Cosa succede quando mescoli insieme classe, forza, visione di gioco, velocità di pensiero, rapidità di esecuzione e giovane età inserendoli tutti in una partita decisiva della lpenisola italiana? Diventi subito l’oggetto del desiderio delle grandi del campionato e il cocktail esplosivo che hai servito niente meno che al Milan diventa una bomba ad orologeria sulle tue qualità. El Tucu Correa è stato tutto questo mercoledì sera a San Siro, ripetendo le prestazioni monstre che da un anno a questa parte sta fornendo alla causa della Lazio di Simone Inzaghi, portandola come ultima istanza in finale di Coppa Italia, e raggiungendo il breve tempo i gradi del titolare in una squadra che ad agosto sembrava automatizzata per il talento presente in rosa. Ciò che non tutti sappiamo però, è che il ragazzo ha iniziato ad essere decisivo già ell’Estudiantes, non esattamente un club di seconda fascia in Argentina, a soli 17 anni, stregando prima Juan Sebastian Veron e poi Jorge Sampaoli. Un’investitura che aspettava la maturazione, l’ultimo ingrediente del cocktail servito mercoledì ai rossoneri, e che ancora deve dare il meglio di sé.

DAGLI ESORDI ALLA LAZIO

La lunga strada che porta il “Tucu” Correa alla Lazio è lastricata di grandissime giocate e di errori clamorosi che lo hanno ricacciato nel baratro nonostante la giovane età: nato il 13 agosto del 1994, Joacquin Correa è vicino ai 25 anni e l’annata in corso con la Lazio dimostra quanto l’età sia necessaria per assumersi la responsabilità del proprio talento. E’ il 19 maggio 2012, la carta di identità segna diciassette anni e l’Estudiantes, dopo averlo prelevato dalle giovanili del San Lorenzo, decide di gettarlo nella mischia a pochi minuti dalla fine. Sostituisce un certo Duvan Zapata, suo futuro compagno nella Sampdoria, e si posiziona a sinistra, habitat naturale da cui poi partirà la maturazione definitiva che, ad oggi, lo porta a svariare come regista offensivo a tutto campo nella Lazio camaleontica di Inzaghi. Con l’Estudiantes mette a referto 5 goal e 5 assist in 55 presenze, segnando addirittura contro il San Lorenzo nel 3-0 rifilato alla squadra di Buenos Aires il 10 maggio 2014, a vent’anni ancora da compiere. Il processo di maturazione, iniziato nella pubertà e legato indissolubilmente all’investitura di Veron, sta per compiersi con il grande salto in Italia.

“Quando sarò di fronte a Dio alla fine della mia vita, spero che non mi sarà rimasta nemmeno una briciola di talento, e che io possa dire, ‘Ho usato tutto quello che mi hai dato’.”

SULLE SPONDE DI GENOVA

Aveva ragione Erma Bombeck quando, a metà del ‘900, scriveva del talento come un dono di Dio. In Argentina, e in tutto il Sudamerica, la figura del Dio creatore è fondamentale nella vita degli sportivi e degli uomini in generale, affidando a Lui ogni merito della propria esistenza. Correa, una volta lasciato l’Estudiantes nel dicembre 2014, si accasa alla Sampdoria, patria di marinai e calciatori di grandissime speranze, squadra che stava iniziando il processo per diventare quel fattore che oggi rappresenta in Serie A grazie a giocatori imperituri quali Quagliarella o a realtà ormai affermate del nostro calcio come Defrel, Ramirez o Linetty. Il talento è però difficile da essere gestito, sopratutto in una nuova realtà, sopratutto se hai soli vent’anni e non ancora pronto a farlo deflagrare in tutta la sua forza. È l’ottobre 2015, El Tucu ha già esordito (ma non ancora segnato) con la maglia della Sampdoria per circa un anno, e la sfida al Marassi vede presentarsi di fronte ai blucerchiati l’Inter di Mancini e Kondogbia. Correa, col numero dieci sulle spalle, viene servito da Soriano sulla sinistra. La sua penetrazione risulterà vincente in un primo momento con Handanovic battuto e l’argentino che si ritrova a tu per tu con la linea di porta: il suo sinistro è però molle, poco incisivo, quasi privo della giusta convinzione e la palla si spegne sul fondo tra lo sgomento generale. tanto bastò a quel tempo per bollarlo come incapace di crescere, di utilizzare quel talento che madre natura (o Dio che dir si voglia) gli ha donato mescolando nel cocktail finale solamente tanta immaturità. Saluterà la Sampdoria come eterna promessa da 3 goal e 2 assist in 31 presenze, scegliendo Siviglia e un uomo che gli cambierà per sempre la vita.

