“Es una Final, por fin llegò la Gran Noche“.

I quotidiani spagnoli si sbizzarriscono dando libero sfogo alla fantasia letteraria. Ma con una certezza comune. La semifinale fra Reds e Blaugrana sembra un antipasto in tutto e per tutto allo scontro decisivo di Madrid, uno duello fra titani che spianerebbe ai vincitori la strada al titolo. Questo a detta di molti quantomeno.

Il percorso delle due squadre ha messo in luce i valori dei due club. Spettacolo, concretezza, magia nelle giocate al servizio di una meticolosa e studiata tattica sono solo alcuni esempi di concetti estrapolati dal loro gioco, perfetta sintesi di come debba pensare e agire una squadra per puntare ad essere vincente. Lione e United nel cammino degli spagnoli, Bayern e Porto in quello degli inglesi nelle eliminazioni dirette. Formazioni che si sono dovute arrendere al fiore all’occhiello del calcio europeo, protagoniste sia in Europa che nei rispettivi campionati. Il Barcellona infatti è già Campione, col il Liverpool che insegue il City a un solo punto di distanza.

La bolgia degli oltre 100mila tifosi del Camp Nou fa da sfondo tanto a una carica come nessuna per il Barça quanto a una montagna da scalare per il Liverpool, chiamato a superare i propri limiti nella notte spagnola. Valverde vs Klopp, Spagna vs Inghilterra, le emozioni sono servite.

BLAUGRANA IN TRANSIZIONE

Lo scontro fra titani vede anzitutto coinvolti i neo Campioni di Spagna, approdati alle semifinali dopo aver archiviato la pratica United, con 4 gol nei due scontri senza subirne.

Per 8 volte negli ultimi 10 anni la Liga si è tinta dei colori catalani figli della forza e del coraggio Blaugrana. Serve aggiungere altro per introdurre i mostri sacri del calcio spagnolo? Le qualità del Barcellona sono cosa nota a tutti ormai: qualità nei singoli e nel fraseggio di squadra verso una vittoria figlia dello spettacolo, vera essenza del calcio. Una spina nel fianco in toto per Klopp e ragazzi.

Il Barcellona dell’epoca contemporanea è unico, inconfondibile, immortale. Nell’intensità e dinamismo del calcio moderno continua a prevalere, a vincere e a convincere. Una diretta conseguenza della filosofia della società, di un modus operandi in continuo divenire: da Guardiola a Luis Enrique, quindi ad oggi con mister Ernesto. Il gioco di Valverde prende naturalmente spunto da quello dei predecessori, per poi fluire verso una costante evoluzione. Per quanto bello e vincente, infatti, non si può certo rimanere ancorati al passato.

“Quando la squadra non funziona, la tattica ti aiuta a a restituire un ordine alle cose. Quando invece la squadra funziona, puoi anche dimenticarti degli schemi, sei nel paradiso degli allenatori. Il calcio è uno sport continuo, la panchina ha un’influenza minima sul risultato: ci sono solo tre sostituzioni, i giocatori si muovono in campo e prendono decisioni per 90 minuti, hanno pochi attimi per pensare, non sempre possono ascoltare e rispettare le indicazioni di una persona posizionata a cinquanta metri di distanza. Anche per questo penso da sempre che i grandi giocatori del Barcellona riescano ad analizzare il gioco meglio di me. Anzi, mi correggo: lo interpretano meglio di me”.

Le parole di Valverde sul gioco sono quindi chiare: l’istinto e l’intelligenza tattica di prendere decisioni dentro al campo sono la chiave di volta nel corso dei 90 minuti. Concetti instillati da una filosofia fatta di qualità nelle giocate e della loro continuità, partita dopo partita. Un concetto, questo, in generale controtendenza col pensiero tecnico tattico dei suoi predecessori. Un contromanifesto ideologico rispetto alla storia del Barça e alla filosofia di Cruijff e Guardiola, secondo cui i risultati passano necessariamente dalla ricerca continua di nuove soluzioni all’interno di un sistema per principi.

Quest’anno il Barça ha proseguito la linea del cambiamento cominciata nella stagione precedente. A partire dal possesso palla: rimane la squadra col maggiore possesso palla in Liga (61%), minore però rispetto a quello di Luis Enrique (64% nel 2014/15) e Guardiola (67% nel 2011/12). Nella recente vittoria ai danni del Betis sono stati gli andalusi a tenere il possesso (57% contro il 43% dei rossoblù).

Le “falle” di inizio anno poi sono state arginate e messe a posto. A inizio stagione, con Coutinho mezzala sinistra e Dembélé esterno d’attacco, il Barça non riusciva minimamente ad avere il controllo di quanto succedeva in campo. Una squadra di pure talento che portava due aspetti di una comune medaglia:fiammate continue e letali, ma anche ad imprevedibili transizioni difensive dopo dolorosissime perdite del pallone (troppo spesso proprio nella zona di Coutinho e Dembélé) con uno scaglionamento che lascia troppo solo Busquets al centro del campo.

