La finale della centesima edizione del Clausura messicano, la 46esima da quando esiste la Liguilla (final eight), regalerà una finale inedita e ricca di significato tra il Tigres di Monterrey di André-Pierre Gignac ed il León Fútbol Club dell’ex Frosinone Joel Campbell, totalmente rivitalizzato dall’esperienza ad El Baijo dopo una parentesi sottotono come quella di Frosinone.

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Tolta la sorpresa del caso, Léon-Tigres, oltre a prestarsi a facili titoli di stampo felino, si rivela giustamente una delle finali più equilibrate degli ultimi anni visto l’accesso delle prime due classificate, segno che in questo caso la roulette russa del doppio confronto tra le prime otto del seeding sia stata più debole delle prestazioni delle due squadre, convincenti sin dall’inizio.

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ALLENATORI A CONFRONTO

Non sarà certamente un incontro “pacifico”, agonisticamente parlando, nonostante Léon e la sua regione sono storicamente conosciute per il pacto di Aguascalientes, che gettò le basi per la pace tra lo stato e gli zapatisti durante la rivoluzione del 1914. Empiricamente parlando, oggi parliamo dei due migliori attacchi del campionato e di due tra le tre difese meno violate nelle 17 partite, arrivando praticamente allo stesso punto di giuntura con idee e concetti diversi. Se è vero che il Messico sta diventando il nuovo el dorado per gli allenatori in rampa di lancio, come dimostra l’ascesa di Martin Palermo a Monterrey, sponda Rayados, è anche vero che egli resta ancorato alla personalità ingombrante di Ricardo Ferretti, il vero masterpiece delle finali nazionali (è la sesta con il Tigres, nona in carriera) il Tuca, così chiamato perché da piccolo, in Brasile, prima di dire mamma o papà, esclamò questa parola che è poi divenuta il suo marchio di fabbrica. Oltre a conoscerne la tempra ed il carattere piperino mostrato in conferenza stampa, il Tuca è una leggenda tra gli allenatori del Messico, un vero “lupo di mare”, come lo hanno etichettato i colleghi messicani. Il suo 4-2-3-1, con un possesso palla pimpante e tecnico di pura ispirazione “ginga” ed una difesa ferrea centralmente, è diventato ormai famoso nonostante in campo internazionale la sua squadra sia sempre stata piuttosto sfortunata: ciò non toglie che a Monterrey amino divertirsi sotto i colpi di Gignac, Edu Vargas, Javier Aquiño, Luis Quiñones, Lucas Zelarrayan o Enner Valencia, ben scortati da Guido Pizarro e Rafa Carioca sulla mediana.

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Il rampollo Nacho Ambriz.

Dall’altra parte, c’è un giovane in rampa di lancio come Ignacio Ambriz, che ha imparato dal classicismo pragmatico di Javier Aguirre (ex ct di Messico, Osasuna ed Atlético Madrid) e dalla tattica osservata nei suoi anni di Liga spagnola per giungere alla sua prima finale di campionato: ha detto però che, nonostante le numerose vittorie del 2019, il suo sarebbe un lavoro vano se non dovessero arrivare titoli. Di lui potremmo dire che è il Cholo di Messico, per schema, idee e modo di seguire le partite, sempre elegante ma pronto a scamiciarsi ad ogni secondo: il suo 4-4-2, trasformabile in 4-2-3-1, ha assicurato solidità grazie ad un gran centrocampo. Una sfida di concetti o un vero e proprio passaggio di testimone?

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La risposta si avrá nel doppio confronto, che inizierà nella notte tra Giovedi e Venerdi allo Stadio Universitario di Monterrey per concludersi nel “Nou Camp” dell’Estadio Léon nella notte tra Domenica e Lunedi.