Il calcio italiano, da sempre patria dell’arte del difendere, del non subire, del lottare strenuamente e con ordine per contrastare gli attacchi altrui, ha dato luce ai più grandi marcatori della storia del football. Dai rudi Burgnich e Gentile agli eleganti Facchetti e Scirea, passando per la leadership di Franco Baresi e la completezza del trio più recente Cannavaro, Maldini e Nesta.

Ma i grandi difensori diventano tali grazie ad un continuo confronto con attaccanti dello stesso spessore, animali d’area che ti obbligano a mantenere il livello di concentrazione per tutta la durata della partita, in quanto capaci di punirti anche con l’unico pallone disponibile. Il calcio nostrano degli anni ’90 ha visto una delle più grandi generazioni di attaccanti stranieri, che facevano di tutto per arrivare a giocare in Italia per confrontarsi contro le difese più ostiche, arcigne ed organizzate d’Europa. Maradona prima, Van Basten poi, senza dimenticare Shevchenko o Trezeguet, o nei tempi più recenti con Higuain, Cavani e, ultimo ma non per importanza, Cristiano Ronaldo. Tutti attaccanti che sono arrivati in Italia come attaccanti già formati e noti in tutto il panorama europeo, o che comunque sono praticamente cresciuti qua, trovandosi da sempre a confronto con il folle tatticismo italiano.

Non ne abbiamo citato uno. Non ha niente da invidiare a quelli elencati sopra, ma la sua genesi, la sua crescita e la sua caduta sono state uniche ed inimitabili: stiamo parlando di Gabriel Omar Batistuta.

DIAMANTE GREZZO

Immaginatevi un pezzo di marmo, grezzo, privo di alcun significato. Un blocco unico, compatto, nel quale soltanto un grande scultore può immaginare di poter trarre un’opera d’arte. Gabriel Omar Batistuta, al suo arrivo in Italia, era esattamente l’incarnazione di quel blocco di marmo: un 22enne arrivato in Italia dopo un passato nella sua Argentina con le maglie di Newell’s Old Boys (lanciato da un certo Marcelo Bielsa), River Plate e Boca Juniors, grazie alla volontà del presidente della Fiorentina Mario Cecchi Gori – che dopo sua la morte lasciò il posto al figlio Vittorio – che se ne innamorò vedendolo fare a sportellate in area di rigore durante la Copa America del 1991.

Un giovane dai capelli fluenti e dal fisico robusto che arrivò sulle rive dell’Arno con qualche valigia, una giovane fidanzata di nome Irina, e con un misto di orgoglio, paura ed entusiasmo. Il primo anno per Batistuta è esattamente il riflesso del suo stato d’animo iniziale, dato che farà fatica ad imporsi fin da subito in un calcio difficile e ostico come quello italiano, e, sebbene riesca a crescere nel corso delle partite, non riuscirà a salvare la Fiorentina da un’inaspettata retrocessione in Serie B. 

Il primo ostacolo, la prima caduta, i primi dubbi: proprio sul finire della prima annata in viola, Batistuta si dimostra immediatamente un leader, un guerriero, il tipico argentino che non si arrende davanti alle difficoltà e che sceglie di affrontarle a visto aperto; potrebbe lasciare Firenze, abbandonare la città che lo ha accolto, aspettato e infine coccolato per scegliere una qualsiasi altra squadra di prima divisione europea, ma la gratitudine ed il rispetto verso la piazza non lo fece esitare un attimo. Ed è così che Bati si è preso Firenze, a suon di gol e corse verso la bandierina.

“M’innamoro solo se, vedo segnar Batistuta, corri alla bandierina, bomber della Fiorentina”. Questo è il coro dedicato all’argentino, legato alla sua prima celebre esultanza

Credeteci o no, ma Batistuta quando arrivò a Firenze non era assolutamente quella dinamite che spaccava le porte e che sgomitava con i giganti difensori del calcio italiano. Giura chi lo ha visto allenarsi nei suoi primi anni alla Fiorentina che a tale portento fisico e a quella forza della natura, si affiancava una tecnica mediocre e un senso tattico ancora molto acerbo. Tanti stop sbagliati, tanti palloni sparati fuori dalle recinzioni dei campi d’allenamento adiacenti al Franchi, e molta fatica nell’intendere i movimenti offensivi voluti dagli allenatori. E come ha fatto Batistuta a passare da blocco di marmo a un vero e proprio David?