Arthur, in tutto questo, merita una menzione. Dal momento in cui si è preso la titolarità ha cambiato il sistema stesso di Valverde, rimettendolo a posto. Con il suo gioco aiuta a controllare il ritmo della partita, rimette ordine nel rapporto tra perdita e riconquista del pallone. Le conseguenze sono evidenti: il Barcellona perde meno palloni a centrocampo con lui e la riconquista avviene più in alto.

La presenza di Arthur aiuta anche i due compagni di reparto. Busquets è libero di spadroneggiare nel gioco di infiniti tocchi di palla che lo ha reso la certezza forse più sottovalutata dei Blaugrana, con Rakitic poi libero di muoversi e in caso anche di avanzare seguendo la manovra. Distribuzione razionale del pallone e resistenza alla pressione: il tipo di centrocampista che il Barcellona ha cercato negli anni successivi all’addio di Xavi.

Un meccanismo tanto efficiente quanto in costante evoluzione quindi. Col talento di Luis Suarez e del solito Leo Messi a completare l’opera (75 i gol dei due quest’anno fra tutte le competizioni). Il Liverpool è avvisato.

OUTSTANDING REDS!

Dall’altra parte troviamo il Liverpool, l’avversario forse più spinoso che i Blaugrana potevano trovare nel proprio cammino. La squadra di Klopp rappresenta il connubbio perfetto fra imprevedibilità nel potenziale e certezze mostrate nel rettangolo di gioco, figlie di un progetto in divenire. Il club inglese sta vivendo una stagione senza precedenti ma al tempo stesso paradossale.

Nell’annata del record del club di punti potrebbe comunque non vincere il titolo. Quella Premier League combattuta fino all’ultima giornata e in mano (almeno per ora) a un Manchester City disimpegnato dalla fatica europea e concentrato ora a riconfermarsi in Oltremanica.

In tutto questo si evince in ogni caso un’evoluzione tecnico tattica dei Reds: la spregiudicatezza offensiva dei Vice Campioni d’Europa ha e sta gradualmente lasciando il posto a una filosofia più studiata, celebrale e calma, all’insegna del possesso (58.7% di media quest’anno) per il controllo del match e della precisione nei passaggi (84.5%).

I quarti di finale col Porto hanno messo in luce le diverse qualità di questa squadra. 6 gol in 180 minuti, del resto, non si segnano spesso in Champions. La sicurezza offensiva degli uomini di Klopp è fuori dal comune (84 gol finora in Premier League), come unico il loro dinamismo tattico.

Il modulo di riferimento rimane il 4-3-3 e in fase di controllo offensivo si trasforma in un atipico 2-3-5. I cardini della fase offensiva sono diversi: costante è l’occupazione delle fasce, con Alexander-Arnold e Robertson quasi contemporaneamente alti e larghi a tenere forte il pressing. Questo permette agli esterni offensivi di interscambiarsi con Firmino la davanti, senza dare punti di riferimento veri e propri.

Quindi fluidità e camaleonticità nei ruoli e nei compiti svolti. Il calcio moderno esige giocatori “multitasking” e i Reds rispondono presente sotto questo aspetto. Tante poi le soluzioni di passaggio per il portatore di palla, in un possesso quindi meno avventato, più equilibrato e ragionato.

Se il Liverpool vola sulle ali dell’entusiasmo lo deve anche (e soprattutto) a una retroguardia che ha saputo trovare in Virgil Van Dijk una certezza. Con la sua esperienza a portare un’incredibile affidabilità al reparto difensivo che, in questa stagione, ha mantenuto inviolata per ben 19 volte la porta di Alisson. Di seguito alcuni numeri sull’annata del difensore olandese, eletto da poco Player of the Year in Premier League.

Il Barcellona dovrà poi guardarsi dalla fantasia calcistica là davanti. Sadio Mané, in particolare, si è dimostrato il più costante finora nel tridente d’attacco inglese (20 i gol segnati), meno sorprendente e incisivo rispetto allo scorso anno ma comunque letale. Il suo apporto alla squadra trascende i “freddi” numeri: la sua mobilità, agilità e dinamismo lo rendono un cliente scomodo per le difese avversarie. Attacca bene la profondità ed è letale palla al piede, per poi sacrificarsi in fase di non possesso per il recupero del pallone.

Alla base di quanto detto risulta lecito quindi interpretare la semifinale fra Barcellona e Liverpool come una finale anticipata. Uno scontro fra titani che incarna appieno il calcio nella sua massima espressione, lo sport nella sua essenza più appassionante.

L’inizio, questa sera, di 180 minuti unici, irripetibili.