L’uomo da sempre si interroga. In molti hanno provato a dare contorni di risposte a domande sempre più tendenti all’infinito: dalla nascita dell’esistenza fino al senso della vita. Troppo vasto il mondo della filosofia e troppo contornato di particolari per trovare una nitida sentenza sotto forma di vademecum.

Anche il calcio, nel suo piccolo-grande mondo, è ornato di Tabù: molti di questi esaltano il calcio a sport mistico, altri lo declassano in ridondanti discorsi da bar. Ce ne è uno, in particolare, che divide le masse così distintamente come soltanto Mosè riuscì a fare con le acque: “E’ meglio puntare al risultato o alla prestazione?”. Abbiamo provato a delineare i confini di una risposta, ben sapendo che le strade delle repliche e delle soluzioni rimangono infinite.

MENTALITA’ A CONFRONTO

“E’ concettualmente sbagliato legare un progetto all’esito di una partita, per quanto importante esso sia”

Per arrivare agli obiettivi, il genoma della squadra deve possedere l’ossessione della vittoria. È mentalità e fa bene al calcio: i risultati arrivano soltanto se perseguiti a fondo. Ciò che trascina nell’oblio della mancanza di mentalità, invece, è la fissazione dei tifosi verso il successo: se il risultato rimane l’unico espediente per essere felici, diventa difficile appagare l’anima ogni domenica.

Eccolo, il primo grande chiodo fisso del mondo del calcio: è meglio la prestazione o il successo? Si può entrare nel cuore dei tifosi con entrambi, ma sicuramente per rimanere nella memoria dei supporter, e accedere di diritto negli almanacchi, bisogna fare risultato.

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In Italia le due filosofie hanno avuto nomi e cognomi ben distinti: Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, dai quali hanno preso forma l’Allegrismo e il Sarrismo (quest’ultimo entrato di diritto nel vocabolario italiano), due simpatiche classificazioni per definire e rimarcare ulteriormente due modi differenti di fare calcio

Nord e Sud. Juventus e Napoli. L’essenza del risultato contro l’estetica del bel gioco. Per molti anni lo scontro ideologico, in Italia, è andato avanti su questi due binari tanto contraddistinti quanto, in fondo, correlati: Sarri voleva arrivare al risultato attraverso la prestazione, Allegri non poneva veti se non quello di vincere a tutti i costi, anche giocando da provinciale. Fatturati, investimenti e confronti tecnici tra i giocatori a parte, il verdetto alla fine è stato chiaro: Allegri si è portato a casa campionati e coppe nazionali, Sarri ha soltanto visto da lontano trionfare il rivale.

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“Se hai una macchina con tre litri di benzina e devi camminare tanto, non puoi andare a 100 km/h” ha ultimamente sentenziato Allegri a chi gli rimproverava il poco gioco della sua squadra

Eppure, la Juventus, in Europa non riesce ad imporre lo stesso dominio che da anni esercita in Italia, come quest’anno ha dimostrato l’ennesima eliminazione dalla Champions da parte dell’Ajax. Non perché il campionato nostrano non sia allenante per il basso livello qualitativo degli avversari, semmai per la mentalità con la quale ogni domenica le squadre affrontano le big italiane. Si sa, il tatticismo in Italia viene esasperato a livelli estremi, ma come può la Juventus diventare, a livello di gioco, simile all’Ajax quando, in ogni giornata di campionato, l’avversario di turno gioca per non perdere? Il Tottenham, il Liverpool, l’Arsenal e il Chelsea – tra l’altro le 4 finaliste delle due coppe europee – sono arrivate a certi livelli perché hanno avuto l’occasione, durante tutto l’anno di Premier, di giocare contro squadre a viso aperto, con spazi larghi e occasioni da goal ad ogni azione, finendo così per allenare quello che viene definito bel gioco.

È vero, l’Atalanta partecipa allo stesso campionato della Juventus, eppure viene definita da tutti “l’Ajax italiano”. Ma le realtà, tra i nerazzurri di Bergamo e i bianconeri di Torino, sono troppo differenti per essere messe a confronto. Ad Allegri vengono comprati i campioni, e allo stesso tempo richiesti risultati immediati. A Gasperini, invece, le aspettative che società e tifosi impongono sono tutt’altro che di corta gittata e di lungo affanno. Ciò che serve è la pazienza di veder crescere una squadra, sotto tanti punti di vista, e il tempo per permettere questa maturazione.

