Quando Nietzsche annunciò la nascita della tragedia all’inizio del XIX secolo parlò di due spiriti, apollineo e dionisiaco. Il primo rappresentante i valori della riproduzione misurata, dell’ordine e della musica; poi il secondo, che incalzava invece con il senso del disordine, del caos, dell’impulso non figurativo. Ebbene questi due fuochi generano quella che il filosofo tedesco nominò la nascita della tragedia, punto massimo della rappresentazione artistica e solida di valori umani e naturali.

Per molte firme della stampa internazionale, l’Atletico Madrid ha rappresentato esaustivamente il concetto di calcio nelle sue forme naturali e umane, così apollineo nel rigore tattico e nei compiti dei propri giocatori quanto dionisiacamente feroce nel suo modo di intendere il calcio. Un’epopea che ha vissuto nel giro di cinque anni quasi esclusivamente periodi di successo: due finali di Champions League (perse), due Supercoppe Europee, due Europa League, una Liga spagnola, una Copa del Rey, e dopo un quinto posto iniziale, sei podi consecutivi. In un sistema calcistico come quello spagnolo, l’Atletico Madrid ha portato a gridare al miracolo visti i risultati ottenuti, in Spagna e in Europa. Ma dopo anni di lusso e pure uno stadio nuovo, la grande avventura dell’Atletico Madrid – la tragedia – ha visto la fase più bassa del suo momento, quello che potrebbe essere ritenuto uno dei momenti meno epici della guida cholista dei rojiblancos. Nonostante la stagione fosse iniziata con la vittoria in Estonia della Supercoppa Europea contro il Real Madrid, la stagione dell’Atletico è stata dopo due anni la prima senza vittorie né continentali né nazionali.

STAGIONE

Diego Pablo Simeone è l’allenatore più pagato al mondo con uno stipendio annuale di 41 milioni di euro a stagione, il che significa che allenatori più esperti (Ancelotti, Mourinho) e più vincenti (Guardiola) hanno un compenso finanziario inferiore a quello del Cholo, unico allenatore sudamericano ad aver vinto negli ultimi venti anni un titolo internazionale. Dunque Simeone percepisce uno stipendio da top manager, e per questo, dovrebbe ottenere almeno sulla carta dei risultati da top manager. E ovviamente, poter gestire una squadra con giocatori importanti e di primissima fascia – disponibilità che ha iniziato ad avere solo negli ultimissimi anni. Il rinnovo di contratto firmato a febbraio è stato piuttosto una dichiarazione d’amore nei confronti dell’Atletico Madrid, nonché una replica del tentativo di vincere la Champions League con quel club (nell’anno in cui la finale si disputa al Wanda Metropolitano).

Eppure rimane difficile esaltare il lavoro stagionale di Simeone a Madrid. Seppur palesi le difficoltà arrecate dall’introduzione di almeno due nuovi titolari e dai diversi infortuni, l’Atletico Madrid non ha cementificato nulla di significativo se non un quasi scontato secondo posto in campionato. Un Liga, quella 2018-2019, con un Barcellona tirannico fin da subito e un Real Madrid che mai si è riuscito a vedere nei primissimi ranghi del torneo. L’opportunità di disputare una finale in casa dopo le sconfitte finali contro il Real Madrid hanno reso l’Atletico una delle favorite per la Champions, considerando anche come la squadra si fosse rinforzata. 133,3 milioni spesi in estate per portare risorse di qualità in una squadra per lo più operaia, e che a gennaio, vista la precaria presenza di Diego Costa, ha assunto anche un nuovo attaccante, Alvaro Morata. Dunque un Atletico che nei mesi ha intrapreso un percorso di innovazione interna, in cui il 4-4-2 solito di Simeone ha cercato di mutare i tratti della propria pelle; i Colchoneros sono diventati una squadra che gioca di più nello stretto e che ha aperto il campo, con buoni dati in quanto a gestione del pallone (48,9% medio di possesso palla, 80,03% di passaggi riusciti).

Però, come contro Juventus e Barcellona, l’Atletico è una squadra che ha ancora un approccio particolarmente difensivo e attendista nei match contro squadre di livello superiore; da premiare, se non altro, il fatto che in occasioni più propizie i rojiblancos si sono aperti a un gioco più fluido e meno rinunciatario di quello visto negli scorsi anni. Nella passata stagione, a questo punto del torneo spagnolo, la squadra di Simeone aveva segnato più reti ma era in una posizione in meno in classifica, cioè terzo: la squadra era impegnata in Europa League al posto dell’attuale assenza di competizioni europee.

