E’ vero, il talento è un dono di Dio. E non ci si può fare niente: o ce l’hai o non ce l’hai. Però è altrettanto vero che il talento fine a se stesso non ti porta da nessuna parte: può farti brillare per qualche attimo, ma non ti darà mai la gloria eterna. Per averla, devi per forza di cose abbinarlo al lavoro. Al sacrificio quotidiano. All’allenamento. Non c’è via d’uscita. Anche il più dotato di tutti, deve sudare, affinarsi, migliorarsi.

Ve lo dimostro prendendo il più grande e puro talento calcistico che si sia mai visto: Leo Messi. Baciato direttamente dallo spirito del calcio. Eppure, nessuno può pensare che Messi non lavori tutti i giorni, al massimo dello sforzo, per coltivarsi. E c’è un aspetto in particolare che ce lo conferma in modo lampante: i calci di punizione. Oggi Messi è (anche) il miglior battitore libero del mondo. Ha segnato sette gol su punizione in questa stagione, più di chiunque altro, e ha già eguagliato il proprio record personale, stabilito l’anno scorso. Quando aveva superato il record dell’anno prima. E via crescendo, di record in record.

Ma Messi non è sempre stato un fenomeno a battere le punizioni. Non ha questo dono fin dall’inizio della sua carriera. E’ una cosa che ha voluto, sulla quale ha lavorato, nella quale è migliorato e che ora ha affinato come nessuno. Anche perché, a spiegargli il metodo, è stato il più grande di tutti. E c’è un momento preciso in cui l’epifania è avvenuta.

(qui sopra il video-racconto)

LA MANO DE DIOS

Febbraio 2009, Marsiglia. Ritiro della Nazionale argentina, che si prepara ad affrontare la Francia in amichevole. E’ la seconda partita di Diego Armando Maradona come CT dell’Albiceleste, e chiaramente Messi è il suo faro. Tutto sembra scritto: il re è pronto a porgergli la corona. Fa freddissimo, è mattina. L’allenamento è finito. Mentre la maggior parte dei giocatori esce velocemente per guadagnare gli spogliatoi, Messi si ferma per battere delle punizioni. Ne tira una, e la tira malissimo. Si arrabbia, non lo accetta. Prende e fa per andarsene. Lo nota il preparatore atletico, il Profe Signorini, l’uomo che ha ricostruito il Maradona calciatore e che è sempre al suo fianco per tentare di tenerne insieme i pezzi anche nella vita post campo.

Lo provoca quasi, gli dice: “e tu pensi che Messi possa abbandonare il campo dopo aver fatto un orrore simile?”. Messi fatica a reagire, è davvero arrabbiato. E allora, arriva Diego. Che lo abbraccia, lo coccola, manda via tutti. E gli sussurra: “Leo, vieni, ti insegno io come fare. Il segreto sta tutto nell’impatto. Non togliere subito il piedi, altrimenti lei – la palla – come farà a sapere dove deve andare? Devi accompagnarla, devi dirglielo tu”.

Da lì è partito il tutto. E in dieci anni, praticando, lavorando, affinandosi, Messi è diventato uno che batte meglio le punizioni dei rigori.

IL MOVIMENTO

C’è una tecnica studiata, direi quasi un rituale. Tutto parte nel momento in cui la punizione viene assegnata. Messi inizia a lavorare con gli occhi, registrano la situazione prendendo tre punti di riferimento: il pallone, la porta e il portiere. Fateci caso, mentre si sta formando la barriera, quando tutti sono concentrati, Messi si china sempre. Finge di allacciarsi le scarpe, o di sistemarsi i calzettoni. E’ un trucco. Gli serve per osservare la situazione, e soprattutto il portiere, dal punto di vista del pallone. Una volta focalizzato lo scenario, decide come batterà. Se sul primo palo, sul secondo o sotto la barriera, a seconda della convenienza.

Poi si prepara alla rincorsa, sempre la stessa. Col destro fa il primo passo, corto,  che serve per creare le distanze giuste. Poi il mancino, per un passo lungo che dà lo slancio e di conseguenza l’inerzia. Poi ancora il destro per l’ultimo passo, quello che definisce la coordinazione e l’equilibrio. E infine il mancino divino, che colpisce in un punto precisissimo fra il collo e l’interno, accompagnando infine il movimento come da insegnamento del Diego.

Il risultato? 47 gol fatti in carriera su calcio piazzato. 41 con la maglia del Barça e 6 con l’Argentina. In questa stagione ne ha piazzati 7, in più ha preso 3 pali. Talento sì, tantissimo. Ma tanto quanto l’allenamento e il lavoro che ci è voluto per arrivare a una simile efficacia. E, ovviamente, anche il consiglio giusto al momento giusto. Se poi è quello di D10s.