“..non è più Domenica”. Non è e non sarà più domenica. Non senza di loro. Capitani, bandiere, simboli di un calcio che non esiste più. Ogni anno il “pallone” deve sopperire all’addio di tanti giocatori che, giunti al capolinea della loro carriera professionistica decidono di “appendere gli scarpini al chiodo” privandosi del rettangolo verde, il loro habitat naturale. Li abbiamo imitati, ne abbiamo copiato le esultanze, abbiamo sognato diventare come loro, ne abbiamo affisso i poster in camera, siamo cresciuti con loro. Dal prossimo giugno il cuore di tutti gli amanti di questo sport sarà, ancora una volta, un po’ più vuoto. Come le nostre domeniche…

SERGIO PELLISSIER

Leader silenzioso, come la sua Aosta, in cui nasce e si forma calcisticamente. Un’intera carriera con la maglia gialloblù del Chievo, che ha deciso di tatuarsi addosso e farne una seconda pelle. In maglia clivense mette a referto la bellezza di 135 gol in 18 stagioni, non male. Secondo la critica uno dei giocatori più sottovalutati della storia del calcio, e come dargli torto. La sua esperienza tricolore ne è un’eloquente dimostrazione. Mette piede in azzurro una sola volta, nel 2009, segnando peraltro il suo primo e unico gol con la Nazionale. Sempre troppo in ombra e fuori dai riflettori, un uomo d’altri tempi. Ma Sergione Pellissier, da sempre punto fermo per tutti gli appassionati di calcio, toccasana per ogni fantallenatore, portatore sano di nostalgia, mancherà proprio a tutti.

ANDREA BARZAGLI

L’ennesimo campione del mondo a ritirarsi, uno dei pochissimi superstiti di quel Berlino 2006 che ci regalò la Coppa. Andrea Barzagli, in arte “la roccia”, cresce calcisticamente nel Palermo, dove costituirà per ben 5 anni uno dei punti cardine della squadra rosanero. Un’esperienza tedesca, al Wolfsburg, prima del ritorno in patria. Alla Juventus sarà uno dei principali artefici della “rinascita” bianconera, grazie alla sicurezza difensiva che ha sempre saputo garantire, facendo innamorare di lui un paese che lo aveva quasi dimenticato. Un uomo spogliatoio, un trascinatore. I suoi errori si contano davvero sulle dita di una mano. Un esempio e un modello da seguire per tutti i giovani italiani, Rugani e Romagnoli in primis, i prossimi “custodi” della porta azzurra.

ROBIN VAN PERSIE

“Nessuno vuole essere Robin”. Non ora. Non ora che uno dei centravanti più forti degli ultimi 15 anni decide di lasciare il calcio. Il talento di Rotterdam, al termine di una carriera coi fiocchi, ha annunciato il suo ritiro alla bellezza di 36 primavere. In Inghilterra ha distribuito gol e giocate con le maglie di Arsenal e Manchester United, ma ha messo d’accordo tutti, senza creare rivalità alcuna. Faro della stessa nazionale Oranje, con la quale vanta uno score da fuoriclasse: 50 gol totalizzati in 102 presenze con la maglia dell’Olanda. Proprio con l’Olanda, in quel di Rio de Janeiro, nel 2014, Robin decise di trasformarsi definitivamente in Spiederman, arrampicandosi su quel pallone che sembrava destinato a Casillas e mettendo a segno un gol che rimarrà nella memoria di tutti. Un peccato. In fondo, giocatori così, non Van persi(e)

PETER CECH

Da Spiderman passiamo a Batman. Per la sua maschera protettiva indossata nel 2012, ma non solo. Anche per una notevole reattività e scatto di reni che lo ha fatto entrare di diritto tra i portieri più forti degli ultimi 15 anni. L'”uomo col casco”, un simbolo prima che una necessità, che indossa dal lontano 2007, dalla partita con il Liverpool in cui accusò un terribile infortunio che sembrava poterne stroncare la carriera. Il talento ceco però, è andato avanti. In Premier, con le maglie di Chelsea (333 presenze) e Arsenal (110 partite giocate) vanta un record senza precedenti: 202 clean sheet in 443 presenze. L’apice della sua carriera è datato Maggio 2012. Nella finale di champions, Cech decise di regalare la coppa dalle grandi orecchie ai Blues contro il Bayern Monaco, parando un rigore prima a Robben nei tempi supplementari e poi ad Olic nella lotteria finale. Per molti, l’Eroe di Monaco.

JAN HUNTELAAR

Torniamo in Olanda. La posizione è la stessa di Van Persie, la generazione uguale. La classe identica e spiccicata. Lui, il calciatore più anziano a mettere a segno una tripletta in Champions League. Ha deciso di finire come aveva iniziato. Di piantare il palo dove l’aveva inizialmente deposto. Nell’Ajax, dove tutto era cominciato quattordici anni fa. La sua classe attirò l’attenzione del Real Madrid, che nel 2008 decise di prelevarlo dall’Heerenveen. In Italia lo ricordiamo per la sua esperienza nel Milan, breve quanto sfortunata. Per una carriera che, anche con lo scorrere del tempo, tende sempre e perennemente verso l’alto. Con lo Schalke, in Germania, ha abbattuto e frantumato qualsiasi record, mettendo a segno la bellezza di 82 gol, tanto per far capire che ambizioni e determinazione contano più dell’età. In patria l’hanno soprannominato “The Hunter”, il “cacciatore”, quando aveva ancora 23 anni. Soprannome che, col senno di poi, gli casca a pennello

Stilare una lista di giocatori che appenderanno gli scarpini al chiodo, fa ancora più male, se fatto il giorno in cui, un certo ragazzino di nome Daniele De Rossi, ha deciso di dire addio alla sua Roma, alla squadra della sua città e del suo cuore. Qualcuno sperava, ironicamente, di morire prima. Addirittura c’è chi si chiede se abbia ancora senso tifare e guardare questo sport. Non lo sappiamo, e probabilmente, non lo sapremo mai. Certo è che, come diceva Seneca, ti accorgi dell’importanza di una cosa quanto viene a mancare. Noi invece, appassionati di calcio, abbiamo deciso di bruciare le tappe: ci mancano già tutti.