Da circa due anni, la carriera di Leonardo Bonucci ha preso una piega molto strana, piuttosto inaspettata nel momento in cui gli eventi hanno cominciato a piegarsi in una maniera indubbiamente negativa. Tutto ebbe inizio in quel Juventus-Palermo di febbraio 2017. Una tranquilla vittoria della squadra schiacciasassi che poi avrebbe vinto in rimonta lo scudetto si trasforma in uno spartiacque nella carriera del numero 19. Si acuiscono gli screzi con Allegri, che portano l’ex-Bari a guardare l’ormai celebre partita di Oporto dalla tribuna. Galeotto fu lo sgabello, scintilla che contribuì alla decisione del difensore di Viterbo che in quell’estate si trasferì al Milan. Da quel momento, sia con la maglia rossonera che con quella a strisce bianconere, Bonucci non ha saputo dare lo stesso apporto degli anni precedenti. Quali sono i motivi? Di seguito tre tra i più verosimili ed effettivi.

CALO ATLETICO E MENTALE

Il più scontato, ma da non sottovalutare, risiede in un fisiologico calo del calciatore di scuola Inter. Classe 1987, Bonucci ha da poco superato i trent’anni, età che per un giocatore qualsiasi assomiglia ad un confine oltre il cui bisogna cambiare il proprio spartito, affinare le letture per bilanciare il calo fisico. L’ex-Bari, tecnicamente molto abile, probabilmente non è riuscito a fare questo salto di qualità. Anzi: è dal punto di vista della costruzione che l’apporto di Bonucci ha subito il calo più sensibile. Prima dell’esperienza al Milan, Bonucci rappresentava il primo regista dell’armata di Allegri, che ha fatto vivere a Bonucci i suoi anni migliori alla Juventus, dopo che il centrale è esploso con Conte. In particolare, nell’ultimo anno della prima esperienza alla Juve (quello di Cardiff) Allegri era riuscito a creare un triangolo di costruzione perfetto, con Dani Alves ad affiancare l’azzurro e Pjanic da volante; l’azione continuava a trovare il suo sbocco tecnico ideale sempre sul centrodestra, con Dybala che si posizionava accanto a Cuadrado, assegnando alla dorsale sinistra del campo le responsabilità finalizzative, con i tagli di Mandzukic, la verticalità di Khedira e l’esplosività di Alex Sandro.

I dati riguardanti la percentuale di passaggi riusciti di Bonucci era eccelsa nei primi anni alla Juventus. Stessa cosa non si può dire delle ultime due stagioni

QUESTIONE DI EQUILIBRI

Gli ultimi 730 giorni hanno tolto a Bonucci sicurezze sul piano mentale. Per un giocatore che si è formato col fondamentale aiuto di un mental coach, stare continuamente sotto pressione per parole e responsabilità prese nel corso di questi due anni non gli hanno certo permesso di giocare con la mente libera. Se i diversi errori con la maglia del Milan possono essere giustificati da un’organizzazione piuttosto scarsa, i black-out di quest’ultima annata (ad esempio il gol preso contro il Genoa da Bessa) denotano una concentrazione piuttosto fallace. Questa è stata storicamente un difetto del numero 19, che però era riuscito a limitare questo difetto. “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”, direbbe un certo toscano del secolo scorso. Il Bonucci della stagione 2018-19 ha mostrato diversi coni d’ombra inammissibili per un giocatore della sua leadership. Tuttavia, additare la perdita di concentrazione solo a motivi “ambientali”, con le diverse tifoserie piuttosto compatte nello scagliarsi contro LB19, sarebbe un’esagerazione.

Bonucci si è trasferito da una squadra sicura di sé, forte e che aiuta alla propria fortificazione, ad una squadra senza identità. Questa considerazione non riguarda solo l’extra-campo, con la società del club meneghino in alto mare a quei tempi, ma si trasferisce inevitabilmente anche alle questioni relative al rettangolo di gioco. La Juventus di Cardiff, che aveva attuato una rivoluzione tattica a metà campionato, era una squadra con un equilibrio sottile ma ben preciso. Allegri era riuscito a costruire una macchina perfetta: un 4-2-3-1 con quattro attaccanti ultraoffensivi e due mezzeali riconvertite in mediana: Khedira da incursore ad interditore, mentre Pjanic da mezzala di possesso (o talvolta trequartista) ha assunto il ruolo di regista vero e proprio. Per Bonucci, passare da una squadra così organizzata al Milan dev’essere stato un brutto colpo. Tra Montella e Gattuso, la squadra ha cambiato modulo almeno quattro volte, modificando la disposizione della difesa fin troppo spesso. Non si tratta di un affare mentale: piuttosto non trovare più alcune connessioni dal punto di vista del gioco o trovarsi a difendere dentro l’area di rigore non devono essere state le condizioni tattiche ideali dal punto di vista dell’ex-Treviso. In questo modo, fuori dalla comfort zone (perché i limiti di Bonucci sono ben chiari), il difensore di origini laziali è stato costretto a modificare sé stesso ed uscirne tatticamente diverso, se non distrutto.

Il clamoroso errore in Europa League contro l’Austria Vienna

“COLPA” DI ALLEGRI?

All’interno di questa valutazione c’è un ulteriore fattore che non dipende né dal rendimento di Bonucci né dalle sue scelte, oppure dipende da lui solo di riflesso. La notizia più importante delle ultime ore è l’esonero di Allegri dalla panchina bianconera. Il tecnico livornese, nel corso di questa stagione, è stato subissato di critiche da ogni dove per via del gioco espresso. Gioco piuttosto speculare, basato più sull’errore dell’avversario che sulla proposta effettiva. Senza star qui a fare una disputa tra risultatismo e bel gioco (come già vi avevamo mostrato in questa perfetta disamina), è oggettivo quanto sia peggiorata la Juve nel build-up, caratteristica che ha sempre fatto brillare Bonucci. La Juventus è diventata una squadra ancor più muscolare, simile alle richieste di Allegri; per risalire il campo, l’arma più frequente è stata affidarsi alle transizioni e ai dribbling di Joao Cancelo, quando in campo. Nel 4-3-3 dell’ultima stagione, Bonucci è stato messo in ombra anche da Miralem Pjanic. Il bosniaco, sempre più prediletto di Allegri, ha assunto un ruolo ancor più centrale nella risalita del pallone; anche Chiellini ha beneficiato della nuova pelle bianconera, attestando ancora una volta i miglioramenti tecnici degli ultimi anni. In questo contesto, la figura del viterbese è stata la più danneggiata. Chissà se con un nuovo allenatore più vicino ai principi del gioco di posizione (Sarri?) Bonucci non possa recuperare la sua centralità.

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A 32 anni, Leonardo Bonucci si trova di fronte ad un momento topico della sua carriera. Dopo un decennio tra alti (molti) e bassi (pochi) vissuto da protagonista, ma in calando, il nazionale italiano ha bisogno di riprendere in mano le redini della propria esperienza per offrire alla sua carriera una seconda giovinezza, un rush finale da grande campione.