91 punti, scaturiti da 28 vittorie, 7 pareggi e 3 sconfitte. 25 giornate in testa alla classifica, una stagione conclusa con il secondo miglior attacco del campionato (77 gol) e la seconda miglior difesa (29 gol subiti, meno di uno a partita). Un secondo posto che ha bruciato per mesi in quel di Napoli, una stagione condotta da Maurizio Sarri e vissuta per lungo tempo ad un passo dal sogno Scudetto. Eppure, alla fine, a trionfare è stata ancora una volta la Juventus, per la settima volta consecutiva.

Pensare di fare meglio era una vera e propria utopia, in pochi avrebbero avuto il coraggio di sedersi sulla panchina degli azzurri dopo una stagione del genere, perchè sostituire il mister toscano – oggi al Chelsea – non è cosa da tutti. Ma un allenatore del calibro di Carlo Ancelotti aveva bisogno di una sfida del genere: raccogliere il testimone per entrare in un gruppo capace di mostrare all’Italia il calcio più bello del campionato (forse, a tratti, anche d’Europa), era un grosso carico di motivazioni per un tecnico che ha vinto già in Italia, in Spagna, in Francia, in Inghilterra e soprattutto in Europa. 

Mettere mano ad una macchina dagli ingranaggi perfetti e ben oliati non è stata certo cosa da poco, ma il mister di Reggiolo è riuscito ad aggiungere qualcosa di “suo” a un Napoli che oggi risulta meno spettacolare, ma sicuramente più maturo.

LO SCHIERAMENTO

Sembrava difficile toccare il 4-3-3 di Sarri, che tanta qualità e spettacolarità aveva dato in queste ultime stagioni. Ancelotti non ha modificato del tutto il dogma del suo predecessore, ma si è limitato ad “equilibrare” le posizioni dei propri giocatori, spostando di qualche metro i principali protagonisti; per mesi si è parlato della nuova posizione di Hamsik, che avrebbe dovuto fare le veci del partente Jorginho nel ruolo di regista, ma in campo lo slovacco si è spesso comportato più da secondo centrale di centrocampo che da vero e proprio playmaker. Lo spostamento del terzo centrocampista in una zona più esterna del campo ed il conseguente abbassamento dell’esterno destro d’attacco (Callejón) hanno bilanciato la mediana, portandola a 4; a sua volta, l’esterno sinistro di attacco (Insigne) si è accentrato ed avvicinato all’attaccante centrale, dando vita ad una versione moderna del vecchio – e spesso bistrattato – 4-4-2.

La partenza di capitan Hamsik ha costretto Ancelotti a riportare Fabián Ruíz nel suo ruolo originario di centrocampista centrale, per sopperire alle geometrie perse con l’addio dello slovacco; Zielinski ha sopperito allo spostamento dello spagnolo, occupando ed interpretando ottimamente il ruolo di “falso esterno” della linea a 4, sebbene il centrocampo del Napoli abbia perso un po’ di qualità nel palleggio. Da questa situazione, il giocatore che ne ha giovato è stato Diawara, rimasto l’unico vero regista della squadra.

Ciò che è rimasto quasi del tutto invariato è rimasto il reparto difensivo: fino all’infortunio di Raúl Albiol, a guidare la difesa c’erano lo spagnolo e l’onnipresente Koulibaly, mentre si sono alternati sulle fasce Hysaj, Malcuit (che è molto cresciuto nel corso della stagione), Mario Rui e il rientrante Ghoulam.

FASE OFFENSIVA

Quello che in Inghilterra è stato ribattezzato SarriBall prevedeva una ricerca ossessiva del possesso palla dal basso, raramente era concepita l’idea di alzare il pallone, tantomeno per andare alla ricerca di un lancio lungo alla ricerca della profondità; con Ancelotti è stato modificato parzialmente questo approccio, dato che il possesso fin dalle retrovie è rimasto, ma si cerca di far arrivare il pallone sull’esterno mediante due differenti vie: nel primo caso il palleggio della difesa, in caso di pressing avversario, avviene con il portiere, i due centrali e uno dei due terzini (normalmente il destro). Il terzino sinistro sale e prende campo, sfruttando la zona lasciata libera dall’esterno di centrocampo che va ad occupare uno spazio più centrale; a quel punto arriva un cambio di gioco da parte del terzino destro – o comunque un lancio di uno dei centrali, o addirittura dello stesso portiere – che va alla ricerca del terzino sinistro, che dialogando con l’esterno può creare la superiorità numerica contro il difendente di fascia avversario.

