È il 31 Marzo del 1996 quando, nel mercato della discografia mondiale, Michael Jackson, recordbreaker e hitmaker, irrompe con il suo nuovo singolo They don’t care about us”. Melodicamente ineccepibile, questa canzone è passata alla storia non solo per il suo impareggiabile flow ma anche per il suo forte e melodico grido di protesta contro l’incurabile piaga della discriminazione. Come sovente capita per ogni pezzo destinato a diventare una hit, anche per questa canzone ciò che rimane più impresso, sia per l’ascoltatore medio che per quello attento, è il ritornello. All I wanna say, that they don’t really care about us(trad. Tutto ciò che voglio dire è che a loro non importa nulla di noi) è un grido di denuncia iconico, una frase intramontabile che l’uomo comune ripete in loop nella sua testa, trasponendola in disparate situazioni in cui sente la mancanza di attenzione da parte di qualcuno o di qualcosa.

Nel viaggio nel tempo offertovi da Numero-Diez, il programma del tragitto prevede che l’anno rimanga lo stesso ma che la destinazione cambi: la bussola, infatti, ora punta a qualche migliaia di chilometri più in basso verso la Colombia, più precisamente al Dipartimento de Choco. A Quibdò, infatti, capoluogo della regione, c’è un ragazzino di 10 anni che balza alla nostra attenzione e che, in un certo senso, è legato al re del pop. Prende il nome dal cognome del cantante ma il casato, come usanza, è dato dal Papà, ammiratore spassionato di Mike. Questo giovinetto, giocherellone e spensierato, che di nome fa Jackson Martinez non avrebbe potuto minimamente immaginare che, 22 anni dopo, il celebre ritornello citato prima avrebbe potuto riassumere perfettamente il suo destino.

Un giovane Jackson Martinez al suo primo anno all’Independiente de Medellin.

Il bomber colombiano, infatti, salito alla ribalta europea e mondiale con la maglia del Porto e della sua nazionale, dopo un’importante ascesa nell’olimpo del calcio, da qualche anno è bruscamente precipitato nell’oscuro e spigoloso baratro del declino. Una caduta rovinosa, dovuta ad un pericoloso mix di sfortuna e scelte avventate da cui Jackson sta cercando strenuamente di rialzarsi. Un famoso proverbio recita che “si torna sempre dove si è stati bene” ed in questo senso il Cafetero sembra aver capito la lezione. Dopo la ricca avventura orientale al Guanghzou Evergrande e due anni di inattività, il ragazzo di Quibdò,a 32 anni, è tornato nella sua patria calcistica: il Portogallo. È ripartito dalla Portimonense, la sua seconda chance personale per cominciare e terminare in bellezza il secondo tempo da calciatore ma, soprattutto, per uscire da quell’angusto e tenebroso luogo chiamato dimenticatoio.

Da Choco a Medellin, fino ad arrivare ad Oporto e Madrid: Numero-Diez airlines, quest’oggi, vi condurrà alla scoperta delle tappe della vita e della carriera di uno dei più devastanti attaccanti della terra del caffè, Jackson Martinez.

EL ORGULLO DEL CHOCO

In questo angolo di mondo sperduto dove la selvaggia giungla convola a nozze con l’oceano pacifico, vi è ancora la netta sensazione di essere rapiti dalla vera essenza del Sudamerica. Il Choco è una regione poverissima in cui vi è una forte comunità afro-americana, dimenticata dai poteri forti e dal governo. Nonostante la cornice non sia delle migliori, il quadretto di questa terra rappresenta un popolo felice, i cui comandamenti basilari sono sostanzialmente tre: sorridere, fare sport e ballare. Cresce in questa regione e con questi tre dogmi fissi in testa, il piccolo Jackson Martinez, figlio di Orlando, corazon Chocoano e con un passato, poco fortunato, da futbòlista nel Bogotà. Nel cortile della loro casita, a poche centinaia di metri dall’aeroporto della città, Jackson trascorreva intere giornate ad affinare la sacra tecnica del palleggio con qualsiasi cosa gli capitasse a tiro: dalle palline da tennis, alla carta appallottolata fino ad arrivare alle teste delle bambole delle sue sorelle. Ai rimbalzi sonori della pelota de fùtbol, spesso, Jackson sovrapponeva i sordi rumori del pallone da basket, suo amore platonico e sport della vita.

