La ricerca della felicità è il miraggio che ogni essere umano brama di tramutare in realtà nel corso della propria vita. È un tema ricorrente, esistenziale, che da sempre macchia l’animo dell’uomo e che lo tormenta sino ad ossessionarlo, a costringerlo ad immergersi in una realtà intangibile e invisibile agli occhi ma presente come un fastidioso ronzio nella testa. La felicità non si può toccare, non si può possedere e non si può neppure definire. Perché è relativa alle necessità di ogni uomo.
E allora alla domanda “che cos’è la felicità?”, nessuna risposta può essere corretta, ma neppure sbagliata.

Ciò che è certo è che il Bayern Monaco rischia di affogare in una cascata d’insoddisfazione. Vittoria e felicità non sono sinonimi, proprio come potere e gloria. Per sentirsi realmente appagati bisogna prima di tutto trovare un equilibro interiore saldo e duraturo, che non venga scalfito da sbalzi emozionali.
Negli ultimi anni la squadra tedesca ha vinto, ha macinato trofei, come suo solito storico, ma non è mai riuscita a trovare in sé un equilibrio assoluto e radicato. Sono cambiati molti allenatori ma le dinamiche interne spesso hanno preso il sopravvento sul progetto ed hanno costretto a ricominciare. Quest’anno il Bayern ha aggiunto alla propria bacheca uno scudetto e una coppa tedesca, eppure il tecnico Kovaç è con le valige in mano. Ma cosa non ha funzionato?

IL PASSATO INSEGNA

Carlo Ancelotti e l’esonero obbligato dai giocatori: la rivolta dello spogliatoio.

Da queste parti vincere e non essere considerati all’altezza non è una novità. Cose che capitano quando la piazza è abituata a stravincere in patria in ogni competizione e ad arrivare sempre in odore delle fasi finali nella Champions League. Perciò vincere sulla panchina del Bayern Monaco non è abbastanza per meritarsi una riconferma con tanto di stelletta attaccata sul petto, anzi forse quella è la parte più facile del gioco. Il difficile comincia quando si finisce di giocare a pallone e si entra nella sfera dei rapporti interpersonali con i giocatori e anche quando ci si ritrova a combattere con la fame perpetua dei tifosi di ottenere trofei senza mai sbagliare.

Anche Ancelotti e Guardiola, non proprio i primi due che capitano sotto mano, sono stati ingoiati nel tortuoso vortice bavarese, che pur non avendoli privati di una buona quantità di trofei, gli ha precluso la possibilità di piantare radici che avrebbero garantito un progetto a lungo termine.

Carlo Ancelotti è stato cacciato dalla società nel settembre del 2017 a seguito della pesante sconfitta per 3-0 in casa del Paris Saint Germain. Nonostante lo scudetto e le due Supercoppe vinte in un anno e un mese, oltre che la rispettabile media di 2,28 punti a partita, il tecnico italiano non è mai stato digerito pienamente dalla squadra, che si è presto messa contro di lui: Hummels, Boateng, Muller, Robben e Ribery, sono i nomi dei giocatori-pilastro che hanno scelto di non seguire il mister. E così dopo la coraggiosa scelta, in occasione del suddetto match contro il PSG valido per i gironi di Champions, di lasciare i senatori divisi tra panchina e tribuna per dargli una lezione, viene allontanato dalla squadra. È lo stesso presidente del club Uli Hoeness, qualche giorno dopo, a testimoniare che lo spogliatoio non seguiva Ancelotti:

Impossibile continuare ad allenare se hai come avversari i tuoi giocatori più importanti. Esiste un detto che dice: il nemico più pericoloso è quello che si trova nel tuo stesso letto. Siamo stati costretti ad agire.

L’eloquente sguardo di Guardiola: qualcosa internamente non ha funzionato, e le vittorie non sono bastate per instaurare un progetto lungo.

Dopo Ancelotti, Heynckes, che è restato sulla panchina giusto il tempo di finire la stagione passata, vince l’ennesimo scudetto e non rinnova il contratto per dare spazio all’attuale allenatore Nico Kovaς.

Prima di Ancelotti, invece, è stata l’epoca di tale Joseph Guardiola, che in tre stagioni ha aggiunto alla bacheca 3 scudetti e 2 Coppe di Germania, prima di decidere di non prolungare la sua avventura tedesca un po’ per volontà di nuove sfide un po’ per qualche mugugno di troppo tra tifosi e, soprattutto, staff tecnico.
Calzano a pennello a tal proposito le parole di Müller-Wohlfahrt, medico sociale del Bayern, che dice di lui:

Guardiola vive nella costante paura di perdere potere e autorità. È una persona con bassa autostima che fa tutto il possibile per nascondere questa sua debolezza”.