Quando il pressing avversario non è particolarmente alto, possono cercare il lancio già i difensori, o addirittura uno dei centrocampisti; se la pressione è più forte, è addirittura il portiere a impostare

Non si vuole togliere niente a quanto di buono fatto da Maurizio Sarri, ma viene modificata semplicemente un’attitudine troppo ferrea e rigida, che molto spesso dipende da un compito preciso e determinato per ogni singolo giocatore; Ancelotti è andato alla ricerca di una maggior efficacia, scaturita da alcune piccolezze aggiunte al grandissimo lavoro di Sarri, semplici e che potessero arricchire la già presente qualità del Napoli. Il possesso palla rimane la base della costruzione dei partenopei, ma viene aggiunta la verticalità che spesso mancava nei momenti decisivi.

Allan non subisce la pressione del centrocampo avversario, ed è libero di cercare il lancio in verticale su Insigne. Un’alternativa all’ossessivo possesso palla di Sarri, e la ricerca di una verticalità immediata

Allo stesso modo, l’acquisto di un terzino destro di spinta come Kevin Malcuit ha permesso di poter arricchire le già tante armi offensive del Napoli, potendo sfruttare maggiormente la catena di destra, che in precedenza era utilizzata quasi esclusivamente con i tagli verso l’area di José María Callejón.

Molto interessante rimane il lavoro offensivo nella metà campo avversaria, dove il Napoli mantiene i suoi tratti “sarriani” con scambi stretti e veloci, ma c’è una maggiore ricerca del fondo, dove i cross possono diventare preda di un attaccante d’area quale Arkadiusz Milik, un giocatore che specialmente nell’anno passato è mancato molto al tecnico toscano. Detto del lavoro delle catene esterne e della ricerca del cambio di gioco immediato per sfruttare la superiorità numerica nel minor tempo possibile, il Napoli riesce con Ancelotti a sfruttare maggiormente la velocità e l’immediatezza dei suoi attacchi, andando a cercare Insigne in una posizione più centrale e dunque più vicina alla porta; avere un giocatore delle sue qualità in una porzione di campo meno esterna, non solo lascia spazio sugli esterni per terzino ed ala, ma aumenta le zone di rischio per gli avversari. Solitamente Insigne partiva dall’esterno sinistro per rientrare sul suo devastante piede destro, mentre oggi occupa un ruolo nel quale ha più libertà di svariare, può avvicinarsi alla mediana per palleggiare, e costringe molto spesso le difese avversarie a dover utilizzare uno dei due centrali per occuparsi della sua marcatura.

Insigne parte dal centro sinistra e non più dalla fascia (si vede infatti Zielinski che occupa una zona più laterale): a seguirne il taglio in area non è il terzino, ma il centrale (Pezzella), che subisce il movimento in area del numero 24

La presenza a fianco di Insigne di uno tra Milik e Mertens cambia ovviamente gli scenari offensivi: il polacco riesce a dividersi tra la fase di palleggio e quella di occupazione fisica dell’area, quella tipica del centravanti, mentre il belga riesce a lavorare maggiormente sui dialoghi palla a terra e sulla partecipazione al gioco corale. Rispetto a quanto visto con Sarri, Mertens perde spazio con la presenza più centrale di Insigne, che sì lo favorisce negli scambi stretti, ma che allo stesso tempo gli toglie profondità e possibilità di agire da falso nueve.

FASE DIFENSIVA

Il Napoli in fase difensiva ha sempre sofferto sulle fasce: l’anno scorso proprio dalle parti di Hysaj e Mario Rui (che ha dovuto sopperire tutta la stagione all’assenza di Ghoulam) sono arrivati i pericoli più grandi per la retroguardia partenopea. Non è un caso, infatti, che Ancelotti abbia strutturato il suo nuovo 4-4-2 anche in questa ottica, cercando di dare maggiore copertura in fase di non possesso ai due lati della sua difesa; Callejón e Zielinski – più di Fabián Ruíz che ora ricopre il buco lasciato da Hamsik in mezzo al campo – si abbassano andando a dare manforte ai due terzini, evitando le scorribande avversarie.