Semplice, con il lavoro quotidiano. 

Racconta Claudio Ranieri che nella stagione 1995/96 lasciò all’argentino un giorno libero, vista l’imminente nascita di suo figlio: Batistuta innanzitutto concluse l’allenamento del giorno prima, ringraziando l’allenatore per la gentile concessione, per poi presentarsi di nascosto qualche ora prima dell’allenamento dell’indomani, all’insaputa dell’allenatore romano. Poteva accadere qualsiasi cosa, ma Bati sapeva che per emergere e per mantenersi ad un determinato livello aveva bisogno della quotidianità del lavoro, e per questo anche la nascita del figlio non poteva impedirgli di passare qualche ora tra palestra e campo.

A Firenze, come detto, c’è stata la genesi di un mito, proprio come Michelangelo creò il David da quello che era un colosso di marmo e niente di più, la Fiorentina ha creato una vera e propria macchina da guerra: Batistuta riporta in A la Fiorentina, per poi trascinarla prima ad una splendida Coppa Italia nel 1996 (condita con la Supercoppa successiva), fino ad arrivare ai vertici del calcio italiano a battagliare con le sette sorelle e arrivando ad un passo dallo scudetto del 1998, con una corsa che si concluse proprio per un brutto infortunio che frenò l’argentino sul più bello.

9 anni conditi da 168 gol, un record raggiunto alla sua ultima e commovente partita in viola contro il Venezia, nella quale realizzò una tripletta che gli permise di scavalcare il record di Kurt Hamrin. Nel mezzo tante sportellate, tante fucilate, o meglio mitragliate, quelle che iniziò a sparare dopo ogni suo gol; il dito indice sulla bocca a zittire i 100 mila del Camp Nou in Coppa delle Coppe, il missile terra-aria che lasciò imprietrito David Seaman a Wembley e che diede una storica vittoria alla Fiorentina contro l’Arsenal in Champions, senza dimenticare il gol alla Juventus nel ’98 e una mitragliata mista ad un assolo di chitarra elettrica che scatenò il Franchi, portandolo alla vittoria contro la rivale storica e il primato in classifica.

Batistuta ha conquistato Firenze e, contemporaneamente, la nazionale argentina, ma in entrambi casi è sempre mancata una cosa: la gloria. Vero che Bati è sempre stato considerato come un semidio in Toscana, a tal punto che la Curva Fiesole gli arrivò a regalare una statua in suo onore, e con la maglia dell’Argentina è diventato il miglior marcatore della storia dell’albiceleste, fin quando non è atterrato sulla terra un marziano di nome Lionel Messi. Batistuta voleva i titoli, ma non quelli facili e scontati che avrebbe vinto al Manchester United o al Real Madrid. Per questo motivo, dopo aver lottato contro le grandi con la maglia viola, scelse un progetto ambizioso per provare a trionfare: la Roma.

LA GLORIA E IL DECLINO

A Roma Batistuta arriva per portare il salto di qualità definitivo alla squadra di Capello, al quale serve un bomber di razza che sia capace di sbloccare anche quelle partite in cui il pallone non sembra mai voler entrare, ma anche che sappia battagliare e tenere occupata la difesa avversaria per lasciare spazio ai centrocampisti o esterni, uno tra tutti un certo Francesco Totti.

Nella prima stagione in giallorosso è una furia, mette a segno 20 gol e si carica sulle spalle tutto il peso dell’attacco della Roma, aiutato anche dai vari Totti, Montella, Cafu, Emerson e compagnia bella. Da Batigol diventa Re Leone, per quella sua lunga criniera e quella fame che pochi al mondo hanno sottoporta. Segna sempre quando conta, e lo deve fare anche contro la sua amata Fiorentina, regalando tre punti pesantissimi alla sua squadra, con la quale non potrà festeggiare perchè in preda ad un pianto liberatorio. Segnerà anche nella partita decisiva all’Olimpico contro il Parma, quella che darà lo Scudetto ai giallorossi dopo una cavalcata che li vide protagonisti assoluti di una stagione che ancora oggi rimane nella storia della società capitolina.

