Una lunga attesa. Niente più che una lunga e vana attesa per qualcosa che probabilmente, col senno di poi, potrebbe non realizzarsi mai. È la storia del più grande rimpianto del calcio russo, quantomeno dei nostri giorni. È la storia di Alan Dzagoev, talento cristallino e promessa mai mantenuta, ancorato alla stessa mattonella da ormai dieci anni, quella che separa l’appellativo di “futuro fuoriclasse” dalla consacrazione definitiva, nonchè l’accesso nel mondo dei grandi calciatori. Lo zar di Beslan è rimasto lì, immobile sullo stesso trampolino, senza mai riuscire a trovare l’intraprendenza e il coraggio di buttarsi.

IL SOLE IN RUSSIA

Nel calcio si sa, basta veramente poco per ricevere l’etichetta del campione. In Russia in particolare, dove “uno come Dzagoev nasce una volta ogni 50 anni” come dichiarato da Ventin Ivanov, vecchia volpe del calcio sovietico. Un’ etichetta che talvolta, per chi pecca di carattere e personalità, si fa pesante come un macigno e diventa ingestibile. Ma l’11 Marzo del 2008, al freddo glaciale di Mosca, ci credettero un po’ tutti. E probabilmente sono ancora lì imperterriti ad aspettare un treno che non arriverà mai. Quel giorno, si disputava il match tra Cska e Khimki, penultima sfida della Premier League russa, già vinta (e stravinta) proprio dai rossoblù. In patria ancora oggi, molti sostengono si vide il sole dopo tanto tempo: era il 60esimo minuto, quando alla fiorente età di 18 anni si appresta a fare ingresso in campo un “pivello”, di quelli che si buttano nella mischia a campionato deciso senza troppe ambizioni, così, giusto per fare esperienza e mettere qualcosa nel curriculum. L’epilogo fu però qualcosa di più di un semplice esordio.

Un gol e un assist, peraltro bellissimi, fanno sognare i tifosi di casa, consapevoli di aver trovato lì all’ombra di San Basilio, icona della capitale sovietica, un vero e proprio gioiello. Come dargli torto. Il giovane diciottenne ha nel suo repertorio quel che basta per diventare un fuoriclasse: corsa, progressione, dribbling, visione di gioco e un sinistro da sogno. Gli manca solo un po’ di cattiveria, di convinzione. “Solo la cattiveria” sembra poco, perchè il calcio che conta è alla fine un po’ come un’immersone: entrare in acqua è facile, la parte veramente tosta è cercare di rimanere in apnea più tempo possibile. Tradotto, avvicinarsi all’olimpo del calcio è un attimo, entrarci ed essere ricordato non lo è affatto, e spesso rischi di essere sballottolato qua e là come una pallina da flipper, senza riuscire a trovare la tua strada. Intanto il trequartista di Beslan continua a farsi strada tra le file del Cska, diventando in men che non si dica un beniamino dei tifosi. Nel 2010, alla luce di una grandissima stagione disputata dal classe ’90, viene inserito nella lista dei migliori giovane da tenere d’occhio stilata da Don Balon, prestigiosa rivista spagnola. Quella classe, quel talento nitido e puro, non sono passati inosservati e sono ormai sotto gli occhi di tutti, anche in Europa. A proposito di Europa, di quella che conta: a qualcuno qui in Italia è un nome che suona familiare e che viene spesso associato a un episodio particolare. La notte del 27 Settembre 2011 andava in scena la gara valida per i giorni di Champions che metteva davanti Cska di Mosca e Inter. Il palco è sempre lo stesso, quello del Luzniki Stadion. Due magie del fantasista russo sembrano mettere in seria difficoltà l’Inter post triplete, che riuscirà comunque ad avere la meglio. Ma poco importa. Perchè il ragazzo ha già attiratole attenzioni dei più forti club del mondo ed è ora sulla rampa di lancio in attesa di spiccare il volo. Seppur per poco tempo, l’Europa è ora ai suoi piedi.

AD UN PASSO DAL CALCIO CHE CONTA

Il sogno sta per diventare realtà. Dopo quella prestazione, si fecero avanti squadre importantissime, Chelsea e Barcellona su tutte, per assicurarsi il cartellino del giovane zar. Le cose però, non andarono per il meglio. Si trattava infatti di un timido interesse per il giocatore, che partorì esclusivamente grandi complimenti e apprezzamenti nei confronti di Dzagoev e dei russi, null’altro. L’illusione si protende al 2013, quando su esplicita richiesta dell’allora tecnico del Tottenham Villas Boas, Dzagoev sembra avere, per l’ennesima volta, le chiavi in mano per l’accesso nel calcio europeo. Nulla di fatto ancora, perché il proprietario del Chelsea chiamò Mosca e impose agli amici del Cska una sorta di diktat: “cedetelo a chi volete, ma non a Villas Boas”. Da lì è stato un lungo cammino verso una zona buia e intricata, un risucchio continuo verso quello che viene chiamato “dimenticatoio”, lì dove nessun calciatore spera mai di finire.

E così il suo sguardo malinconico è rimasto a osservare Patriarshy prudy, nella sua mente bazzica ancora qualche pensiero, magari qualche fantasia su una carriera che sarebbe potuta essere ben diversa. Il volo è rimandato, forse a mai più, per problemi tecnici. O forse perchè della fama, dei soldi, o di quello che sarebbe potuto diventare, ad Alan importa poco. Perchè il calcio è la sua vita e i colori che ha deciso di tatuarsi sono il rosso e il blu dell’Armejcy, gli uomini dell’esercito. Il suo posto è quello, nella periferia del calcio oscurata dall’Europa dell’ovest. La domanda sorge spontanea ed è più che mai lecita: “chissà come sarebbe stato se…”. Sono questioni che lasciano il tempo che trovano. Perchè il diez che la Russia non ha mai avuto continua a incantare la sua patria. E continua a fregarsene.