In un celebre passaggio Pier Paolo Pasolini, grandissimo appassionato e intenditore, ha delineato modi diversi di intendere il calcio. Esiste un calcio in prosa ed uno in poesia. Il primo si basa sull’organizzazione e sulla tattica, il secondo sull’estro e sulla tecnica. Lo scrittore bolognese faceva questi ragionamenti circa 50 anni fa, quando il calcio era estremamente diverso. Rappresentante del calcio in prosa era la scuola italiana, mentre quella brasiliana incarnava l’aspetto poetico. Di quel calcio oggi è rimasto davvero poco, ma questa distinzione è ancora pregnante, anche se con evidenti differenze. Basandoci sulle intuizioni pasoliniane, ben spiegate nel suo articolo Il calcio è un linguaggio con i suoi poeti e i suoi prosatorivediamo come questa differenza tra calcio in prosa e in poesia opera nel panorama odierno.

LA NUOVA PROSA

Secondo Pasolini l’espressione maggiore del calcio in prosa era la scuola italiana. Elementi costitutivi ne erano il catenaccio e il contropiede, strategie di gioco subordinate ad un’ineccepibile organizzazione tattica. Finito il periodo d’oro di questo stile di gioco, a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio questa idea tattica è sembrata ampiamente superata, con la definitiva affermazione negli anni 2000 della scuola spagnola. Negli ultimi anni però stiamo assistendo ad una sorta di revival del catenaccio, elevato più che a tattica di gioco a orientamento mentale. Il catenaccio degli anni 2000 è un modo di vivere la partita più che un modo di giocarla. Antesignano di questa idea è stato per certi versi Mourinho, ma il grande rappresentante di questa nuova tendenza è senza dubbio Simeone, fautore di una corrente sovversiva nata proprio nel calcio poetico per eccellenza.

Il Cholismo è l’espressione massima della prosa calcistica del ventunesimo secolo. Difendersi non è più un arte, ma è una guerra, un obbligo vitale. Il grande elemento di novità sta nell‘atteggiamento, un senso di strenua resistenza totalizzante, uno stile di gioco che si costruisce più nella testa dei giocatori che nello studio dei movimenti da fare in campo. Possiamo definire il Cholismo un’evoluzione in chiave psicologica della scuola italiana. Una prosa che da letteraria diventa più scientifica, degna rappresentante in effetti della componente maggiore che contraddistingue la cultura nell’epoca digitale: la contaminazione. Dunque ideare uno schema del Cholismo non solo è difficile, ma è sostanzialmente inutile. Gli schemi con cui Pasolini ha inquadrato la scuola italiana qui non fanno presa, perché il Cholismo non si fa ingabbiare.

Tra la scuola italiana e il Cholismo ci sono varie gradazioni di prosa. Una prosa come detto primigenia, quella del Mourinho del triplete nerazzurro, prodotto però inconsapevole e acerbo. Poi c’è la prosa della concretezza, dell’ordine rigoroso. Qui il gioco si sviluppa sempre nella testa dei giocatori, ma non sul piano della battaglia, bensì della disciplina. È la prosa accademica, pulita e lineare. È la Germania di Löw, dove ognuno ha il proprio compito, sa quello che deve fare e lo fa in modo quasi automatico. Infine c’è una prosa spuria, che tende alla poesia senza però riuscire a farsi poetica se non in rari casi. È la Juventus di Allegri, un prodotto ibrido del calcio moderno, che vive di prosa, ma ha bisogno della poesia per elevarsi perché la sua è una prosa debole. Ma gli stilemi poetici sono solo degli ornamenti di una prosa che, a differenza degli esempi sopracitati, non è riuscita ad evolversi risultando così inefficace.

L’evoluzione del calcio ha significato una necessaria evoluzione della prosa. Ciò conferma l’idea che la scuola italiana sia ampiamente superata e oggi il calcio in prosa per resistere ha bisogno di contaminarsi. Un po’ come la prosa odierna a dire la verità, visto che ormai l’opera letteraria d’impostazione classica non esiste più, ma i generi sono sempre più contaminati e le soluzioni narrative sono tra le più svariate.

LA NUOVA POESIA

Come la prosa, anche la poesia è cambiata tantissimo. Innanzitutto è mutato moltissimo il calcio brasiliano. Al di là della fase di crisi che sta vivendo, con l’ultimo titolo mondiale che risale al 2002 e da lì in poi nemmeno una finale disputata, proprio l’atteggiamento dei verdeoro in campo è diverso. Pasolini celebrava la fantasia e la libertà con cui giocavano i brasiliani, la cui espressione culminava nel dribbling, atto distintivo del loro modo di giocare. Il Brasile di oggi è molto più “europeggiante” di quanto lo fosse a quel tempo. Il rapporto quasi sacrale col pallone si è allentato, anche perché la maggior parte dei nazionali sudamericani giocano in Europa e sono immersi a pieno nell’industria calcistica odierna. Venuti meno questi presupposti quindi la poesia nel calcio ha dovuto adattarsi, cambiando sostanzialmente punto di riferimento. Dalla fantasia alla creatività, mantenendo come denominatore comune l’entusiasmo.

