Se si potesse imprimere la carriera di un calciatore su delle fotografie, quella di Juan Manuel Vargas diventerebbe una perfetta collezione di polaroid stile anni novanta. Dotato di un sinistro magico e velenoso al tempo stesso, El Loco, come viene chiamato in patria, fu uno degli esterni sinistri di maggior impatto nella nostra Serie A. Talento da vendere e capacità fisiche oltre il limite del comune prototipo di calciatore, fanno si che Vargas si avvicini molto di più alla supremazia fisica dei colleghi di ruolo degli anni ’90 rispetto al nuovo modello di terzino polifunzionale che si stava imponendo grazie all’ascesa del nuovo calcio di Guardiola. Cosa centrerà però Guardiola con un esterno peruviano persosi a causa di una cerveza di troppo e di una personalità troppo straripante?

ISTANTANEE CATANESI

Centra, eccome se centra: Guardiola e il suo Barcellona cambiarono il modo di vedere il calcio nella campagna europea culminata in una sera di maggio 2009: Leo Messi alzò al cielo la sua seconda coppa dei campioni, e il mondo si preparava alla rivoluzione del calcio di posizione, di quel Tiki Taka che negli anni successivi sarebbe diventato l’ideale a cui tendere per avvicinarsi anche solo per una notte a quel fantastico Barcellona. Vargas, a quel tempo appena trasferitosi alla Fiorentina, aveva dato spettacolo all’esordio in Italia con la maglia del Catania: due stagioni, la prima delle quali passata come terzino sinistro di spinta, concluse con 5 goal e 69 presenze che lo elessero a rivelazione del campionato. La forza fisica straripante che gli permetteva di aggirarsi come un ciclone (altro soprannome affibiatogli in patria: el Tornado) nella metà campo avversaria rendendolo immarcabile per la personalità di gestione della propria presenza fisica e tecnica. Per questo, e per la necessità di maggiore copertura nella fase difensiva, Zenga gli cucì addosso il ruolo di trequartista sinistro, al fianco di Spinesi e Mascara, grazie ai quali a Catania si gridò al miracolo sportivo. Ma allora, cosa centra Guardiola? Dicevamo delle Polaroid, quelle fotografie stampate istantaneamente dalla macchina che, prima in bianco e nero e poi a colori, necessitavano di qualche minuto per mostrare l’immagine in tutta la sua potenza. Proprio come successo all’evoluzione della fotografia in quegli anni, con una direzione digitale sempre più marcata e legata a una qualità tecnica sopravanzante le romanticherie fisiche della polaroid, anche il calcio stava abbandonando gradualmente la fisicità straripante degli animali da fascia che aveva caratterizzato il ventennio precedente. Vargas era una splendida specie in estinzione, un esterno tutto tecnica e forza che dei dettami tattici non sapeva che farsene perché grazie al suo calcio riusciva a indirizzare le partite dove meglio preferiva. In quell’estate passò alla Fiorentina di Prandelli per 12,5 milioni di euro. Uno sproposito per molti, almeno fino al goal dell’esplosione.

Il Catania dei miracoli: Vargas, Gomez, Mascara, Bergessio, Lodi e Maxi Lopez.

DEFLAGRAZIONE VIOLA

Sei stagioni alla Fiorentina (condite da un passaggio a vuoto al Genoa nella stagione 2012-2013) non si dimenticano facilmente. A Firenze,  alla data del suo arrivo, si preparavano agli anni più gloriosi dell’ultimo ventennio, caratterizzati dalla finale di Coppa Italia del 2014, dal ritorno in Champions League nella stagione 2009-2010 e alle semifinali di Europa League (allora Coppa Uefa) della stagione 2007-2008, ma Cesare Prandelli prediligeva la tattica, e Vargas iniziò a far fatica. Furono sei mesi complicati i primi a Firenze per il Peruviano: il tecnico faceva fatica a schierarlo sulla corsia di sinistra per via delle mancanze tattiche proprie di un tornado energetico che di difendere tatticamente proprio non ne voleva sapere, e i tifosi iniziavano ad addossargli le colpe del cartellino troppo oneroso pagato in estate. Ci misero un po’ entrambi, Prandelli da una parte e Vargas dall’altra, a capirsi, prendersi, comprendersi. Con Pasqual basso a sinistra però, la forza del peruviano potè scatenarsi a tutta fascia raggiungendo quell’apice di prestazioni che lo rendevano sì un terzino sui generis per il calcio di quel periodo storico, ma in grado di diventare terribilmente efficace grazie a una personalità fuori dal comune.

Questo il goal con cui, il 25 aprile 2009, Vargas spazza via la Roma al sesto minuto del match. Da qui la sua storia a Firenze cambiò decisamente.

