El Kun“. Il soprannome più unico e probabilmente iconico del calcio dei nostri giorni. Impossibile non conoscerlo e ancor di più non chiamarlo così, dimenticando spesso e volentieri il suo vero nome. Sergio.

In Argentina, del resto, il nome d’arte è un canonico battesimo che segna la vita dei calciatori. Ogni attimo è decisivo e vissuto all’insegna di esso, imprescindibile nell’identikit dei futuri campioni sudamericani. Il cartone giapponese “Kum Kum il cavernicolo” di cui andava matto in quei soleggiati pomeriggi in quel di Buenos Aires segna il suo destino, la sua favola. Come la facilità con cui vive e regala le emozioni più pure e cristalline che il calcio può creare nel cuore della gente.

Il figlio di Eucalyptus che ha coronato il sogno di un’intera generazione. Il successore predestinato da Diego Armando Maradona, suo parente di sangue e speranze calcistiche. La storia di un infinito campione che non smette mai di sognare, il racconto di Sergio “El Kun” Agüero, il Diez di oggi.

I PRIMI PASSI VERSO IL SOGNO

Il prologo di questa storia conduce in quel di Buenos Aires, la città più calda del pianeta quando si vive esclusivamente di calcio come lui. La generazione di cui il piccolo Sergio fa parte fin dall’inizio è quella dei giovani sognatori in cerca solo di un pallone da mettere in rete, spesso caduti in un destino crudele e avverso. 5 fratelli, 2 cugini e una famiglia travagliata insieme a lui, nel tipico casolare argentino dei sobborghi della “Parigi del Sud America“.

La baraccopoli di Eucalyptus, meglio nota come la “capitale della coca“, lo vede muovere i primi passi. “Entriamo e usciamo alla svelta, altrimenti saranno davvero guai“. Queste le parole di Mencho Balbuena, uno dei primi allenatori del Kun, ad alcuni giornalisti del “Sun” in occasione di un’intervista. Il lato oscuro di una città pulsante che a molti non lascia scampo. All’inizio i suoi genitori lo facevano addirittura giocare per squadre che garantivano il pagamento in contanti ad ogni partita, per far quadrare meglio i conti.

Ma dall’oscurità si può risorgere, con la luce del talento e della determinazione. La società del pueblo, l’Independiente, non impiega troppo tempo ad accorgersi del ragazzo e delle sue doti da predestinato. Dirà di lui Eduardo Gonzales, suo primo allenatore:

“Quando aveva 8 anni andai a vederlo giocare. Rimasi davvero impressionato. Era un bambino speciale, danzava con la palla al piede e dribblava con facilità anche i ragazzi più grandi di lui. Il padre Leonel era circondato da spacciatori. E’ stata davvero dura per il Kun.

I genitori degli altri ragazzi si infuriavano perchè lui si allenava solo una volta a settimana, ma io sapevo che lui stava giocando nella baraccopoli per guadagnare qualche soldo per la sua famiglia”.

Il percorso nelle giovanili dei “Los Diablos Rojos” dura 6 lunghi anni. La selvaggia gavetta di un club come l’Independiente non lascia compromessi: o ne esci da campione o accetti il fallimento che ne segue. Ed esordire in prima squadra a 15 anni e 35 giorni contro il San Lorenzo può voler dire una cosa sola. Sergio Agüero è un predestinato anarchico che non ha paura di osare. Osare a toccare l’intoccabile, come il record di più giovane calciatore ad esordire nella Primera Divisiòn argentina, soffiandolo a un certo Diego Armando Maradona.

I 23 gol in 54 presenze segnando l’inizio di una storia straordinaria.

L’ATLETICO E IL CITY: STORIE D’AMORE PURO

Quando il destino chiama, Agüero risponde. E quando il Club Atletico de Madrid investe 25 milioni pur di averlo, qualcosa vorrà pur significare. Il Kun approda nel 2006 nel calcio che conta, salutando “l’Estadio Libertadores de América“, il teatro dei sogni a tinte biancorosse, con un arrivederci, ci rivedremo un giorno.

La prima stagione spagnola non è particolarmente esaltante. 7 gol in 42 presenze, ci si chiede se si stia davvero parlando di Sergio Agüero. Il cosiddetto anno dell’ambientamento, insomma. Il numero che porta sulle spalle è quello dei Diez da immortalare nei cuori e nella leggenda dei Colchoneros. Seconda punta al servizio del Ninho Torres prima, bomber al fianco di Diego Forlan poi. I due furono mentori imprescindibili nella disciplina dell’attaccante di razza che stagione dopo stagione è diventato. Una crescita infinita la sua a suon di magie al “Vicente Calderon” che lo ha visto diventare grande.

La fantasia subordinata al talento e a una grinta infinita gli ha permesso di segnare 101 gol in 234 presenze. Chapeau.

Ma i numeri non bastano a spiegare appieno le emozioni nel calcio. La finale di Europa League del 2009 contro il Fulham è un esempio all’altezza. Oltre 20mila Colchoneros impazziti al “Volksparkstadion” in quel di Amburgo per la vittoria europea. Forlan fu l’eroe della serata, ma Agüero dimostrò in quell’incontro che era destinato a un palcoscenico più importante di quanto l’Atletico potesse offrirgli in quell’era calcistica. Il club madridista, infatti, concluse quella stagione al nono posto.

