Il Genoa vede l’onda della retrocessione, la Sampdoria è nel mar mosso delle mancate ambizioni. Genova, in questo momento, è proprio in alto mare.

SAMPDORIA

Stabilitasi ormai con matematica sicurezza al nono posto, la Sampdoria è venuta a mancare nelle motivazioni: l’Europa sfumata e la salvezza da tempo acquisita hanno portato i blucerchiati a riposarsi sugli allori. Un limbo carente di stimoli collettivi che ha portato l’attenzione ai trofei individuali, come il titolo di capocannoniere che ormai Quagliarella sembra aver portato a casa – primo con 26 reti, a +4 sul secondo.

Questo impoverirsi di motivazioni da parte dell’ambiente blucerchiato, però, non è saltuario. È per lo più un problema che si ripete ciclicamente ad ogni conclusione di stagione, almeno da quando sulla panchina della Sampdoria risiede Marco Giampaolo, estate 2016: un trittico di stagioni che ha visto la squadra di Ferrero sfiorare sogni d’Europa e poi terminare, sul finire, a metà classifica, arrivando a sfumare obiettivi che sembravano alla portata.

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L’andamento prima positivo e sul finire di campionato in negativo della Sampdoria è confermato dalle posizioni di classifica: undicesima nella stagione 2016/12, decima in quella successiva. Nelle ultime sette sfide dell’attuale campionato, invece, la Sampdoria ha ottenuto solamente una vittoria, quella arrivata nel derby contro il Genoa. Una vittoria, cinque sconfitte e un pareggio tra aprile e maggio. Un bottino che inevitabilmente ha ridimensionato i sogni europei dei blucerchiati

La base del problema, secondo l’allenatore toscano, risiede

…nelle ambizioni. Se la squadra si appiattisce sulle proprie posizioni non ha margine per crescere.

Ma come diventa possibile rimediare a tutto questo? Un’idea Carlo Osti, direttore sportivo del club ligure, ce l’ha già: rivedere i contratti dei calciatori introducendo clausole premianti i singoli risultati, così da stimolare i giocatori anche a campionato già deciso.

Un’idea allettante, che però prima deve trovare certezze nella permanenza di Giampaolo sulla panchina dei blucerchiati. In questo senso il club, sballottato da voci infondate o meno di una probabile cessione da parte di Ferrero, ha in mente di avviare con l’attuale allenatore un nuovo progetto tecnico. Ed è proprio ciò che chiede Giampaolo, desideroso di superare il ruolo di plasmatore di giovani talenti che con tanta efficacia ha portato avanti dal 2016 sino ad oggi.

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“Credo che tutti debbano avere sempre forti motivazioni per migliorarsi – ha più volte chiosato Giampaolo. L’ordinario ci appiattisce e non mi piace. Sia chiaro: non rimprovero nulla al mio club, ma desidero alzare l’asticella. Per me stesso, per i miei calciatori”

GENOA

Dall’altra parte della Lanterna, invece, c’è chi è messo peggio. Molto peggio. I tifosi rossoblù giurano di non invidiare i problemi che attanagliano da tempo i cugini blucerchiati, come le difficoltà di uscita dal limbo di metà classifica, ma in verità un po’ di ammirazione e gelosia per la squadra dell’altra parte di Genova la provano.

D’altronde, come si può non ammirare il gioco della Sampdoria? Un calcio corale, cresciuto nel tempo, dove la mano di Giampaolo, in questi tre anni, si è vista parecchio. E qui entrano in gioco le scelte decisionali del club

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La gestione Ferrero (presidente della Sampdoria dall’estate del 2014) ha visto cambiare tre allenatori sulla panchina dei blucerchiati in cinque anni: Zenga, Montella e Giampaolo. Sulla panchina dei rossoblù, considerando lo stesso lasso di tempo, invece, di mister ne sono stati cambiati poco meno del doppio (cinque: Gasperini, Jurić, Mandorlini, Ballardini e Prandelli) ma con ben sette movimenti, visto il triplo ritorno di Jurić

Pazienza. Di costruire, di sbagliare, di lasciare tempo e margine di errore a giocatori e allenatori. È ciò che ha avuto la Sampdoria in concomitanza con il presidente Ferrero, ed è proprio ciò che è sempre mancato a Preziosi e al suo Genoa. Non si spiegherebbe, sennò, il teatrino allenatori che ogni anno attanaglia i rossoblù, i quali soltanto in questa stagione hanno visto tre comandanti susseguirsi sulla panchina del Genoa: Ballardini, Jurić e Prandelli.

Sotto la voce “errori decisionali del club”, però, non si cela soltanto la mancanza di pazienza relegata a giocatori e allenatori, ma anche una sbagliata concezione di amor proprio per il club. Si sa, Preziosi viene ricordato come “il presidente delle plusvalenze – negli ultimi dodici anni i guadagni netti ottenuti dalla vendita dei calciatori ammontano a 300 milioni – ma così facendo, ovvero sovrapponendo la parte economica a quella tecnica, a subirne le peggiori conseguenze è il club stesso. Lo testimonia il caso Piatek.

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Ballardini nelle prime 7 giornate di campionato ha collezionato 12 punti e guadagnato una posizione tale in classifica da essere soltanto a -3 (e con una partita in meno) dalla Champions League. Eppure, per lui, è arrivato lo stesso l’esonero…

Il Genoa dell’attuale stagione, per volere o per dovere, si è sagomato a uomo, plasmato soltanto su un individuo che per lunghi tratti ha fatto le fortune del club di Preziosi, ovvero Piatek. Partito il polacco a gennaio – direzione Milan – la discesa è stata rapida e dolorosa. Ma anche portatrice di verità: senza di lui sono venute fuori tutte le lacune e i limiti dei rossoblù. Un vuoto di gioco e una difficoltà di trovare la via del goal dunque esasperate dall’assenza del polacco, partito per ragioni economiche che hanno influito in maniera negativa anche su Kouame, fin lì spalla perfetta di Piatek.

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Trentotto sono le reti segnate fin qui dal Genoa, un numero impietoso che colloca il club di Preziosi come terzultimo nella classifica avulsa dei goal effettuati, davanti soltanto a Udinese e Cagliari. Ad aggravare questa mancata via del goal vi è la classifica capocannoniere: Pandev e Kouame sono in 60° posizione con 4 reti, dietro di loro soltanto Sanabria a 3 marcature

Il calcio non è matematico, eppure gode di proprietà transitiva: ciò che succede fuori dal campo si specchia perfettamente con quello che accade nel rettangolo verde. Il Genoa che non veleggia in comode posizioni di classifica, d’altronde, è lo stesso Genoa che non naviga in dolci acque a livello economico. Pensiamoci bene prima di rimproverare la mancanza di identità a Prandelli o la poca vena realizzativa delle punte.