ARGENTINA, ARGENTINI, SIVIGLIA

È il dieci luglio 2016 e la Sampdoria si priva del talento del suo numero dieci per donarlo a piene mani al Siviglia di Monchi e Sampaoli. Il futuro CT dell’Argentina nonché leggenda della nazionale Cilena, aveva visto in Correa il talento del predestinato: giocatore totale in grado di ricoprire più ruoli nella trequarti offensiva, l’argentino indosserà la maglia numero undici giocando 73 partite e mettendo a referto 15 goal e 10 assist, evolvendo il suo stile di gioco e risultando finalmente decisivo ai fini degli obbiettivi della squadra. Sono 22 gli anni compiuti nel corso dell’estate del trasferimento al Siviglia e la sua maturità, giunta nel corso dei due anni successivi, fa espoldere quel talento sopito in Liguria e che lo stesso Veron ha sottolineato più volte parlando di lui:

“Conosco bene Joaquin, ho giocato con lui e ci ho anche lavorato anche quando sono diventato dirigente. E’ cresciuto molto, ma deve continuare ad imparare e a migliorare. II calcio italiano lo farà diventare molto più calciatore di quanto fosse agli inizi nell’Estudiantes. Quando ha iniziato ad allenarsi con la prima squadra, già si vedevano le sue doti. Ci allenavamo a battere le punizioni, a come posizionare il corpo per calciare. Gli ho dato dei consigli, a volte l’ho sgridato, ma Correa si è fatto da solo. Non si e mai sentito un giocatore già fatto, ha capito che per emergere bisogna imparare tutti i giorni.”

Un’investitura ricalcata a Siviglia con il giovane ragazzo di Tucumàn capace di apprendere da qualsiasi compagno, allenatore e avversario affrontato. Il suo gioco, grazie agli spazi spagnoli e alle reti messe a segno, si impregna di quell’ingrediente fondamentale chiamato consapevolezza dei propri mezzi che lo rendono, nell’ultimo anno a Siviglia, una vera e propria macchina da risultati: 7 goal e 7 assist, una rete contro il Liverpool in Champions League, due assist contro il Manchester United negli ottavi della stessa competizione. Poi i goal in Copa del Rey e quello siglato contro l’Atletico Madrid che lo rendono decisivo nell’economia del Siviglia sotto porta. Numeri non troppo elevati, ma la costruzione di un ragazzo che si è reso conto, all’alba dei 23 anni, di quanto grande sia il talento tra le sue mani.

IL VOLO DELL’AQUILA

E arriviamo così alla chiusura del cerchio, che poi chiusura non è ma solo inizio della vera carriera del ragazzo venuto da Tucumàn: è il primo agosto 2018, la Lazio deve sostituire Felipe Anderson partito in direzione Londra e da Siviglia arriva un ex Sampdoria dotato di grande talento e dal costo relativo (saranno circa 20 i milioni corrisposti al Siviglia tra parte fissa e bonus) che Inzaghi aggiungerà, almeno nelle intenzioni iniziali, alla batteria di trequartisti in suo possesso alle spall di Luis Alberto e Milinkovic Savic. Ma il talento, quella cosa che esplode se viene coltivata giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, fa si che in pochissimo tempo l’argentino diventi fulcro del gioco della Lazio di Inzaghi rendendosi fondamentale per la quantità di gioco creato e la forza delle giocate che riempiono di qualità la trama biancoceleste. Due espulsioni dirette ne condionano l’ambientamento in Europa League, ma arrivano poi i goal contro Udinese, Parma, Milan e i due assist nel derby e quello contro il Napoli. Una scalata a suono di giocate, incursioni, dribbling e quel tocco di sana follia dato dalla fortissima consapevolezza di sé e dei propri mezzi. Joacquin Correa, dopo mesi di apprendistato e anni di vagabondaggio, ha finalmente raggiunto la propria maturità calcistica: un punto di partenza da quale si potranno vedere solo cose migliori di quelle fatte fino a questo momento.

COME CRISTIANO RONALDO

Dopo il goal al Milan i social si sono scatentati alla ricerca di questo ragazzo argentino che, in pochissimo tempo, ha distrutto le certezze della tifoseria biancoceleste imponendosi come fattore fondamentale nell’economia calcistica della Lazio di Inzaghi. Tanti assist, un numero adeguato di goal e innumerevoli prestazioni convincenti lo hanno fatto assurgere a dominatore della trequarti delle aquile: il campo, si sa, ai tifosi non basta mai e le notizie sulla sua relazione con Desire Cordero, ex storica di Cristiano Ronaldo, hanno fatto il giro del mondo. Un motivo in più per seguire la crescita di questo ragazzo argentino che nel giugno 2017 ha debuttato con la maglia dell’Argentina e che oggi ha preso per mano la Lazio accompagnandola in finale di Coppa Italia a due anni dall’ultima volta.