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La testimonianza lampante di questa tesi è l’avventura di Gasperini sulla panchina di una big quale l’Inter. Al tecnico, approdato nell’estate del 2010 sulla panchina dei nerazzurri di Milano ed esonerato dopo sei giornate di campionato, non fu concesso il tempo necessario per inculcare la propria mentalità

ITALIA, RIDUCI IL GAP

“All’estero la ricerca del bel gioco è così vicina alla normalità da smitizzarsi da sola”

Il calcio parla. Bisogna soltanto saperlo ascoltare. Le due semifinali di Champions da poco concluse sono state chiare: per andare avanti in Europa non bisogna speculare sull’avversario, ma proporre il proprio gioco. Ma occhio alle fregature. Far passare quello visto per calcio spettacolo è un grave errore…

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Il Barcellona all’andata si esalta con Messi, ma viene poi rimontato al ritorno da sciagure difensive. L’Ajax espugna Londra, ma cade rovinosamente in casa. Dietro a queste ormai due storiche partite c’è un filo logico: la mancanza di saper capire il momento e adattarsi. E l’insufficienza di equilibrio non è da meno

Il Barcellona doveva difendere un risultato rotondo – il 3 a 0 -, ma è caduto sotto le sue disattenzioni organizzative. All’Aiax, a 45 minuti dalla finale, poteva bastare difendere il doppio vantaggio, ma per reazione alla paura la squadra di Ten Hag si è aggrappata a ciò che sapeva fare meglio: attaccare. Così facendo, si è allungata e quindi esposta ancora di più alla sentenza del Tottenham. Non poteva snaturarsi, l’Ajax: è fatto così di indole, come in Italia la Juventus tende a centellinare la propria prestazione.

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L’evoluzione arriva anche attraverso il coraggio: nel nostro paese c’è troppa paura e viene spesso privilegiato il passaggio sicuro, che sovente è quello arretrato, piuttosto che un passaggio un po’ più rischioso in avanti

“La differenza che conta non è tra vincere o perdere, ma tra fare calcio o subirlo”

Tra l’Italia e il resto del mondo cambia l’approccio alla partita, il modo di vivere il proprio lavoro. La spensieratezza di Klopp che va a festeggiare dopo una finale di Champions League persa o la normalità con la quale Ten Hag si lascia intervistare a dieci minuti dall’inizio della semifinale di Coppa si riversa, in positivo, sui calciatori, così spogliati di ansie ossessive da risultato – classico italiano – e rivestiti di una leggerezza mai sfociante nella superficialità del lavoro. E così l’esito è presto che fatto: le squadre creano, propongono, attaccano fisicamente uno spazio che è soltanto la conseguenza di una profondità di pensiero che hanno precedentemente immaginato nell’intelletto.

E’ vero, l’allenatore è pagato per portare a casa il risultato. Ma veritiera è anche la considerazione di ciò che è il calcio: un gioco. In Italia siamo cresciuti con Machiavelli, pensando che il fine giustifica i mezzi, ma con gli anni si impara che nella vita ci sono i valori. Nei momenti opportuni mandiamo sempre questo messaggio, eppure quando c’è da scendere in campo oltrepassiamo il confine dell’irregolare per arrivare al risultato. E così il gioco cessa di essere tale.

“Non è il caso di fare drammi. Semmai di metterci al lavoro per recuperare, nel lungo e nel breve periodo. Nel lungo: smettiamola di credere che da loro nascano i campioni e da noi no. Non è questione di mamme. Dal 2006 le nostre nazionali non hanno vinto più nulla. Quelle spagnole, a parte i 2 europei e il mondiale con la Roja, hanno mietuto 10 titoli continentali con le Under 17, 19 e 21. Solo merito dei singoli? Più probabile che il merito sia di un sistema virtuoso cresciuto grazie a buoni investimenti e buona educazione. È lì che dobbiamo inseguirli. Educare alla base il piacere del gioco e il coraggio di imporlo. È la consapevolezza tecnica che ti dà il coraggio, non le quattro punte o assetti tattici presuntuosi. Onore alla difesa e alla tattica che fanno parte della nostra storia non meno di Garibaldi, ma non possiamo pensare in eterno di poter battere gli spagnoli chiudendoci e incartandoli tatticamente o sottoponendoci a elettroshock motivazionali come Conte in Francia. Lavoriamo per batterli presto con la palla al piede, alleniamoci per fare tunnel anche noi, muoviamoci da organismo organico con la loro stessa intensità, per mettere in fila più dei tre passaggi del Bernabeu. Predichiamo più tecnica. È umiliante restare a guardare gli altri che giocano” citava la Gazzetta dello Sport dopo la disfatta italiana inflitta dalla Spagna nelle qualificazioni allo scorso mondiale, poi sfuggite.