Sovvertendo ogni pronostico il Liverpool di Klopp ha ribaltato il 3 a 0 del Camp Nou conquistando per la seconda edizione di fila la Finale di Champions League. Anche il Barcellona, sempre condotto da Ernesto Valverde, ha dato seguito al disastro compiuto a Roma l’anno scorso dilapidando ancora una volta il cospicuo vantaggio costruito tra le mura amiche. Il 4-0 finale, figlio soprattutto di un secondo tempo strabordante degli inglesi, ha evidenziato quelle perplessità attorno all’undici di Valverde che già da tempo aleggiavano in Catalogna.

Nonostante le pesantissime assenze di Salah, Firmino e Keita, i Reds hanno compiuto una rimonta che per coefficiente di difficoltà affianca quella degli stessi blaugrana ai danni del Psg ormai due anni fa.

SCHIERAMENTI INIZIALI

Per sopperire alle pesanti assenze sopracitate, Klopp sceglie Origi e Shaqiri come partner offensivi di Manè. A centrocampo Henderson e Milner affiancano il vertice basso Fabinho, mentre in difesa rispetto al match del Camp Nou Alexander-Arnold sostituisce Joe Gomez sulla destra.

Di contro Valverde ripropone l’undici di sette giorni prima, lasciando nuovamente in panchina Arthur. Nonostante per tutta la stagione avesse fatto intravedere i crismi dell’erede prediletto di Xavi, il centrocampista brasiliano in 4 dei 6 match della fase ad eliminazione diretta è partito dalla panchina. La scelta di Valverde di preferirgli l’esperienza e la maggiore indole difensiva di Vidal è figlia di quell’essenza conservatrice che dopo la partita di ieri potrebbe rappresentare la pietra tombale sulla sua esperienza a Barcellona.

       

UN PRIMO TEMPO A DUE FACCE

In assenza dei due giocatori maggiormente capaci di andare in gol attraverso un’iniziativa personale, il Liverpool radicalizza ancor di più i suoi principi base. La pressione costante nei primi minuti non porta alla creazione di limpide occasioni da gol, ma rende meno sicuro il palleggio del Barcellona. L’errore gravissimo di Jordi Alba è  punito dall’intelligenza di Jordan Henderson che, nonostante l’evidente errore di Matip nel lancio, si alza in pressione sfruttando poi l’assistenza di Manè.

Mentre il pallone è ancora in aria, Henderson è l’unico che con reattività scommette sull’errore di Jordi Alba.

Il vantaggio Reds funge da sveglia per il Barcellona. Appena comincia ad allentarsi la pressione dei padroni di casa, i blaugrana cominciano a sviluppare gioco. La fascia centrale e quella sinistra sono quelle dalle quali nascono i principali pericoli. Come da prassi, in fase di possesso quello dei blaugrana è un modulo fluido tendente a creare densità nella zona sinistra dell’attacco. Jordi Alba si alza sulla linea degli attaccanti, Rakitic affianca Busquets in prima costruzione, Coutinho si accentra e Messi galleggia nella zona centrale.

Il grafico delle posizioni medie conferma lo sbilanciamento verso sinistra dell’attacco blaugrana.

Come il Liverpool all’andata però, Messi & co pagano la scarsa lucidità sotto porta e in fase di rifinitura, concludendo il primo tempo senza aver superato il muro eretto da Allison.

Al termine di un’uscita dal pressing avversario da antologia costruita sull’asse Lenglet-Piquè-Busquets, Rakitic verticalizza per Jordi Alba. Lo spagnolo arriva sul fondo con in area 4 compagni più Messi in leggero ritardo.

Con eccessiva fiducia nei suoi mezzi, il terzino tenta il passaggio più complicato per servire l’argentino, permettendo al Liverpool di rientrare.

Oltre a Jordi Alba, impreciso in entrambe le fasi, il grande assente della serata è stato Philippe Coutinho. Il brasiliano ha disputato un match coerente con gran parte della sua stagione. Impreciso, poco determinato e poco determinante. 0 dribbling riusciti, 0 passaggi chiave, 2 palle perse e una ghiotta occasione sprecata a tu per tu con il compagno di Nazionale Allison.

DOMINIO INCONTRASTATO

Al termine dei primi 45 minuti Klopp inserisce Wijnaldum al posto di Robertson dirottando Milner sulla fascia sinistra. L’impatto dell’olandese è devastante: con due inserimenti mortiferi coglie impreparata la passiva difesa del Barcellona e nei minuti finali ricopre un ruolo fondamentale nella gestione del pallone.

L’azione del primo dei due gol dell’olandese è il manifesto del gegenpressing di Klopp: persa palla nella trequarti avversaria, Arnold, Shaqiri e Origi si lanciano alla riconquista pressando prima Rakitic e poi Alba. Lo spagnolo si fa scippare il pallone dal terzino inglese che, involatosi sulla fascia, inaugura il suo secondo tempo da MVP (2 assist e 4 passaggi chiave) con l’assist al bacio per Wijanldum.

L’immediato 3 a 0 dei padroni di casa taglia le gambe alla squadra di Valverde. Dal 68esimo in poi, nonostante un risultato da recuperare, il Barcellona non calcia più in porta, concedendo ad Allison mezz’ora di inaspettato relax. Togliendo Coutinho per Semedo e ridisegnando il 4-4-2 con il quale aveva concluso l’andata, Valverde cerca di riequilibrare la squadra, ma la mossa non fa che rendere ancor meno efficaci gli attacchi degli ospiti.

L’unica via di sfogo è rappresentata dalle progressioni palla al piede di Messi. L’argentino è autore di una prova più che sufficiente: 4 dribbling riusciti su 5, 3 passaggi chiave (migliore della partita) e unico vero rivale di Allison. Nella sua zona però, giganteggia un Fabinho in versione deluxe, autore di una prestazione maiuscola in copertura partecipando attivamente ad ogni transizione difensiva.

Il quarto e decisivo gol è stato la logica conseguenza del crollo emotivo dei blaugrana. La distrazione nell’occasione del calcio d’angolo, con tutti i giocatori che danno le spalle alla porta e ad Origi, rapportata alla reattività dello stesso attaccante e di Alexander-Arnold è la fotografia dei 90 minuti di Anfield.

Il risultato complessivo è lo specchio dell’impronta distinta data dai due allenatori alle rispettive squadre. Per la seconda volta in due anni Valverde non è riuscito a gestire un vantaggio abissale, contorcendosi nella sua stessa mancanza di coraggio e trasmettendola all’undici sceso in campo. Klopp invece, nel post gara ha ammesso che non nutriva grandi speranze in relazione ad una rimonta di questa portata, dimostrando come questa volta sia stato l’esercito a trascinare il suo condottiero. Una diversa trasmissione di valori tra allenatore e gruppo che ha deciso la qualificazione.