Un’Inter che cambia (ogni sessione di mercato nei giocatori e con cadenza più elastica negli allenatori) per non cambiare mai. Come ogni anno parte bene, ma alla prima batosta, o poco prima di Natale, la squadra perde personalità, grinta e voglia di vincere. Con questo fanno sempre più fatica a convivere i tifosi interisti, obbligati moralmente, da anni, ad anni di magra dal punto di vista sportivo. Una monotonia che alla lunga sgorga in noia, rassegnazione.

DNA

Avanti Cristo e dopo Cristo. Dalle stelle alle stalle. Prima e dopo. Chiamatela come volete, ma la frontiera segnata tra l’ultima Inter capace di portare a casa almeno un trofeo (stagione 2010-11) e la squadra delle ultime annate sembra un confine fin troppo tracciato nella storia nerazzurra. Un solco tanto profondo quanto le lacune che la squadra, avanzata in questi anni nei giocatori ma meno in atteggiamenti e parvenze collettive, ha dimostrato di patire oggi come ieri.

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L’annata successiva al Triplete, l’Inter del subentrante Benitez si aggiudica la Supercoppa Italiana e il Mondiale per Club. Esonerato lo spagnolo a metà campionato, con Leonardo i nerazzurri vincono la Coppa Italia: è l’ultimo trofeo della loro bacheca

Eliminazione. Umiliazione. A volte una la conseguenza dell’altra, ma non sempre. La più recente esclusione – e degradazione – è fresca di coppa europea: zero goal inflitti all’Eintrach Francoforte, una rete subita, con conseguente passaggio ai quarti di Europa League a favore dei tedeschi. La squadra di Hütter, di cui tutto si può dire di buono tranne che abbia una delle migliori difese d’Europa, ha saputo speculare benissimo sugli errori avversari, troppi per potersi giocare – ancor più che meritare – la qualificazione. La verità è che l’Inter è apparsa molle, inconsistente, per lunghi tratti impotente proprio nel momento clou della stagione.

La ricerca di un livello di gioco, che dovrebbe esibire normalmente, tarda ad arrivare. O almeno, arriva ma sparisce subito, mostrata solamente ad intervalli più o meno regolari. Sembra che le caratteristiche dell’Inter non possano supportare il lungo periodo. Non proprio il massimo per una squadra che per blasone dovrebbe, così come per possibilità societarie potrebbe, ambire con continuità ad alti livelli.

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A proposito di gioco. E’ proprio l’Inter di Gasperini, un signor allenatore che ha avuto l’occasione di dimostrare tutte le proprie potenzialità e proposte di gioco in piazze meno nobili, una delle prime ad aver testato, nell’era post Triplete, la poca pazienza di Moratti, che ha così aperto il ciclo degli anni a seguire: ben 9 allenatori che in queste ultime nove stagioni non sono riusciti a rinverdire la bacheca nerazzurra

LIMBO

Forse per inerzia, forse per voglia, il salto di qualità l’Inter non è mai riuscita a farlo. Un po’ come l’inetto di Italo Svevo, incapace di vivere pienamente: ad un metro dal traguardo, tutte le rose dell’Inter di queste stagioni si sono sentite inferiori nei confronti dei propri compiti. Più nolente che volente, quasi fosse una questione di indole, perché il desiderio e il sostegno della piazza è sempre stato ai massimi livelli. Non hanno certo aiutato le difficoltà societarie, che di questi anni hanno avuto sede nella triangolazione Milano, Indonesia e Cina, tra Moratti, Zhang e Suning.

La fragilità societaria come pilastro cardine di un processo virtuale, dove le sue azioni sono state causa delle gesta dei lavoratori al di sotto della scala gerarchica del mondo del calcio. Ma anche effetto, perché le stesse azioni di allenatori e giocatori hanno innescato le decisioni di presidenti e dirigenti. Un dare e avere che ha rovinato tanto l’immagine di sé stessi quanto il bene del collettivo. E ne è uscita a pezzi, l’Inter, già di per sé friabile a livello mentale.

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L’Inter sembra vivere costantemente nel limbo che separa esattamente a metà il “mondo virtuale” della carenza d’impegno da quello della mancanza di mezzi

Erronea gestione del momento. Di sé stessi, dei giocatori, incapaci di mettere il bene comune della squadra davanti al proprio, di nascondere l’ego diventando l’ago della bilancia dell’equilibrio nerazzurro. Degli allenatori, certo, ma soprattutto della società, incapace di trovare le giuste contromisure ai problemi sorti durante le stagioni. Nelle responsabilità del singolo e del collettivo vi è il punto in comune del caso Icardi, nato nei tempi sbagliati e cresciuto nei modi ancor più scorretti. E poi, come in caso di valanga, cade un sassolino e tutti gli altri lo seguono.

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Tutto ciò che l’Inter faticosamente crea, sembra scomparire dopo il primo passo falso. E’ normale quando le basi sulle quali si costruisce non sono così tanto solide da permettere il salto definitivo. Il motto “mattone dopo mattone” i nerazzurri sembrano sostituirlo con “fallimento dopo fallimento

Scarsa consistenza, dicevamo. Nella mentalità, certo, ma anche nelle responsabilità. Tutti gli allenatori dell’Inter in questi anni di progetti falliti hanno pagato pegno. Non tutti i dirigenti, tuttavia, tanto meno non c’è stata giustizia tra i calciatori. La società di Corso Vittorio Emanuele dovrebbe farsi due domande, ma ne basterebbe una, però con risposta: perché l’Inter alla prima difficoltà crolla?