San Vito Vernotico è un piccolo comune in provincia di Brindisi dove circa tredicimila anime conducono la loro vita senza particolari sussulti. La squadra del paese milita in prima categoria e d’inverno è possibile vedere qualche spruzzo di neve tra le strade del paese. Qui, l’11 aprile di ventotto anni fa, venne alla luce uno dei talenti più splendenti del panorama calcistico internazionale: quel Thiago Alcantara che oggi indossa la maglia numero sei del Bayern Monaco e tesse le trame di gioco di una delle nazionali più forti del mondo.

QUESTIONE DI FAMIGLIA

Mazinho, suo padre, si laureerò campione del mondo con il Brasile nell’estate del 1994, tre anni dopo la sua nascita e un anno dopo quella del fratello Rafinha, oggi in forza al Barcellona e con un passato in maglia nerazzurra. Italia, Brasile, Spagna: un trittico di nazioni che scandisce la vita della famiglia Alcantara fin dal trasferimento al Lecce di papà Mazinho, che sceglie l’assolato Salento per avvicinarsi al mondiale del 1994 e dare i natali a Thiago, tre anni prima del titolo mondiale con la maglia verdeoro. Non può mancare all’interno della famiglia una madre pallavolista e campionessa con il Brasile, una sorella stella del basket spagnolo e un cugino, Rodrigo, che veste la maglia del Valencia e che Barcellona e Real Madrid stanno seguendo da molto, molto vicino per la prossima sessione di mercato. Una questione di famiglia, proprio come quando si giocò la semifinale di Champions nel 2015 e Thiago si trovò ad affrontare il fratello Rafinha.

Thiago, dopo la Champions vinta nel 2011, cercava più spazio in un Barcellona infarcito di talento e di campioni. Scelse di seguire Guardiola al Bayern, privando il Barça di un talento sul quale fondare il futuro.

MIOPIA BLAUGRANA

Accostato a Iniesta e a Xavi, poi vicino a Fabregas come stile di gioco: il Thiago Alcantara che dal 2005 al 2013 veste la maglia del Barcellona vincendo una Champions e innumerevoli altri trofei è un concentrato esplosivo di talento, ordine e coraggio che faranno innamorare Guardiola e tutto l’ambiente blaugrana eleggendolo a potenziale fenomeno del futuro. Ha solo vent’anni quando, dopo due europei vinti con le selezioni giovanili della Spagna, vive una stagione da protagonista al Camp Nou e inizia a muovere i primi passi in quel calcio internazionale che consacrerà le sue rare caratteristiche.

“Thiago ha coraggio, forza e qualità eccelse. Può giocare in una quantità infinita di ruoli ed è per questo che lo voglio con me. O lui, o nessuno.”

Quando è Pep Guardiola a pronunciare frasi di questo tipo il tuo futuro è come se fosse già inciso sul marmo: il Barcellona post tiki-taka, offuscato dal gioco stellare prodotto dai suoi campioni, fallisce la missione rinnovamento perdendo Thiago fra l’oceano di talento a disposizione degli allenatori che si alterneranno nel dopo Guardiola. È l’agosto 2013, e Thiago segue il tecnico catalano in Baviera alla ricerca di maggiore considerazione e un posto da titolare che gli permetta di essere protagonista nella vittoria dei titoli della sua squadra.

“Tutti noi della Masia sogniamo di approdare in prima squadra, fare il nostro esordio e imporci come imprescindibili nell’undici titolare del Barcellona. Sono dovuto andare via perché dovevo ritrovare la gioia di giocare a calcio, una cosa per me molto più importante dei trofei e di tutto il resto. Ringrazierò sempre il Barcellona, ma era arrivato il momento di andar via.”

Dichiarazioni che riflettono nella sua totalità lo stile blaugrana con il quale Thiago è cresciuto: essere protagonista, sempre e comunque a dispetto di quanti possano non credere nel tuo talento.

193 presenze, 28 goal e 35 asssit con la maglia del Bayern Monco, ma sopratutto una serie infinita di partite in cui la sua classe è diventata il faro di una squadra che ha evoluto il suo stile di gioco grazie alla sua presenza.

