Dopo nemmeno due anni si è conclusa l’avventura di Eusebio Di Francesco sulla panchina della Roma. Un’avventura nata dalle ceneri del caos Totti-Spalletti, con la fibrillazione per l’arrivo del DS Monchi e con la curiosità di vedere la prima Roma senza il suo capitano. Il tecnico abruzzese non ha deluso le aspettative, rendendosi protagonista di una stagione stellare, soprattutto in Champions. Poi il declino, netto ed inesorabile, che l’ha portato all’addio. Ma, dal Barcellona al Porto, cosa è successo alla Roma del Di Fra? Come si spiega questo abisso in cui è sprofondata la squadra giallorossa, senza più nè un gioco nè delle motivazioni? Le ragioni vanno ben oltre l’operato dell’ex Sassuolo, sono da ricercare in una situazione degenerante nel suo complesso.

FOLLIE ESTIVE

10 aprile 2018. Dopo una sonora batosta, troppo severa, all’andata, la Roma ospita il Barcellona con le speranze di rimonta ridotte all’osso. 90 minuti e si scrive la storia. Dzeko, De Rossi e poi la capocciata di Manolas, salito in cielo fino all’Olimpo a spingere il pallone alle spalle di Ter Stegen. Dopo 34 anni la Roma torna in semifinale di Champions League. Poi il Liverpool, il disastro di Anfield, con l’unico grande neo tattico di Di Francesco che sull’onda dell’entusiasmo post-Barca ha confermato la difesa a 3 e concesso un troppo semplice 3 contro 3 al terribile tridente dei Reds. Altra rimonta impossibile, soltanto sfiorata stavolta, bloccata da una follia di Nainggolan e da una mano sciagurata di Alexander-Arnold. Arriva l’eliminazione, amara perché il traguardo impensabile era davvero a un passo, ma parafrasando il compianto Giorgio Faletti “non conta ciò che trovi alla fine di una corsa, ma quello che provi correndo”. E la corsa Champions della Roma è stata a dir poco emozionante.

Semifinale di Champions e terzo posto in campionato. A questo punto ci vuole il salto di qualità e il futuro passa per le mani di Monchi, re delle plusvalenze e fautore di innumerevoli successi a Siviglia. Ma le capacità del DS probabilmente restano in Andalusia. Riesce a non azzeccare un acquisto, demolisce la squadra che Di Francesco aveva costruito, operando in senso esattamente contrario alla filosofia del mister. Partono due mezzali, a dir poco essenziali nel 4-3-3 di Di Francesco e arrivano un mediano e due trequartisti. Più due oggetti misteriosi, uno dei quali riuscirà a salvare un minimo la faccia allo spagnolo. Se le cessioni di Nainggolan ed Alisson erano a loro modi inevitabili, e tutto sommato sapientemente gestite, la grande follia è la vendita di Kevin Strootman. Ceduto a mercato chiuso, senza possibilità di sostituirlo e senza in rosa un giocatore con le sue caratteristiche. Sottovalutato inoltre il suo peso nello spogliatoio, visto che, De Rossi a parte, era in fin dei conti il più longevo in maglia giallorossa.

All’alba di quella che dovrebbe essere la stagione della conferma, con un sorteggio di Champions agevole a legittimare le ambizioni giallorosse, la Roma si presenta con una rosa decisamente indebolita dal punto di vista tecnico e tattico. Senza più alcune pedine fondamentali, senza più le pregorative per attuare il modulo difranceschiano e senza colpi che abbiano stuzzicato l’appetito dei tifosi giallorossi. Ma l’ambiente è fiducioso, perché il mister ha acquisito un credito tale da far passare in secondo piano le premesse decisamente oscure di questo inizio di stagione.

