Le parole uscite dalla sua bocca sembrano prendere forma, acquistare consistenza. Un classico esempio di calcio che diventa materia senza però perdere il fascino emotivo della sua praticità.

Di Luigi Garlando, nota firma della Gazzetta e stimato scrittore di libri per ragazzi, colpisce soprattutto la capacità di far rimanere il lettore ancorato al testo da lui scritto fino alla fine. Un giornalista che riesce a esemplificare (e semplificare) tutto ciò che racconta. Un Dybala della narrazione, per rimanere in tempi moderni, bravo a muoversi tra le linee della cronaca e altrettanto capace a rendere più dolce ogni argomento toccato.

CALCIO, GIORNALISMO E VALORI

Tanti dicono che Guardiola sia il miglior allenatore degli ultimi vent’anni. Altri giustificano le sue vittorie rapportando il potenziale delle squadre da lui allenate. Nei trionfi ottenuti da Guardiola, c’è più merito dell’allenatore spagnolo o valore dei calciatori avuti a disposizione?

“Mi schiero dalla parte di Guardiola, perché la sua mano si è sempre vista. Aldilà dei risultati ottenuti, e oltre alla forza delle squadre allenate, Pep ha sempre migliorato il calcio della nazione dove è andato. Saranno coincidenze, ma quando è andato al Barcellona (ciclo 2008-2012, ndr), la Spagna è diventata campione del mondo; quando ha allenato in Germania (2013-2016, ndr) pure. Adesso che allena in Inghilterra, ci sono quattro squadre finaliste nelle due coppe europee”

È quindi il migliore allenatore di sempre?

“Fatico ad ammetterlo, perché il lasso di tempo preso in considerazione è troppo ampio. Per me è il migliore di questi ultimi anni. Poi andando troppo indietro con il tempo viene difficile ribadirlo, però oggi è senz’altro il migliore allenatore del mondo”

Guardiola è ciò che serve alla Juventus per arrivare a vincere la Champions?

“Si è parlato in questi giorni di Guardiola sulla panchina dei bianconeri. Ecco, io vorrei vederlo alla Juve con questa squadra a disposizione e con i suoi sistemi di allenamento. E secondo me non si vedrebbe la distanza con le squadre che oggi dominano il palcoscenico europeo”

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Guardiola ha allenato il Barcellona nel ciclo 2008-2012 (e la Spagna che vinse il mondiale 2010), il Bayern Monaco nel tris di stagioni 2013-2016 (e la Germania vinse il mondiale 2014) e dal 2016 il City

A questo obiettivo dei bianconeri ormai da tempo conclamato (la Champions League), cosa manca alla Juventus per portarsi a casa la coppa dalle grandi orecchie?

“Un gioco. Un gioco più organico, un’idea condivisa da tutta la squadra. Non solo quindi un modo di stare in campo e affidarsi alle giocate dei singoli. Lo hanno dimostrato le quattro finaliste delle coppe europee, City compreso, anche se è uscito prima: vince chi ha un gioco riconoscibile. Il Liverpool lo identifichi subito perché gioca sempre in quel modo lì. E poi conta l’intensità agonistica, che ancora in Italia non abbiamo. Per rimanere nei nostri confini, un calcio che predicava Sacchi, che però la nostra cultura calcistica ha ormai dimenticato”

In che modo i bianconeri possono imitare l’Ajax nello stile di gioco se, ad ogni giornata di campionato, l’avversario di turno gioca per non perdere? Loro ogni settimana hanno la possibilità di allenare quel tipo di gioco…

“Se guardiamo il calcio olandese, non è più allenante della Serie A. Però l’Ajax ha la sua filosofia, la sua idea. E allena tutto ciò a prescindere. Se le squadre che affronta sono deboli, vince otto a zero. La Juve, per mentalità del calcio italiano, fa un goal o due e poi si ferma, gestisce. Invece bisogna allenare anche questa rabbia agonistica, questa intensità senza pause. Per cui ti puoi esercitare anche da solo. Il resto lo ritengo un alibi”

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Il calcio resta uno degli sport più belli al mondo, ma non per questo rimane esente da infide mosse da parte di chi lo popola. Come il razzismo e il calcioscommesse, per esempio. In che modo si può combattere quest’ultimo nelle serie minori?