Da quel momento Vargas trovò il campo con una continuità disarmante, arrivando ad un totale di 104 presenze e 12 goal con la maglia della Fiorentina e siglando anche 2 goal e 5 assist in Champions League, competizione nella quale la sua fisicità si esaltava a livelli inverosimili. Non è mai facile però fare i conti con il proprio talento: un dono che spesso e volentieri si è rivelato complesso da gestire per coloro che non erano in grado, per motivazioni varie e molto spesso riconducibili al contesto di vita e al passato dell’uomo, di reggere la pressione che il proprio stesso talento esercitava.
Nel dicembre 2010 Vargas venne estratto a fatica dai resti della sua supercar in Piazzale Michelangelo. Due anni dopo, nell’ottobre 2012, ubriaco, prese un aereo per tornare a Genova dal Perù, nell’unica stagione che fece in prestito al Grifone.

SCATTI DI UN SOVRANO

Non c’è rinascita senza catarsi però, e ad un anno orribile passato sulle sponde del Bisagno (20 presenze e nessun goal nel Genoa del 2012-13), Vargas rispose trascinandosi senza efansi al ritorno a Firenze dove i tifosi lo appellavano con un dispregiativo 66cl, inequivocabile soprannome figlio dei passati cullato – spesso – dall’alcool. Il ritorno, in una Fiorentina lontana dai fasti delle stagioni precedenti, coincide con un goal, l’ennesimo di una carriera basata su una forza fisica straripante e una condizione psicologica che gli permettevano giocate altrimenti mai nemmeno pensabili.
È il maggio 2014, si gioca la finale di Coppa Italia contro il Napoli e la squadra di Benitez è sopra di due goal. Dopo il goal di Insigne, Vargas si inventa un colpo dei suoi per il goal che fa risuonare fino a Santa Maria Novella la speranza di una città intera di riprendere la partita e ritrovare un potenziale campione persosi per le torbide strade dell’Io interiore.

Sempre quel sinistro terrificante a spiazzare gli avversari: il goal della speranza firmato El Loco.

POLAROID DALLA SPAGNA: IL BETIS

Come tutte le perturbazioni, anche quelle più forti hanno una fine. Vargas la sua la vide messa per iscritto nell’agosto 2015 quando, svincolato dal club che lo aveva amato e poi rigettato, scelse il Betis per ricominciare. La bellezza sadica dei tornadi, dei cicloni che invadono e distruggono tutto ciò che incontrano per la propria strada, è proprio la natura finita della loro forza. Un’esplosione di energia cinetica e fisica che, in un modo o nell’altro, è destinata a finire. La parentesi al Betis, due gli anni di contratto, uno quello effettivo, lo portò comunque a segnare due goal in venti presenze, mostrando come le due parti non potessero convivere: Vargas, giunto all’ultima fase della propria carriera, non centrava più nulla con il calcio europeo che si era ormai trasformato progressivamente grazie al guardiolismo imperante che, grazie ai suoi eredi blaugrana, proprio in quel maggio vide la MSN, il tridente formato da Messi-Suarez-Neymar, affondare in finale la corazzata bianconera della Juventus ancora dedita ad un calcio difensivo inadeguato per i tempi che correvano in quel momento. Svincolato nell’agosto successivo, Juan Manuel affrontò sette mesi di dura inattività, fino ad optare per un ritorno nel calcio che lo aveva lanciato.

UNIVERSITARIO DE LIMA: IL RITORNO A CASA

Non avevamo accennato al passato di Vargas pre Catania: il club siciliano lo acquistò dal Colòn che, l’anno precedente, lo aveva prelevato dall’Universitario, squadra di Lima con cui l’esterno aveva eseguito tutte la trafila delle giovanili. Il suo ritorno fu acclamato dai compatrioti come il ritorno di un eroe di guerra: la sua forza fisica in Perù è un diktat che non si può mettere in discussione e i sei goal messi a segno nelle 47 presenze a referto sono il simbolo di un focolaio ancora acceso nonostante le infinite vicissitudini che lo portarono, scarico e in sovrappeso di qualche chilo, al ritorno in patria. Il rinnovo del suo contratto, in scadenza nel novembre 2018, non fu nemmeno preso in considerazione dal tecnico Nicòlas Cordòva, che decise di non prolungare con l’esterno che, negli ultimi scampoli di carriera, ricopriva ormai il ruolo di centrale di difesa. Nel gennaio 2019 Vargas a 36 anni si trova, per la seconda volta, senza una squadra che voglia puntare su di lui. L’ultima polaroid della carriera lo ritrae però con la maglia con la quale è cresciuto, in mezzo a un campo dove la frase emblematica di una carriera risuona forte e chiara:

“Fui poco profesional a veces, lo sé.”

SE ACABO’

Una serie di polaroid che inseriscono un terzino degli anni novanta a cavallo tra le prime due decadi del secondo millennio: un tornado di forza e qualità tecnica condito da una personalità straripante. Dopo dieci anni di carriera, Vargas ci ricorda come anche le perturbazioni più forti, quelle che sembrano così impossibili da abbattere, prima o poi finiscono. In Perù un celebre detto recita che se si spera nella realizzazione di un miracolo, l’unica cosa da fare è recarsi in pellegrinaggio al Lago Titicaca: la storia di Juan Manuel finisce con un miracolo a metà, come quando si guarda una Polaroid prima che sia totalmente sviluppata, come quando un ciclone travolge una cittadina, ma poi si spegne senza creare scompiglio ulteriore.