando si guardano le serie tv, soprattutto i giovani si sentono attratti dall’immagine di Pablo Escobar e vorrebbero ripetere le sue azioni, chi legge i miei libri non si sente di ripetere nessuna di quelle azioni.

La sua storia è stata utilizzata spesso in modo irresponsabile. In una delle scene di Narcos, ad esempio, viene ripreso mio padre intento a bruciare 2 milioni di dollari solo perché mia sorella aveva freddo: in Colombia abbiamo legno a sufficienza e mio padre non sarebbe stato così stupido. Questo mostra la volontà da parte dei produttori tv di creare un’immagine di mio padre che sembri più potente di quanto non fosse in realtà.

Nella serie ci sono anche una serie di fatti politici che vengono raccontati diversamente da come avvengono. Raccontare la storia di mio padre è un’opportunità per far conoscere realmente la sua storia e le conseguenze delle sue azioni. Analizzando la sua vicenda ho capito che non avrei mai ripetuto le sue azioni e che avrei potuto utilizzare quanto da lui fatto per far comprendere ai giovani quanto sbagliate possano essere certe decisioni. Ritengo che conoscere la verità sia un diritto per le famiglie delle vittime, mentre credo che sia un mio dovere chiedere loro perdono”.

Difficile biasimare il figlio per le parole spese; altrettanto arduo, però, è biasimare la troupe che ha lavorato per realizzare Narcos: rendere al grande pubblico una storia reale al 100% senza condirla di vicende romanzate o sfumature non solo è frustrante per lo sceneggiatore, ma è debilitante per il prodotto stesso che, se non caratterizzato da personaggi ricchi di sfumature, da avvenimenti controversi e da colpi di scena, perde gran parte del proprio fascino; tra un documentario ed una serie tv, dopotutto, corre un’enorme differenza di base.

È proprio questo, d’altronde, che la rende così avvincente ed attraente all’occhio dello spettatore: ciò, ovviamente, con la consapevolezza che per quanto Narcos possa aver intrattenuto milioni di telespettatori, essa rimane un prodotto televisivo frutto di idee e sceneggiature e che non espone al pubblico – se non minimamente – il grande dolore e l’inguaribile piaga che i narcos ed i loro traffici stavano affliggendo ad un intero paese.

Nel caso, tuttavia, la vostra stima per queste vicende restasse immutata, vi invitiamo ad informarvi più accuratamente sul tema, al fine di ricostruire un quadro generale dalle tinte cupe e desolanti che solo uno strumento come la televisione avrebbe potuto ridipingere.

Immagine di uno dei numerosi attentati operati da Escobar e soci. Su quell’aereo viaggiavano 107 innocenti.