Della partita fra Liverpool e Barcelona si è già scritto e tanto ancora si scriverà, perchè quella di Anfield – al pari della altrettanto splendida sfida che ha contrapposto Ajax e Tottenham ieri sera – è stata una delle pagine più emozionanti che questo sport potesse offrire. In un particolare momento storico, in cui il consumismo e la ricerca senza mezzi termini della vittoria hanno invaso anche il calcio, questa edizione di Champions League sembra essere l’eccezione che conferma la regola. Il capitombolo del Barça, a poco più di un anno dalla remuntada infertagli dalla Roma, è l’emblema di come questo sport sia una macchina che genera emozioni, ma che distrugge sogni, provoca gioia, ma infligge dispiaceri. E non sempre agli onori della cronaca finiscono i campioni affermati, quelli che ogni domenica trovano il modo di far parlare di sé, mettendo in ombra tutti gli altri. Alle volte la Dea Bendata colpisce il meno quotato, rendendolo protagonista inaspettato di serate indimenticabili: è il caso di Divock Origi, che da martedì è l’idolo di un popolo intero.

Rpercorriamo le tappe più significative dell’attaccante del Liverpool, l’uomo che per una notte – e che notte! – ha infiammato Anfiel Road.

QUESTIONE DI DNA

Quando nella tua famiglia tutti, davvero tutti, giocano a calcio è difficile che tu possa tentare di percorrere una strada diversa. Certe cose si trasmettono di padre in figlio, di generazione in generazione. D’altronde gli Origi’s hanno un rapporto speciale con questo sport: papà Mike ha giocato in diversi club belgi – Genk e Oostende su tutti – oltre all’essere recordman di presenze in Nazionale; gli zii Austin, Gerald e Anthony, hanno avuto un’onesta carriera nella prima divisione kenyota. Proprio nel periodo in cui Mike Origi segnava gol a raffica ad Oostende (Belgio), viene alla luce il piccolo Divock.

Divock Origi Famiglia

Sulle orme del papà, dal quale ha evidentemente ereditato lo statuario fisico (185 cm), inizia a muovere i primi passi nel mondo del pallone: trascorre nove anni nell’Academy del Genk, per poi firmare a quindici anni per il Lille, rifiutando un’allettante offerta di un Manchester United allora allenato da sir Alex Ferguson, favoloso scopritore di talenti. Nel 2013 fa il suo debutto in prima squadra, entrando dalla panchina durante un match di Coupe de France. A distanza di 9 giorni dal suo esordio assoluto, segna anche il gol del definitivo 1-1 contro il Troyes, prima di una discreta serie di reti che metterà a segno nelle prime stagioni da professionista. Nei due anni e mezzo con la maglia dei Mastini, Origi segnerà 15 reti – non pochi per un esordiente che sgomita per la titolarità in una squadra che naviga in brutte acque.

LA VETTA E IL PRECIPIZIO

Le solide prestazioni che registra in Francia convincono il ct della Nazionale belga, Marc Wilmots, ad inserire il classe ’95 nella lista dei 23 convocati al Mondiale brasiliano del 2014. Di lui si dice un gran bene: è un attaccante che combina forza e velocità, tecnica e fiuto del gol, e seppur poco meno che ventenne, mostra tutti i crismi del futuro campione. In terra verdeoro non delude le aspettative, anzi. Nella seconda partita del girone, contro la Russia di Fabio Capello, segna la rete che permette ai Diavoli Rossi di centrare la qualificazione agli ottavi.

In quello stesso, straordinario, incredibile anno, viene nominato “Young Belgian Talent of the Year“: attorno alla sua crescita si genera un hype non indifferente, comprovato dall’interesse dei grandi club europei. A spuntarla è il Liverpool, che sborsa per il suo cartellino 13 milioni di euro – non pochi all’epoca dei fatti. Da Diables Rouges ai Reds è un attimo, o forse no.

Con il Liverpool – dopo una prima stagione in cui viene congelato in prestito al club d’appartenenza – l’amore non sboccia mai. Nei due anni nel Merseyside, le grandi aspettative vengono quasi totalmente disattese: le 21 reti siglate – che tutto sommato non costituiscono un bottino magro – non sono abbastanza, se soppesate col grande avvenire che aveva fatto presagire Divock. Il trasferimento, accolto con grande speranza, viene etichettato come un vero e proprio flop, tant’è che Jürgen Klopp preferisce spedirlo in prestito altrove alla possibilità di lasciarlo costantemente a riscaldare la panchina.

Divock Origi Jurgen Klopp

Causa i frequenti problemi muscolari, una scarsa dedizione al lavoro ed un pizzico di sfortuna, Origi finisce al Wolfsburg: il peggior Wolfsburg che si ricordi nell’ultimo decennio.

IL VALORE TERAPEUTICO DEL GOL

Anche in Germania, dove arriva tramite un prestito oneroso pari a 3 milioni di euro, Origi compie una stagione piuttosto mediocre: 7 reti e 3 assist. Il problema non sussisterebbe se gli addetti ai lavori non lo avessero incensato a tal punto dal definirlo il nuovo Lukaku – il quale, seppur non sia un campione, ha sempre segnato tantissimo in carriera. In Bassa Sassonia, in particolare, si ricordano di lui soprattutto per un gol clamorosamente fallito contro il Lipsia nel classico turno infrasettimanale pre-natalizio.

Divock Origi errore Wolfsburg

Origi non deve far altro che accompagnare la palla in rete. Nessuno lo ostacola. Il portiere è fuori gioco, il pallone gli arriva con precisione, senza rimbalzo alcuno. Ma Divock spara alto e il Wolsfburg deve accontentarsi di uno scialbo 1-1.

Al ritorno dalla non esaltante esperienza teutonica, il belga è reintegrato nella rosa agli ordini di Klopp, partendo dall’ultimo posto nelle gerarchie di un reparto offensivo fra i migliori in circolazione. Ma la sua non è una storia banale, le sliding doors hanno fatto il loro corso: il club voleva sbarazzarsene a tutti i costi, mettendolo sul mercato sia in estate che a gennaio. Le condizioni necessarie per una cessione, però, non si sono concretizzate e Divock è rimasto in panchina ad attendere il proprio momento. Poi, le reti decisive nel derby contro l’Everton e nella trasferta di una settimana fa a Newcastle, due match decisi dal belga-kenyota.

La doppietta messa a segno contro il Barcellona, poi, ha suggellato la sua rinascita. Klopp, che di fiducia ne suoi confronti ne riponeva poca, si è dovuto ricredere. I tifosi anche. Da dimenticabilissimo affare andato male a beniamino della Kop. Quei due gol, così casuali, fortunosi, brutti, hanno impresso vita nuova alla carriera di un talento che sembrava aver deciso di galleggiare nella più totale mediocrità. Chi, come lui, è appassionato di psicologia converrà sul fatto che i gol, più di ogni altra cosa, sono capaci di risanare un rapporto calcistico non esaltante. La terapia del gol ha funzionato anche questa volta.

Le stelle gli hanno sorriso, la Kop ha urlato a squarciagola il suo nome: Divock Origi è rinato dalle sue ceneri.