DISASTRO COMPLETO

Inizia la stagione e inizia il disastro. Dopo la vittoria all’ultimo respiro a Torino arrivano i primi campanelli d’allarme. Due prestazioni indecenti con Atalanta e Milan, con Di Fra che annaspa alla ricerca di soluzioni tattiche improvvisate. Un po’ di respiro arriva col derby vinto grazie ad un Pellegrini sugli scudi, poi l’esplosione di Zaniolo, unica vera nota positiva della stagione, e alcune reazioni di nervi come i match con Inter e Milan. Ma in mezzo troppi buchi neri. I pareggi in rimonta con Cagliari e Chievo, la prestazione vergognosa di Plzen, il 7-1 a Firenze. Il colpo di grazia arriva dalla combo derby perso-eliminazione in Champions. La Roma da inizio stagione praticamente non c’è mai stata. La difesa è un colabrodo. Olsen ha alternato incertezze a miracoli, non dando mai però sicurezza alla retroguardia. Manolas e Kolarov hanno provato a reggere la baracca, macchiandosi loro malgrado anche di episodi negativi. Fazio e Florenzi a dir poco disastrosi, come mostrano le ultime due sconfitte decisive. Alternative praticamente inesistenti. A centrocampo la situazione non è migliore, con N’Zonzi a dir poco compassato e un Cristante in ritardo evidente. Il povero De Rossi l’unico a salvare la faccia, ma limitato dai troppi guai fisici. Davanti qualche nota positiva, su tutti Zaniolo, Pellegrini ed El Shaarawy. Ma la squadra non ha mai un’identità di gioco e le prestazioni convincenti si contano davvero sulle dita di una mano.

Senza scivolare in analisi tattiche approfondite, il discorso sarebbe troppo dispendioso in questa sede, il punto da fissare è un altro. Ora il senso sta nel capire fino a dove arrivano le colpe di Di Francesco per questo disastro. Sicuramente il mister non ha saputo dare nè un’identità tattica, nè tantomeno uno spirito combattivo alla squadra. Ci ha provato, con un 4-2-3-1 che a tratti ha dato qualche frutto e una difesa a 3 sempre più sciagurata. Poteva fare di più, soprattutto a livello emotivo, ma che colpe ha Di Francesco se Fazio regala il pallone a Bale, se Under spara altro da 0 metri o se Florenzi travolge in area un avversario inoffensivo? Ma, soprattutto, che colpe ha Di Francesco se a sua disposizione viene messa una squadra palesemente non attrezzata? Le sue sono colpe di riflesso, il suo vizio è stato di non essersi riuscito ad adattare alla contingenza. Ma a questo punto c’è da domandarsi perché il tecnico sia stato messo in condizione di doversi per forza adattare.

CACCIA ALLE STREGHE

Alla fine ha pagato per tutti Di Francesco. Giustamente, perchè nel calcio paga sempre l’allenatore. Paga colpe di altri, minimamente sue. Forse poteva farsi sentire maggiormente in sede di mercato, forse poteva lavorare meglio ad una soluzione tattica, forse doveva concentrarsi maggiormente sullo spirito. Tutto vero, ma le sue colpe scaturiscono da una colpa ben più grave. La colpa di una società assente che ha affidato pieni poteri ad una persona che ha completamente perso la bussola del suo lavoro. 150 milioni comodamente seduti in panchina al Dragao. Da Schick a Cristante, passando per Pastore e Kluivert. E per necessita hanno giocato N’Zonzi e Karsdorp, visto che anche il loro posto sarebbe più consono fuori dal rettangolo verde. Zaniolo e Kolarov unici lampi, viene da chiedersi quanto voluti, di queste stagioni. D’altronde anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. Ma al di là di valutazioni tecniche, che chiunque può sbagliare, non si rinviene proprio la logica nell’operato di Monchi.

Con un tecnico che da sempre gioca un 4-3-3 molto aggressivo, la cessione delle due mezzali titolari viene rimpiazzata dal’arrivo di un mediano e di un trequartista. Entrami impossessati da una lentezza impressionante. Le cose non tornano proprio a rigor di logica. A gennaio serviva assolutamente un centrale, arriva la sconfitta più imbarazzante della storia del club, a Firenze, e si chiude il mercato il giorno dopo senza battere colpo. Sulla fascia destra si fa a gara a chi fa peggio, con Florenzi e Karsdorp che quando sono in campo fanno uno rimpiangere l’altro. Un’ala destra che manca da due anni, ancora va rimpiazzata la cessione di Salah. Dall’avere in rosa due portieri giovani e tra i più forti al mondo si passa ad avere un 29enne alla prima esperienza nel calcio che conta. Però a pagare è Di Francesco.

Non osiamo immaginare la rabbia che possa provare il tecnico abruzzese, privato sel suo progetto più ambizioso, costretto a mettere la faccia per mascherare il buio che l’ha fagocitato. Ma purtroppo è andata così. Resta il lavoro che ha fatto, il sogno che ha fatto vivere ad una tifoseria che da tempo non viveva certe emozioni. Come ha detto De Rossi, quello che ha fatto in Champions rimarrà suo per sempre. È brutto concludere così, con un senso di impotenza immanente. Ma la vita il più delle volte è questo, pagare colpe che non sono le proprie.