Le speranze recondite verso la palla a spicchi vennero definitivamente abbandonate dal ragazzo di Quibdò quando prese consapevolezza che, forse, la pallacanestro non sarebbe stata la nave più sicura da prendere per portare la sua famiglia fuori dalle acque della povertà. La svolta calcistica nella vita di Jackson, tuttavia, arrivò anche grazie ai nonni materni: il nonno Salómon, infatti, lo iscrisse per primo alla scuola calcio de la Paternal, dove venne notato da mezza Colombia, mentre la nonna fu la mecenate che gli prestò i soldi per trasferirsi a Medellin, dove avrebbe sostenuto un provino con l’Independiente. Soprannominato, da subito, El Mudoper la sua timidezza, il giovane Jackson era tanto silenzioso fuori dal campo quanto loquace sotto porta: la valanga di goal segnati nelle giovanili, infatti, erano inarrestabili grida del suo talento, tanto potenti che arrivarono sino alle orecchie, ma soprattutto agli occhi, dell’allenatore della prima squadra.

Un suo gol ai tempi dell’Independiente: da notare il terzo tempo con cui stacca, tipico da giocatore di basket. Le sue iniziali son JM, quelle del più grande giocatore di basket di sempre, MJ. Coincidenze?

Fu definito un pazzo Pedro Sarmiento, allora allenatore dell’Independiente, quando mise in campo questo ragazzetto di 18 anni troppo magro, debole e poco strutturato: Jackson, infatti, non era ancora quello statuario e scolpito bronzo con l’istinto del gol. Come un bocciolo di Orchidea, il suo talento sarebbe sbocciato e cristallizzato qualche anno più tardi: nel 2008, quando arrivò in doppia cifra e nel 2009 quando il suo contributo fu fondamentale per la conquista del titolo. Ancora acerbo e bisognoso del calcio sudamericano per crescere rigoglioso, il talento di Jackson Martinez si trasferì in Messico al Jaguares, nonostante la ricca offerta dei coreani dell’Ulsan. Nella terra del Tricolor si rese protagonista con 28 reti in 58 partite che accrebbero la sua fama di bomber. Da grandi gol derivano grandi interessi: il proverbio rieditato e modificato esprime perfettamente come i fari dell’Europa si accesero, definitivamente, su Jackson Martinez.

Jackson Martinez esulta dopo uno degli innumerevoli goal con la maglia del Jaguares. (Photo credit should read LUIS ACOSTA/AFP/Getty Images)

Più luminosi e abbaglianti degli altri furono le luci del Porto che attrassero come una falena in una notte d’estate, l’interesse di Jackson e della sua famiglia: i Martinez al completo, nel luglio del 2012, presero un charter direzione Portogallo. Il sogno e l’obiettivo di giocare in Europa era stato raggiunto: Jackson era riuscito a condurre la sua famiglia fuori dai turbini della povertà e a portarla in acque tranquille.