PESSIMA SCELTA

L’eleganza del numero dieci della Spagna non è bastata però a convincere il Brasile, nazione per la quale gioca il fratello e con la cui maglia il padre è diventato campione del mondo, a convocare Thiago prima che lo facesse la Roja. Dopo una lunga trafila di vittorie con le giovanili delle Furie Rosse, Thiago ha atteso una chiamata dalla Seleçao che tardò ad arrivare: la Spagna, sempre sensibile ai talenti in grado di fare del pallone e dello spazio-tempo nel corso di una partita ciò che vogliono, lo convoca facendolo esordire al San Nicola di Bari, 140 chilometri da San Pietro Vernotico. Inutile ripercorrere le prodezze con la maglia delle Furie Rosse, basti pensare che il Brasile nel corso degli anni ha sempre lamentato la mancanza di un vero e proprio regista offensivo sulla linea di metà campo, cadendo sotto i colpi di squadre meglio attrezzate proprio in quel reparto. Il talento cristallino del classe ’91 avrebbe restituito alla Seleçao il volante necessario a dettare il tempo e i ritmi del gioco, un metronomo in grado di gestire la sfera nei momenti più difficili.

Tre europei giovanili (2008, 2011 e 2013) non sono bastati al Brasile per puntare su di lui. La Spagna ha scelto di scommeterci e ha trovato il proprio numero Diez.

VETTE DA SCALARE

Quando si parla dei fratelli Alcantara, e di Thiago in particolare, non si può non far riferimento agli infortuni: una serie infinita di problemi che hanno rallentato la maturazione finale del calciatore del Bayern Monaco, ma che, assopiti, nelle ultime quattro stagioni gli hanno permesso di giocare una media di 37 partite all’anno per un totale di 23 goal e 29 assist nelle 154 partite giocate dopo quel maledetto 2014.
Facciamo un passo indietro: Thiago è titolare nella semifinale tra Bayern Monaco e Barcellona del 6 maggio 2015. Rafinha giocherà solo tre minuti di quella partita, ma è importante conoscere ciò che è stato prima di tale questione di famiglia: nell’aprile 2014 Thiago si rompe il legamento crociato mettendo anzitempo fine alla sua stagione con il Bayern Monaco. Tornato ad allenarsi nel corso della preparazione estiva, ad agosto incappa nuovamente nella rottura dello stesso legamento costringendosi ad un riposo forzato fino al marzo dell’anno successivo. Recuperato per il finale di stagione, Thiago scende in campo contro il Barcellona ma nulla può contro l’onnipotenza della MSN che quell’anno vincerà la Champions League dominando in lungo e largo la competizione. Lo stesso infortunio occorrerà al fratello durante la sua permanenza all’Inter e Thiago non farà mancare il suo affetto:

“Vorrei che fosse il mio ginocchio, invece che il tuo. Perché è così che mi sento ora, pensandoti, e sono sicuro che anche mamma stia sentendo lo stesso. Le persone ci hanno sempre detto che dobbiamo lottare per i nostri sogni, ma non hanno detto che avremmo incontrato muri tanto alti e scivolosi. Eppure ne voglio scalare un altro con te.”

Una storia di famiglia, di calcio, di legami di sangue spezzati da scelte di carriera differenti ma uniti da un amore che va oltre qualsiasi distanza: dal Brasile alla Spagna, passando per l’Italia, Thiago ha attraversato l’acheronte degli infortuni affidandosi alle attenzioni del suo mentore Pep Guardiola, e scegliendo la Baviera come luogo prediletto per fare calcio. Oggi la maglia del Bayern gli calza a pennello, e il Barcellona rimpiange la scelta fatta otto anni fa.

I legami familiari della dinastia Alcantara: una storia lunga due generazioni.

THIAGO: MERCATO INCENDIARIO

A chi non servirebbe un calciatore di questo livello? Nel corso delle ultime due stagioni Thiago è stato accostato più e più volte al Barcellona, al Real Madrid e al Manchester City, tutte squadre dove la bellezza è primaria e la qualità deve essere elevatissima. Se nel caso del club blaugrana si tratterebbe di un ritorno in pieno stile Fabregas, scegliere il Real Madrid significherebbe rompere i legami con la Cantera della Cataloña e scegliere una vendetta sportiva non propria della temperie caratteriale del ragazzo. Pacato, riflessivo e paziente, Thiago è stato tentato dal City del suo vecchio maestro Pep che necessita di un ricambio in cabina di regia, e che in lui vede il prototipo di calciatore adatto a creare il suo gioco. La permanenza al Bayern in tutto questo calderone di possibilità resta comunque la strada più concreta: cento i milioni che oggi costa il numero dieci spagnolo, quasi il quadruplo di quanto il Bayern sborsò otto anni fa per strapparlo a un miope Barcellona.