Ma è quasi un canto del cigno. Batistuta ha le caviglie a pezzi, più volte nei suoi anni a Firenze ha giocato sotto antidolorifici, e dopo la prima stagione da vero e proprio eroe, la sua carriera diventerà un calvario: un altro anno e mezzo in giallorosso dove non riuscirà più a ruggire come un tempo, motivo per il quale nel 2003 farà sei mesi in neroazzurro con la maglia dell’Inter. Lì riesce a fare ancora peggio, non lascerà mai il segno, e l’immagine di un leone invecchiato ed ormai incapace di colpire la preda è fin troppo umiliante per l’argentino. Il Presidente Sensi parlò addirittura di “fregatura” rifilata al suo parigrado in nerazzurro Moratti, in quanto consapevole del fatto che ormai Gabriel Omar Batistuta era nient’altro che la brutta copia di sè stesso.

Bati ormai non ha più niente da chiedere alla propria carriera: l’Italia ormai ha un ricordo sgargiante di lui, e tolta l’ultima esperienza in nerazzurro, è sempre riuscito a lasciare il segno. Firenze ancora lo esalta come se indossasse ancora la maglia numero 9, mentre a Roma in molti si commuovono nel rivedere le sue gesta in quel mitico anno 2001.

Chiuderà la carriera in Qatar, come un visionario che capisce dove si può andare a racimolare gli ultimi milioni senza dover faticare troppo: è stato il primo a tentare la fortuna nel campionato degli sceicchi, ed effettivamente negli anni è diventato un vero e proprio luogo di “pensione calcistica”. Soldi, e niente più. Batistuta è sempre stato onesto, non era credibile la storia dell’esperienza di vita, dell’avventura nel calcio in rampa di lancio. C’è andato per i soldi, e per concludere la sua carriera nel silenzio e nell’ombra. Come quel leone che va a morire in disparte, senza mostrare le sue debolezze al resto del branco.

DISTACCO TOTALE

Batistuta lascia il calcio a 35 anni realizzando 300 gol in 553 partite, più di un gol ogni 2 partite, ai quali vanno aggiunti i 54 segnati in 77 partite con la nazionale argentina. Un mostro. Quel ragazzino arrivato in Italia con tanto da imparare, chiude una carriera da vero e proprio fuoriclasse, dentro e fuori dal campo.

Sì, perchè Bati finisce la sua vita da calciatore, scegliendo di dedicarsi esclusivamente alla sua famiglia e alle sue passioni: vivrà due anni in Australia, perchè vuole che i figli imparino l’inglese vivendo la lingua sul posto e non limitandoli ad un qualsiasi istituto internazionale; si stacca da tutto, il calcio non gli interessa più, si dedica esclusivamente alle sue due passioni, il golf ed il polo. Alcuni suoi aneddoti raccontano che i suoi amici australiani, durante il mondiale del 2006, si chiedevano quanto potesse essere bello indossare la maglia della propria nazionale e rappresentare il proprio paese. Senza sapere che Batistuta, in quel momento, era ancora un’icona per tutta l’Argentina, per quanto fatto con la maglia della nazionale.

Poi il ritorno in Argentina per motivi familiari, nella sua Reconquista, dove vive in una casa nella quale tiene pochissimi cimeli della sua carriera, dove non vuole tenere foto nè ricordi della sua straordinaria avventura da calciatore. Vuole che i propri figli conoscano prima il Batistuta uomo che il Batistuta calciatore: racconta che i suoi figli a volte neanche si rendono conto dei privilegi che potrebbero avere nell’essere “il figlio di Bati”, perchè pretende che possano costruirsi la vita grazie alle loro qualità, le loro competenze e con un percorso proprio.

Una dimostrazione? Il primogenito di Batistuta lavora in una copisteria in Argentina. Potrebbe avere tutto, ma ha molto più valore un’utilitaria guadagnata con i propri soldi e i propri sforzi, che una macchina di lusso comprata dal padre.

Non è assolutamente scontato. E, sebbene Bati abbia scelto questo approccio nella crescita dei suoi eredi, probabilmente sarebbe bastato analizzare la sua carriera da calciatore per capirne a fondo l’uomo: battagliare con una squadra di medio livello per sfidare sè stesso a fare di più, crescendo, allenandosi e cercando di migliorare contro tutto e tutti. Ha provato a vincere e c’è riuscito, senza dover andare a cercare terreni fertili o scorciatoie chiamate “top club”. Ha scelto di concludere la sua carriera senza troppe telecamere o storie strappalacrime, nel silenzio.

Per questo non esisteranno altri Gabriel Omar Batistuta.