LA VIA DELLA SETA DI JACKSON MARTINEZ

Nell’arco dei vari periodi storici susseguitisi nel tempo si posizionano, per ogni determinata epoca, dei personaggi che hanno lasciato testimonianze rilevanti a livello artistico, letterario o inventivo, che hanno contribuito a farli passare alla storia. Senza ombra di dubbio, un membro onorario di questa particolare elite, è Marco Polo: il celebre mercante veneziano è passato alla storia come uno dei primi scopritori della cultura orientale e, in particolare, della Cina. Il tragitto da lui compiuto, per raggiungere il celebre paese del Sol Levante transitò attraverso l’iconica Via della Seta, un tortuoso percorso che partendo da Venezia e proseguendo per l’attuale Turchia e Armenia, giungeva sino in Cina. In questi ultimi anni, molti giocatori del panorama europeo e mondiale hanno deciso di emulare l’impresa di Marco Polo: come l’autore del Milione, essi hanno percorso la loro personale via della Seta partendo da diverse destinazioni europee ma con la bussola indirizzata verso la stessa direzione. Se il pioniere dell’Oriente era spinto da un forte senso dell’avventura, i calciatori sono sospinti più dai lauti guadagni orientali. Scendendo nel particolare, un membro di questi esploratori di pecunia è, per l’appunto, Jackson Martinez.

L’esagerata strapotenza fisica di Jackson Martinez in un colpo di testa. Sotto questo aspetto di certo non ha fatto rimpiangere Hulk.

Prima di avventurarci in questo capitolo della sua storia, tuttavia, è doveroso ricordare i suoi felici trascorsi europei. C’eravamo lasciati al suo sbarco a Oporto, nella bottega di Pinto da Costa, una vetrina di lusso in cui vengono valorizzati solo giocatori dal grande potenziale. Jackson, per cui il celebre bottegaio portoghese aveva speso 8,8 milioni di euro, era stato comprato per un fine ben preciso: sostituire il partente Hulk e non farlo rimpiangere. Conscio che certe occasioni sono da prendere al volo, Martinez recepisce il comando ed esegue: il primo anno con la maglia dei Dragoes segna 31 gol in 40 partite, conquistando a livello di collettivo il campionato portoghese ed a livello individuale il titolo di capocannoniere. Il difficile è ripetersi, dice un detto popolare, ma per la bestia colombiana questa frase sembra non esistere: al suo secondo anno, infatti, segna 29 gol in 51 partite mentre, al terzo, 32 reti in 42 presenze, laureandosi per tre volte consecutive miglior marcatore del torneo.

Cifre, come quelle appena citate, e prestazioni in Champions League come quella offerta contro il Bayern Monaco di Guardiola, accendono il naturale interesse di grandi club. A 28 anni, Jackson fiuta la possibilità di scalare un ulteriore step nella scala del successo verso una squadra di prima fascia. Ed in cima a questo assembramento di gradini si affacciano il Milan e l’Atletico Madrid: i rossoneri, intenzionati a cercare un’attaccante di prima fascia, sembrano puntare forte sul colombiano a tal punto che l’affare si dà quasi per ufficiale ma l’occhiolino dell’Atletico è ammaliante quanto decisivo nel conquistare il sì del giocatore. Il ragionamento in base all’apparenza, tuttavia, è spesso ingannevole: scegliere in base al presente, senza calcolare il futuro, non sempre paga e Jackson lo prova sulla sua pelle. Nei Colchoneros, realtà rodata e reduce da una finale, non riesce ad ambientarsi e con soli 3 gol in 20 partite è ai margini della rosa.

Jackson Martinez in una delle poche presenze con la maglia dell’Atletico.

L’offerta del Guanghzou Evergrande, club cinese dalle grandi mire, è un fulmine in un cielo già tempestoso che, tuttavia, rischiara le idee di entrambi: l’Atletico a fronte dell’offerta di 42 milioni avrebbe recuperato la cifra spesa mentre Jackson avrebbe potuto tentare una nuova avventura in una squadra che gli avrebbe concesso minuti ma, soprattutto, un ingaggio da 12,5 milioni di euro all’anno. Le cosiddette scelte di pancia, come detto prima, non pagano quasi mai: Jackson, infatti, volò in Cina, giocò 16 partite segnando 4 gol e si infortunò duramente alla caviglia. Il viaggio compiuto sulla sua personale via della seta partita da Madrid e giunta a Guanghzou, non cominciò al meglio. E proseguì peggio.

