“Questa gara è un campanello d’allarme”.

Le parole di Carlo Ancelotti nel post partita contro il Genoa parlano da sé. Perché quando l’antijuve per definizione degli ultimi anni, al San Paolo, in 11 contro 10, non riesce a vincere contro una squadra nel complesso decisamente inferiore tecnicamente come quella di Prandelli, qualcosa davvero non quadra.

I 20 punti di distacco da una Juventus di fatto già Campione d’Italia per l’ottava volta consecutiva, uniti a una mancata qualificazione agli ottavi di Champions League (i quarti di finale di Europa League, per carità, sono un traguardo di per sé prestigioso, ma dai partenopei ci si aspetta ben altro) parlano di una stagione ricca di rimpianti e di occasioni perdute.

MECCANISMI IN CADUTA LIBERA

“In questo momento difendiamo male e questo non ci permette di tenere il controllo della partita. Abbiamo lasciato troppo spazio ai loro attaccanti. Se difendiamo così a Londra sarà difficile, ma mancano quattro giorni e le cose si possono aggiustare. Dobbiamo tornare a fare le cose per bene dalla base e la base è la difesa“.

Ancora una volta le parole di Re Carlo tornano utili nell’analisi di questo Napoli. Contro il Grifone, del resto, i partenopei hanno mostrato la versione peggiore di sé: nonostante la superiorità numerica a causa dell’espulsione di Sturaro in campo, quantomeno nel primo tempo, si è vista una sola squadra. E non è stata di certo quella Azzurra. L’1 a 1 visto al San Paolo è figlio di una prestazione non all’altezza della squadra di Ancelotti, senza la dovuta concentrazione e con la testa (con ogni probabilità) già all’Europa League, direzione Londra.

Non si può dire che gli Azzurri non ci abbiano provato: il gol di Mertens e i 23 tiri in 90 minuti (di cui 9 verso lo specchio della porta) sembrano parlare di una sola squadra in campo. Alla quale, però, è mancato il colpo decisivo. Troppo lento il giro palla rispetto al solito, troppe le occasioni sprecate, nel segno della prevedibilità e della mancanza di fantasia tipicamente napoletana. Un fattore che da sempre accompagna le giocate di questa squadra.

I meccanismi, insomma, sembrano in caduta libera. A cominciare dalla difesa. Il muro difensivo eretto da sempre da un campione come Kalidou Koulibaly e compagni (Albiol e Maksimovic ad alternarsi nell’accompagnarlo) traballa come non mai. Una delle più grandi certezze del Napoli, se non forse la più grande, che sta venendo meno nell’ultimo periodo.

I partenopei, del resto, subiscono almeno un gol a partita da ormai un mese; l’ultimo clean sheet risale al 7 marzo, nel match d’andata degli ottavi di Europa League contro il Salisburgo. Da allora 10 le reti subite in 6 incontri. Troppe, quando ti chiami Napoli e aspiri alla grandezza.

Gli ingranaggi a centrocampo, poi, sembrano più arrugginiti che mai. Nel segno di una discontinuità evidente, che alterna buone prestazioni (come quella contro la Roma, in cui in mezzo al campo i partenopei hanno dominato) a serate sottotono e non all’altezza, come quella di ieri sera. Il centrocampo, insomma, non filtra ed è slegato, coi giocatori chiave che stanno mancando nel loro apporto alla causa.

Allan su tutti. Il brasiliano sta vivendo uno dei suoi periodi più negativi da quando veste la maglia Azzurra. Appena gli avversari accennano un pressing va in tilt. Un qualcosa che il Napoli “Allan-dipendente” come quello di Ancelotti non può certo permettersi. Il numero 5 in campionato ha saltato solo 3 dei 31 incontri, giocando più di 2200 minuti. La mancanza di un ricambio all’altezza sta incidendo come non mai sul suo rendimento, figlio di una stanchezza sempre più evidente del giocatore, che fatica nel ritrovare la lucidità nelle due fasi che l’ha sempre contraddistinto.

La catena di sinistra merita poi una menzione particolare. Perché se sulla fascia destra il Napoli può contare sulla continuità infinita di Callejon, lo stesso non si può dire di Lorenzo Insigne. Il Napoli, senza il suo “scugnizzo“, trova con più facilità la via del gol. La coppia d’attacco Milik-Insigne è la seconda più utilizzata da Ancelotti ma al tempo stesso la meno redditizia. Il tandem Milik-Mertens, rivalutato negli ultimi tempi, dà più garanzie sotto porta.