Milik e Insigne coprono le linee di passaggio a disposizione dei centrali del Liverpool, mentre i quattro di centrocampo si allineano e stringono la loro posizione per evitare imbucate centrali

Ma come accadeva anche nell’era Sarri, il Napoli non si limita ad aspettare gli avversari: la fase di pressing viene maggiormente bilanciata nei 90′, ma avviene sempre con movimenti premeditati e viene mossa in maniera perfettamente organizzata; uno dei due attaccanti normalmente si sacrifica in fase di non possesso, andando a pressare i due centrali, mentre l’altro si occupa della marcatura del regista principale della squadra avversaria. I due terzini sono pressati dai due esterni, che occupano una posizione di copertura verso l’interno, per orientare rapidamente il possesso avversario verso l’esterno, dunque in una zona di campo meno pericolosa. Sulla mezzala andrà in pressione uno dei due centrali di centrocampo, preferibilmente non il regista (Allan in quest’ottica è un lusso che poche squadre in Europa possono permettersi).

Contro un centrocampo a 3 come quello del Liverpool, Henderson viene preso da Milik, Callejón stringe la sua posizione e si francobolla a Milner (mezzala sinistra) e su Winjaldum accorcia un centrocampista (in questo caso Hamsik). Su Alexander-Arnold si lancia immediatamente l’esterno sinistro (Fabián)

Il più grande cambiamento apportato da Ancelotti non è tanto nelle posizioni o nel modulo, quanto nella varietà nel difendere. Se in precedenza con Sarri si tendeva a ricercare continuamente il pressing e la transizione da dover compiere nel minor tempo possibile, l’ex tecnico del Milan punta su un’alternanza attesa-immediatezza; saper difendere in diversi modi permette al Napoli di evitare ciò che accadeva l’anno passato, ossia rischiare di mandare a monte tutto il lavoro difensivo, nel caso in cui un uomo andasse “perso” in un tentativo di pressione andato a vuoto.

Il principale input dato dal tecnico di Reggiolo è proprio questo, cercare di limitare le imbucate centrali compattando al meglio le linee, in modo tale che i pericoli più grandi vengano orientati sull’esterno. La perdita di un uomo nella fase difensiva “sarriana” significava spesso “distruggere” tutto il sistema difensivo – costruito egregiamente dal tecnico del Chelsea, un maestro in questo – e crearsi rischi evitabili; la maggiore accortezza ed una malleabilità difensiva più elevata ha dato al Napoli una maggior solidità, permessa da una distribuzione dei giocatori in campo più matura e meno anarchica. 

Ciò che invece riusciva perfettamente nel Napoli di Sarri, e che è dunque stato a malapena toccato da Ancelotti, è il comportamento della linea difensiva: eccelsa la capacità della retroguardia azzurra di alternare con velocità e attenzione lo scappare in fase di palla scoperta, e l’accorciare in caso di palla coperta. Avere un difensore veloce e fisico come Koulibaly permette inoltre di poter affrontare qualsiasi tipo di attaccante in fase di 1 vs 1, anche i più veloci.

I difensori scappano all’indietro mentre Mané corre verso la porta; anche Hamsik arretra velocemente, mentre Allan è l’unico che accenna un movimento che vada quantomeno a rallentare la corsa del senegalese

La classe di Ancelotti, quella per la quale De Laurentiis ha fatto carte false, sta in tutto questo: per migliorare una squadra quasi perfetta, non c’è obbligatoriamente bisogno di “rivoluzionare”, ma basta riuscire a “normalizzare”, a “perfezionare” un sistema di gioco già fruttifero e soprattutto godibile per i tifosi. Mantenere un bel gioco era cosa abbastanza semplice, dato che le basi lasciate da Sarri non erano niente male, ma riuscire a rendere più solida ed “europea” una squadra come il Napoli è impresa che sarebbe riuscita a pochi.

E forse è proprio merito di Ancelotti se il Napoli si candida fortemente come candidata alla vittoria dell’Europa League.