TOCCATO IL FONDO SI PUO’ SOLO RISALIRE

È una regola non scritta che si attiva, solamente, nel caso in cui chi è caduto nel baratro, sia dotato della forza necessaria alla risalita. È una grande verità che, tuttavia, presuppone che esista un limite chiamato fondo e che venga raggiunto, da una persona in particolare, per diverse ragioni: dalla sfortuna, a scelte sbagliate a errori marginali. Nel caso di Jackson Martinez il declino viene raggiunto, in terra cinese, a causa di un miscuglio di queste componenti appena citate. Se l’errore di venire in Cina è ormai appurato come grave scelta superficiale, l’incombere della sfortuna e della malasorte acquisiscono un ruolo fondamentale come guide nel sentiero del suo declino. Il grave infortunio alla caviglia, infatti, lo porta ad un lunghissimo stop forzato che a partire dal 26 ottobre 2016 perdura per due anni di fila e lo costringe ad un esilio forzato dai campi per più di 700 giorni.

Il maledetto infortunio alla caviglia con la maglia del Guanghzou. L’inizio della fine.

È in momenti come questi che ci si rende conto di quali siano le priorità della vita: oltre alla famiglia, risorsa costante per il colombiano, due componenti fondamentali da ritrovare erano la salute e la serenità. Se la forma fisica viene raggiunta grazie a cure e fisioterapia, la serenità mentale può essere ricercata facilmente nel passato e, più in particolare, in quelle realtà in cui ci si è sentito a proprio agio. Il Portogallo, sua seconda patria, in questo senso appare quindi la scelta più giusta: comincia un valzer di telefonate che vede come emittente lo stesso Jackson e come destinatari alcune società portoghesi quali il Porto, il Braga e lo Sporting Lisbona. I “no grazie” accompagnati da un “grosso in bocca al lupo” non fanno che gettare nello sconforto il colombiano che, a 32 anni, non riesce a intravedere la luce in fondo al tunnel. Quando ormai ogni speranza appare vana, ecco la chiamata del Portimonense, società di media classifica del campionato portoghese.

Jackson Martinez finalmente in azione con la maglia della Portimonense.

La seconda chance che appariva ormai impossibile è lì pronta per essere colta e Jackson non se lo fa ripetere due volte. Il treno in partenza da Portimao guidato da Mister Folha è quella possibilità in cui sperava da tempo: in questa realtà di periferia, infatti, libera dalle pressioni dalle grandi piazze Jackson ha il tempo e lo spazio di dimostrare che non è un calciatore finito. La partenza è quella tipica di un motore glorioso che va fatto ripartire: lento, macchinoso ma, una volta scaldato, è inarrestabile. Nel primo mese da titolare sono 4 i gol segnati, sin qui invece sono 8 totali impreziositi da tre assist e una fiducia ritrovata. Il colombiano è diventato inamovibile al centro dell’attacco e nonostante soffra ancora di forti problemi fisici, la titolarità ritrovata e l’entusiasmo dei tifosi fungono da potenti e fondamentali antidolorifici.

A nessuno importava più di lui dopo l’infortunio, a nessuno importava più di lui dopo essere finito nel dimenticatoio: due storpiature della celebre canzone di Michael Jackson che si addicono al colombiano e che hanno risvegliato in lui una consapevolezza nascosta sotto un velo di superficialità. Ora Jackson sa bene quali siano le sue priorità e sa che certi occasioni vanno sfruttate: la Portimonense pertanto è un appiglio da non lasciarsi sfuggire per risalire il pozzo del declino e per dimostrare, una volta per tutte, che i Chocoani sono guerrieri e che, nonostante tutto, non mollano mai.

Una compilation delle giocate più iconiche del colombiano, con la speranza che ritorni presto ad emularle.