Le voci di mercato su una possibile partenza dell’attaccante con la 24, poi, non fanno certo il bene di una squadra che ha bisogno di ritrovarsi il prima possibile.

CERCASI MOTIVAZIONI

L’aspetto psicologico è un fattore che spesso nel calcio fa la differenza. Un elemento fondamentale e imprescindibile nell’economia del risultato, che per il Napoli vuole e deve portare alla vittoria.

Ma l’impressione che ne perviene è che al Napoli, quest’anno, è mancata la giusta dose di motivazione. In un campionato di fatto spaccato in due, con la Juventus a dominare su 19 formazioni non all’altezza del suo livello, il Napoli era chiamato ad un secondo posto obbligatorio. Una pratica che fino a questo momento è stata compilata, certo, ma non senza occasioni perse. Le sconfitte contro squadre come Empoli e Sampdoria e una lunga lista di pareggi hanno creato un divario clamoroso con la Vecchia Signora. I partenopei che l’anno scorso hanno conquistato 91 punti, battagliando fino alla fine contro i bianconeri, sembrano più lontani che mai.

Capitolo Europa: dopo la straordinaria annata in campionato dello scorso anno gli Azzurri, a fronte soprattutto del cambio di allenatore, erano chiamati ad un decisivo salto di qualità in Champions League. Ma il girone infernale con PSG e Liverpool non ha dato scampo ad un Napoli che si è dovuto arrendere all’ultima giornata in quel di Anfield.

L’ennesima occasione sfumata di un ottavo di Coppa dei Campioni che manca ormai da troppi anni, per quella che di fatto è la seconda potenza del campionato italiano.

L’Europa League rappresenta l’ultima ancora di salvezza in una stagione dalle mancate motivazioni. L’ottavo di finale contro il Salisburgo ha fatto emozionare (nel bene e nel male) i tifosi partenopei, nel segno di una squadra che, a fronte di una sconfitta in terra austriaca per 3 a 1, ha rischiato di non passare il turno, appellandosi a quel gol in trasferta che ha fatto la differenza.

Tutti gli occhi sono puntati sul quarto di finale contro l’Arsenal. Un avversario ostico, certamente fra i peggiori che si potevano incontrare. Un rivale, però, di fronte il quale il Napoli deve rispondere presente, recuperando la giusta dose di spirito e di stimoli, che rende grandi e permette di vivere partite magiche.

L’IMPORTANZA DI ESSERE CARLO

Carlo Ancelotti. Un nome, una garanzia made in Italy nel Bel Paese e nel resto del mondo. Re Carlo, del resto, ha conquistato il mondo nella sua infinita carriera da allenatore, insegnando calcio in ogni dove, ovunque sia andato.

Le premesse al suo arrivo al San Paolo erano fra le migliori. L’uomo giusto per rilanciare il marchio Napoli nella Coppa dalle grandi orecchie e in una Serie A dominata da anni dai bianconeri ormai senza rivali. Ma così non è stato.

La squadra è praticamente la stessa: in estate non è stato toccato nulla, se ne sono andati Reina e Jorginho (più Hamsik a gennaio), sono arrivati Meret e Fabian Ruiz. Equilibri invariati. L’unico vero cambio è stato in panchina, ed è l’elemento che ha fatto la differenza. Con Maurizio Sarri il Napoli aveva probabilmente toccato il suo apice in termini di gioco offerto. Quel “Sarrismo” che ha incantato in Italia e in Europa, figlio di una sinergia fra gli interpreti pressoché perfetta.

Ancelotti ha dovuto smontare una macchina quasi perfetta e ricostruirla in maniera diversa ma con gli stessi pezzi. Il suo nuovo Napoli, tuttavia ,è indietro anche rispetto al primo anno di Sarri (-3 punti), in cui comunque la squadra era rimasta a lungo a contatto con la Juventus.

L’Europa League è un grande obiettivo e rappresenta una chance concreta di tornare a vincere qualcosa di importante a distanza di decenni. Ma quella di Carlo Ancelotti, almeno quest’anno, è stata e rimane un’importanza mancata, un valore aggiunto del quale gli Azzurri non sono riusciti a beneficiare come avrebbero sperato e voluto.