“Soprattutto riducendo il bacino di chi fa calcio per lavoro. Perché se non ci sono società che pagano, e quindi il calciatore non riesce a sostenersi economicamente con questo lavoro, come magari capita nelle serie minori, chiaro che poi si cercano scorciatoie o modi per compensare gli stipendi. Aldilà dell’educazione sportiva, bisogna creare un bacino di calcio sostenibile. E blindarlo, corazzarlo dagli attacchi della delinquenza che specula sulla scommessa”

L’altra piaga dello sport è il razzismo. L’ululato al giocatore di colore viene definito tale: i giornali ne parlano, le TV si indignano. L’insulto ai famigliari del calciatore di carnagione chiara, invece, cade nell’oblio del dimenticatoio: mai contemplato, difficilmente discusso. Due pesi e due misure diverse. Non esiste il razzismo o sussiste il problema della diversificazione dell’insulto?

“Il razzismo è diverso. L’insulto per il colore della pelle è differente dall’insulto comune. È per questo che è giusto che venga esasperata l’attenzione. Io sul razzismo non do scusanti. Una persona può pensare “una tifoseria ha nella sua squadra un giocatore di colore e quindi, se insulta quelli degli altri, non è razzista”. No, non è così. Io dico che se tu per insultare scegli la forma del colore della pelle, ti palesi razzista. Anche se non lo sei, lo fai”

Come si può mettere fine a tutto questo?

“Bisogna perseguire queste discriminanti in modo drastico, perché senza intransigenza avremo sempre il razzismo negli stadi. Bisogna avere la forza di andare a prendere chi è razzista, di sbatterlo fuori. In Italia il problema è proprio questo: abbiamo le tecnologie per individuarli, per guardarli in faccia, anche se sono in curva, ma non abbiamo la forza di andare lì e prenderli. Finché non si fa questo salto, e quindi non si svuotano i razzisti dalle curve, non vinceremo mai completamente, sia nel calcio che nella vita”

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In questo senso possiamo noi giovani fare qualcosa per il calcio?

“Si, certo. Educarsi ai valori dello sport. Io sono uno scrittore per ragazzi, scrivo per loro, vado nelle scuole a parlare e resto convinto che l’educazione a lunga scadenza sia l’arma migliore. Come diceva Falcone per la mafia: “la mafia si sconfigge da piccoli, non da grandi”, educando quindi i ragazzi nelle scuole alla legalità. E lo sport rimane un’ottima palestra di legalità. Io resto convinto che se si danno opportunità a tutti i ragazzi di fare sport con continuità, impareranno senza accorgersene del rispetto delle regole, del rispetto delle persone. E non saranno mai razzisti quando arriveranno allo stadio. Quindi si può fare tantissimo con i ragazzi. Forse proprio lo stato è l’ente meno convinto di battersi su questo fronte…”

Che consiglio si sente di dare ai giovani ragazzi che aspirano a diventare giornalisti?

“È un mondo difficile, purtroppo. Perché sono cambiati i tempi, i giornali sono tutti in crisi, soprattutto i cartacei, e quindi si riducono le pagine, diminuisce la fogliazione e di conseguenza si riducono anche i giornalisti. Rispetto a quando ho cominciato io, quasi trent’anni fa, l’accesso alla professione è molto più difficile. Non ci può essere altra soluzione che la grande passione e aspettare che capiti l’occasione. Ai ragazzi con questo sogno io dico sempre: se ad un certo punto della vostra età vi rendete conto di essere troppo lontani da un’assunzione, quindi di fare della vostra passione il vostro lavoro, non morite con questo sogno. Trasformatelo in un hobby, una collaborazione e trovate, invece, un accesso professionale solido che vi consenta di vivere. Nel mio giornale (la Gazzetta dello Sport, ndr) vedo tanti ragazzi che rinnovano contratti di collaborazione di mese in mese. Però non possono andare avanti così fino a trent’anni a rovinarsi la vita. Quindi, aggredire tutte le possibilità, poi se non c’è l’occasione per entrare in modo definitivo, cambiare direzione. Si può essere felici facendo anche un altro lavoro”