Ci si aspettava un Gran Derbi dalle tante emozioni e nessuno è rimasto deluso. La partita che tutta la Spagna invidia alla capitale andalusa, quella che secondo El Pais tutti i calciatori giocherebbero gratis e che muta colori, umori e visi di una città fortemente condizionata dal risultato dei due cuori pulsanti, quello di Héliopolis e Nervion, si è svolto secondo tutti i crismi più classici: intensità, qualità e tensioni.

AL CUORE NON SI COMANDA

L’ha spuntata il Siviglia 3-2, la squadra che forse in questo momento è riuscita in maniera ottimale a somatizzare una serie di delusioni: l’uscita in Europa League nel catino di Praga durante gli ottavi di finale di una competizione che sembrava conoscere a menadito e che si è rivelata beffarda, una lotta Champions League possibile ma più dura del previsto dopo gli inizi e la notizia della leucemia all’idolo più puro del sevillismo sangre blanquirroja y huevos, Joaquín Caparrós, il saggio di Utrera richiamato, come Monchi, per riportare l’imbarcazione lungo le giuste vie del Guadalqivir, per rimettere la chiesa al centro del villaggio. E’ da qui che è giusto iniziare il racconto di questo derby: la tensione agonistica, positiva e vibrante, che ha portato Caparros ad essere reattivo e scattante durante tutta la partita, balzando da un lato all’altro della panchina per novanta minuti, è quanto di più bello ci possa essere e ci ricorda come questo sport sia capace di veicolare il corpo umano oltre i suoi limiti e le sue malattie, similmente a quello che Tabarez ci fa provare ogni volta che scende in campo l’Uruguay. La voglia di spingersi oltre l’ostacolo, che questa volta va ben oltre una stracittadina che, nel peggiore dei casi, porterà a settimane di malcontento e di battute quotidiane del vicino, del barista o del cugino del pueblo. Un po’ come il 4-4-2 determinato ed alle volte sopra le righe messo in campo dal concittadino di Ceballos, solido quando c’è da difendere ma leggiadro quando deve entrare centralmente, grazie alla magia che scorre tra i piedi sudamericani di Banega e Vazquez ed alla sveltezza proveniente dal calcetto di un Ben Yedder in formato Equipe de France.

Se il Siviglia ha attutito al meglio tutte queste botte, quasi fosse un torero mentre si scherma dalle incornate di una corrida, al Betis resta la consolazione di aver fatto una delle migliori partite del 2019 dopo un periodo di torpore e rilassamento. Anche i verdiblancos erano convinti di passare una stagione più rosea, perché l’odore europeo, quello del sangue delle sconfitte di lusso che erano passate sotto i colpi betici tutto possesso e qualità, avevano fatto presagire al meglio: ciò che poteva essere e non è stato, soprattutto per la sommatoria di scelte sbagliate a Gennaio. Sanabria, ceduto con troppa facilità quasi fosse un appestato, è diventato problema una volta partito, quando si è capito che Jésé aveva i colpi da campione ma non i gol da vero numero nove. Il resto è rimasta la squadra delle meraviglie di San Siro: un 3-1-4-2 dove il possesso, con successiva ricerca delle fasce o del trequartista, è diventata necessaria quanto la presenza di Lo Celso, l’unico capace di ridare rapidità ad una manovra stantìa e lunga da mesi, che spesso per concetto rifiuta la verticalità per una mera questione idealistica.

EL GRAN DERBI

Riassumendo la partita, il primo tempo si è rivelato prevedibile, lento ed impacciato, perché la palla in certe notti ha più gravità ed il gol sembra giungere con pesantezza. Si sblocca però grazie ad un colpo di testa di Munir, che sceglie la notte giusta per tornare al gol su un lancio che coglie impreparata la difesa del Betis, alla quale manca precisione e sicurezza dalla sciagurata notte di Rennes. E’ qui che il Betis si scuote e velocizza il gioco ed un cross di Junior, pescato finalmente con un passante in verticale giunto dal centrocampo, mette Lo Celso in posizione perfetta, permettendo all’argentino di firmare il primo gol (e forse l’ultimo) in un derbi sevillano. Il Siviglia l’ha vinta in quattro minuti all’ora di gioco, con un gran gol di Sarabia su pasaggio di Ben Yedder dopo un errore di possesso di Mandi, che con troppa facilità riesce a servire il compagno tra le linee, e con un tiro da fuori di Franco Vazquez, che continua ad essere leader silezioso di questa squadra nonché uno dei pochi superstiti ai continui cambi di panchina. Al Betis mancano le certezze di Bartra e la cattiveria di andare a prendere l’avversario alto, forse per mancanza di forze, ma il coach Quique Setien aspetta un po’ troppo prima di effettuare due cambi sacrosanti: un Jésé inconcludente (due occasioni divorate davanti a Vaclik) per Loren ed un difensore in meno (Sidnei in questo caso) per un Tello spumeggiante che marcherà il gol della serata su calcio di punizione diretto, per un 3-2 che sa di “sarebbe potuto ma non è stato”, un po’ come tutta la stagione betica.

Il derbi ha già portato le scorie maggiori: il Betis sa, in una notte primaverile di Avenida Eduardo Dato, di aver parzialmente abbandonato i sogni Champions, mentre il Siviglia si ritrova in piena lotta con Getafe e Valencia, le tre che probabilmente se la giocheranno fino alla fine. Gli sfottò, i lunedì di ritorno al lavoro per sevillisti e betici della regione e le polemiche saranno già storia ed andranno ad iscriversi in una delle leggende più affascinanti del calcio spagnolo.