Gli esperimenti condotti contro avversari sulla carta meno arcigni hanno fatto vedere tratti di buon calcio al Wanda Metropolitano, un futebol degno di un tasso tecnico di spessore quale attualmente quello insito nel roster biancorosso. Poi però sono arrivate le prestazioni contro la Juventus a Torino e contro il Barcellona al Camp Nou, in cui Simeone ha lasciato giocare gli avversari per tutta la partita, gettando via prima una qualificazione e poi un tentativo di riaprire il campionato. E al di là della difficoltà delle sfide, l’Atletico si presentava come squadra temibile e non più con l’etichetta di underdog (condizione che invece aveva contraddistinto molto spesso l’avvicinamento alle partite clou nelle precedenti stagioni). Ma se all’inizio il cholismo era venerato come un calcio reazionario al contemporaneo possesso palla e gioco di posizione, adesso ne emergono i tratti deficitari, che in particolare, stonano con la pregiata qualità della rosa. Nell’attuale undici di Simeone – escluso l’eccellente Oblak – si possono contare almeno nove giocatori validi per un gioco più estetico e meno furioso. I terzini Hernandez e Arias, i tre centrali di centrocampo Saul, Koke, Rodri, gli esterni Lemar e Correa e pure gli attaccanti Griezmann e Morata. Malgrado l’eccellenza tecnica, questi vengono sacrificati settimanalmente nel nome del cholismo, un calcio che negli anni ha conquistato molti adepti ma diviso la critica.

La garra cholista in questa stagione ha portato solo risultati scadenti. In Champions League, una volta superato il girone come secondo (a pari punti con il primo), è stato eliminato dalla Juventus di Ronaldo giocando una partita pietosa a Torino; in Spagna, dopo i primi due mesi abbastanza discontinui, l’Atleti ha raggiunto un buon secondo posto senza tuttavia mai impaurire realmente il Barcellona; in Copa del Rey è stato eliminato dal Girona agli ottavi dopo due pareggi che hanno premiato i catalani. 

NUOVO SISTEMA

Si intuisce però che la stagione dell’Atletico Madrid stia preparando qualcosa per il futuro, una sorta di presagio che, come annunciato da indicazioni di calciomercato, qualcosa cambierà. Il blocco cholista che ha portato l’incetta di trofei degli ultimi anni perderà colonne fondamentali, da Godin (passato all’Inter) a Hernandez (andrà al Bayern) a Filipe Luis (non gli è stato rinnovato il contratto). Praticamente tre quarti della difesa necessiterà un ricambio, e pure il sedicente Juanfran, bandiera importante delle prime stagioni, non ha più la gamba per una stagione da protagonista. E’ ovvio che all’Atletico si sta presentando l’opportunità di cambiare molto, di ricostruire parte dell’ossatura della squadra. Già l’introduzione in estate di Rodri ha portato qualità nella manovra cholista, introducendo nella linea a quattro un mediano completo e capace di scandire i tempi di gioco. Dunque l’Altetico ha i mezzi per una squadra di livello tecnico superiore e i giocatori per un calcio moderno e palla a terra. Ma Simeone, nonostante i tentativi, pare non avere fiducia in questo.

Simeone ha svolto un lavoro eccellente a Madrid, portando sette titoli nella bacheca del club e costruendo un’identità di gioco e di valori che hanno esaltato l’Atletico in tutto il mondo. I concetti di garra, di iper valorizzazione dei propri mezzi e di sacrificio sono stati un nuovo mantra in questi anni, soprattutto quando l’Altetico andava a testa alta a giocare contro il Real Madrid, il Bayern Monaco, il Barcellona. Ma adesso si è entrati in una nuova dimensione in cui non basta più difendere e ripartire, nemmeno se fatto nel migliore dei modi come insegnato da Simeone. La partita di Torino è lo schiaffo più pesante subito dal calcio di Simeone, che ha bruciato tramite una prestazione remissiva e apatica (solo cinque tiri in un ottavo di ritorno) una qualificazione che per quanto visto in Spagna sarebbe stata più che meritata. Oltretutto, 41 milioni di euro per rendere undici giocatori – Griezmann compreso – uno scudo contro la propria porta fa riflettere sul senso di quel contratto che, va ripetuto, sembra esser stato firmato più per paura che per lungimiranza. In estate l’Atletico ha l’opportunità di investire per costruire qualcosa ex novo, soprattutto dietro, dove l’età media del reparto è di 26,67 anni. Simeone dovrebbe trasmettere in principi di gioco moderni quello che ha splendidamente realizzato a livello motivazionale, cioè andare oltre, dimostrare di essere più di quello che l’etichetta dice di essere. E dunque il quesito è questo: Simeone ne sarà capace ?