Nel 2011 Sergio compie il definitivo salto di qualità. Il vice-capitano dei biancorossi passa per 45 milioni al Manchester City.

Quella Premier League che pone al centro del gioco forza fisica e tenacia storce il naso a una prima punta come lui (172 centimetri è una statura relativamente bassa rispetto alla norma delle prime punte inglesi). Ma queste sono solo chiacchiere da bar di chi ama speculare su ciò che non conosce. Coi Citizens vince tutto quello che l’Oltremanica può offrire: 3 Premier League (di cui la prima vinta all’anno dell’esordio in maglia azzurra), 2 Community Shield e 4 Coppe di Lega inglesi. La volontà dei piani alti in quel di Manchester di portare a casa trofei si sposa perfettamente col destino del Kun, all’insegna del gol.

161 gol in 232 partite di campionato inglese fin qui, 224 reti in 327 apparizioni in totale con gli inglesi. Che altro aggiungere? La via che conduce al cuore dei tifosi passa per un solo cammino: quello del gol, che Agüero non ha mai fatto mancare. Ma alla base dei trofei e dei numeri c’è molto di più di un “semplice” bomber.

UN NOVE CHE INDOSSA LA DIEZ

La “banalità” del gol. Un concetto astratto e impensabile per gli amanti del fondamentale di questo gioco. Segnare è l’anima e lo scopo di questo sport, e alcuni campioni vivono nella sua ossessione e ricerca al punto da abituare i tifosi alla realizzazione. “Semplice” come archiviare una pratica, insomma.

Agüero, del resto, ha impiegato solamente 7 stagioni per diventare il miglior marcatore di sempre della storia del City. A premiarlo per il record c’era la nipote di Eric Brooks, il recordman precedente. Quell’Eric Brooks che nel 1939 segnò il suo 177esimo gol in 13 stagioni. Solo la Seconda Guerra Mondiale bloccò la sua marcia alla rete.

Un camaleontico Diez. Una definizione azzeccata per le sue doti. In questi 9 anni in Inghilterra il Kun ha davvero segnato in tutti i modi e in tutte le salse. Il connubio perfetto di più posizioni in campo, la sintesi azzeccata di più fasi e stili di gioco subordinate alla ricerca del gol. Farsi trovare in area di rigore, smarcarsi fra le linee, prendere palla dalla trequarti cimentandosi nel dribbling… qualunque sia la situazione da affrontare il suo approccio non cambia. Una prima punta “tradizionale” con lo sguardo verso il futuro del ruolo, con una freddezza e una qualità che gli permettono di scegliere sempre la soluzione più intuitiva, quella più immediata.

Il talento subordinato a un’apparente semplicità. Sergio, infatti, fa davvero sembrare tutto semplice, quando in realtà lo studio, la concentrazione e la pragmaticità di fronte alle varie situazioni sono la base che va a braccetto con un talento più che naturale.

Che sia un tiro a giro…

…una percussione palla al piede a entrare in area…

…o una magia ad arrivare davanti al portiere e batterlo con freddezza il risultato non cambia. Sergio Agüero vive per il gol. Straordinario, ma non sorprendente, dal momento che tutti i suoi gol sono costruiti nella “logica” del talento e della fantasia calcistica.

Agüero è tutta azione“. Un’espressione che sintetizza il suo stile di gioco: mai fine a se stesso, mai condito con una giocata spettacolare a sottolineare ulteriormente il suo talento, mai soggetto all’eleganza per divertire e basta. Per quello è sufficiente la sua corsa e il suo piede, verso la rete avversaria. Il suo scopo, del resto, è uno solo: segnare, il resto non conta.

IL FUTURO DEL KUN

Il ragazzo nato e cresciuto in quel di Buenos Aires ce l’ha fatta. Ha coronato il sogno di una generazione di giovani che aspirano a rincorrere il pallone nel segno della gioia e del riscatto nella vita.

Ma ai sogni non si può mai rinunciare. Essi sono una realtà sempre più in divenire, che si costruisce giorno dopo giorno, e devono subordinarsi alla volontà degli individui. Quella del Kun, senza dubbio, è non smettere di vincere, di segnare, di dare un calcio al pallone e a una vita che gli si prospettava avversa, ma che a furia di talento e determinazione ha saputo sconfiggere, verso l’Olimpo del pallone che non smette tutt’oggi di rincorrere.

La prospettiva del presente è continuare a vestire la maglia dei Citizens. Quella del futuro solo lui può saperla. Coronare il sogno di ritornare nell’Independiente che lo rese uomo, rivestire la maglia di quei Colchoneros che lo riabbraccerebbero col più puro e sincero dei calori. Agüero, dopotutto, si è fatto amare e apprezzare ovunque abbia giocato e incantato.

È la pasta di questi giocatori che li rende unici, amati, dei veri Diez in tutto e per tutto.