La prima forma poetica, e anche massima realizzazione di questa forma nei nostri anni, è senza dubbio la scuola catalana. Il tiki-taka di Guardiola è stato senza dubbio l’espressione suprema della poesia del nostro secolo. L’atto poetico per eccellenza non è più il dribbling, ma il passaggio. Con i passaggi, sempre più stretti, sempre più martellanti, si arriva alla realizzazione del gol. Guardiola ha consegnato questo stile di gioco a una squadra che poi l’ha evoluto, facendone il proprio tratto distintivo. Ovviamente questa realizzazione pluriennale è legata all’uomo che nel calcio di oggi è il poeta per eccellenza: Leo Messi.

C’è anche nel nostro calcio un’espressione poetica molto importante, che ha raggiunto la sua massima realizzazione lo scorso anno. Si tratta ovviamente del sarrismo, la più grande espressione di consapevolezza calcistica italiana degli ultimi anni. Il Napoli di Sarri ha praticato un gioco di una bellezza impressionante, anche se poi non ha portato al massimo risultato. In ogni caso l’esperienza partenopea è stata una delle più valide nel nostro campionato.

C’è infine un diverso tipo di poesia, completamente moderna, persino avanguardista. È una poesia anarchica, che ha fatto dell’assenza di regole la sua regola principale. È quella espressa dal Real Madrid di Zidane, un calcio fatto di atti poetici più che di una trama poetica. Nei blancos del francese il dribbling torna a essere l’atto poetico per eccellenza, o meglio lo è la giocata personale. Sui lampi il Real ha costruito il suo successo, vincendo addirittura tre Champions League consecutive.

Come nel caso della prosa, anche la poesia è dovuta cambiare con l’evoluzione del calcio. E come la controparte letteraria, presenta davvero molte affinità con la sua situazione attuale, visto che la poesia ha ridefinito totalmente i propri stilemi nella letteratura odierna ed è, sostanzialmente, un genere ormai superato se non in rare eccezioni che però sono di un valore inestimabile.

IBRIDO NICHILISTA

Per concludere analizziamo un caso molto particolare, che sembra rompere la canonica distinzione tra prosa e poesia. L’oggetto in questione è il Gegenpressing, prodotto perfezionato negli ultimi anni da Jurgen Klopp. Si tratta di una forma di gioco che mescola elementi prosastici ed elementi poetici. Da un lato la concretezza e l’organizzazione, dall’altra la frenesia e l’individualità. Possiamo definire prosa la parte difensiva del Gegenpressing, quella di recuperare il pallone, poetica invece quella offensiva, ovvero la fase che segue il recupero della sfera. Questo perché l’ordine perfetto con cui ci si muove nel recuperare la sfera diviene poi una forza tumultuosa quando si va ad attaccare la porta avversaria.

Prodotto col Borussia, perfezionato col Liverpool. Il Gegenpressing è ormai oggi una vera e propria scuola tattica. Ma a rendere tremendamente efficace l’assetto dei Reds è la parte poetica della squadra, il tridente Mane-Firmino-Salah che ha fatto della frenesia e dei lampi individuali il suo marchio di fabbrica. L’opera di Klopp è un chiaro esempio di sovvertimento dell’ordine e, più che altro, una prassi tutta moderna di prendere le parti migliori, contaminarle e creare un prodotto superiore alle basi di partenza. Un’operazione nichilista che scomponendo le parti le annulla e costituisce altro, la sintesi di una sorta di movimento dialettico hegeliano calcistico.

POETI E PROSATORI

Pasolini parlava di calcio in prosa e poesia 50 anni fa, quando il mondo del pallone, e anche quello della letteratura, erano profondamente diversi. Come abbiamo visto tutto è cambiato, ma anche adesso si può ancora parlare di prosa e poesia nel calcio. Questo è possibile perché, proprio come l’intellettuale bolognese aveva teorizzato, il calcio nient’altro è che un linguaggio e il contesto può variare in ogni modo, ma nel rettangolo verde alla fine sempre la lingua del pallone si parlerà.

Allora questo linguaggio può variare, perché variano le forme espressive col mutare dei tempi, ma sarà sempre riconducibile a quelle che sono le modalità concettuali per eccellenza, prosa e poesia. Tra altri 50 anni potremo ancora parlare in questi termini, con stilemi e idee diverse da quelle di oggi e da quelle di 50 anni fa. Ma il calcio alla fine rimane quello, una ricerca del linguaggio più adatto per raggiungere sempre lo stesso obiettivo comunicativo: il gol.