 

C’È VINCERE E VINCERE

Nessuna sorpresa perciò nell’apprendere che Kovaç, nonostante lo scudetto e la Coppa di Germania, è stato gentilmente accompagnato alla porta due anni prima del termine di scadenza previsto dal contratto. Perché c’è vincere e vincere, in piazze come questa. Quando alzare al cielo una coppa è la normalità, allora subentrano tanti altri fattori che fanno la differenza e che scavano il guado tra l’essere vincenti e il vincere senza lode.

Kovac e la sua ideologia non sono mai stati digeriti da queste parti.

E tra Kovac e il Bayern Monaco non è mai scattata la chimica adeguata per instaurare un rapporto duraturo. La squadra alla fine di una travagliata lotta all’ultimo sangue contro il Borussia Dortmund ha portato a casa il 29° scudetto, ma era da 10 anni che i rossi non arrivavano a giocarsi la gloria nazionale all’ultima giornata e questo aspetto non è stato apprezzato dalla dirigenza né dal tifo.

Il periodo di buio tra settembre e ottobre ha mostrato lacune mai sufficientemente colmate nel resto della stagione, in cui ci sono stati risultati inaccettabili per i bavaresi: pareggio con l’Augburg, sconfitta contro l’Herta Berlino, 3-3 con il Düsseldorf dopo il 3-2 contro i rivali del Dortmund, 1-1 con il Norimberga e 1-1 pure con il Friburgo sia all’andata che al ritorno.

Il 4-2-3-1 di Kovaç è stato reputato troppo remissivo e passivo per una nobile del calcio come il Bayern, specialmente in campo europeo, dove al cospetto del Liverpool di Klopp il confronto è stato pesantemente a favore dei Reds sia per punteggio(0-0 all’andata, 3-1 al ritorno in terra tedesca), che per atteggiamento e mentalità espressi sul terreno di gioco. Il Bayern Monaco è un’arteria principale del calcio mondiale, e il gioco impresso deve rispecchiare questa magnificenza. Ma ora Liverpool è ancora più grande di Monaco, e così gli uomini di Kovaç hanno salutato la Champions League agli ottavi di finale. Troppo presto. Troppo poco.

Qualche sorriso, più di circostanza che di cuore, qualche applauso e un paio di coppe: questa non è la felicità, ma la normalità. Kovaç non è quello giusto.

RIPARTIRE DALLA GIOVENTÙ

Le due icone del Bayern lasciano casa dopo 10 anni (Robben) e 12 anni (Ribery). La fine di un’era.

Ma la prossima stagione forse qualcosa cambierà. Il Bayern Monaco sembra aver capito che la strada per la felicità va prima costruita dall’interno e poi percorsa al meglio con un guidatore di livello. Ma prima va edificata una strada. Le materie prime ci sono, e sono anche di qualità, con una salda base organica sulla quale erigere la nuova costruzione e un’ottima disponibilità economica.

Ma è anche giunta l’ora del cambiamento. “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, ma non sa quel che trova”. Un modo di dire veritiero e prezioso, che però in alcuni casi va accantonato per far sì che nuovi germogli possano nascere e sostituire definitivamente i vecchi arbusti. Nello spogliatoio bavarese ci sono figure imponenti, che sul campo hanno dato tutto ed hanno contribuito e rendere il Bayern una delle migliori squadre al mondo, ma che forse sono anche troppo imponenti, così potenti da venir prima di qualsiasi scelta societaria e dirigenziale.

Il talentuoso difensore, in arrivo dall’Atletico Madrid, rinforzerà il reparto arretrato assieme al neo acquisto Pavard. 80 milioni per il primo, 35 per il secondo: il Bayern fa sul serio.

Quindi l’addio di Robben e Ribery è stato certamente emozionante ed accorato, ma la loro ora era scoccata ed è stato giusto salutarli. Ci sono poi Boateng e Hummels, due pilastri del reparto difensivo tedesco che però giunti ai 30 anni devono cominciare a lasciare lo spazio alla nuova generazione. Prima Süle, 23 anni, che si è preso la centralità con ottime prestazione, e poi gli ufficiali acquisti di Benjamin Pavard dallo Stoccarda (23 anni e 35 milioni) e Lucas Hernandez dall’Atletico Madrid (23 anni e 80 milioni spesi), tracciano una linea ben precisa dell’idea societaria: svecchiare la rosa. I due neo acquisti sono prevalentemente terzini, il primo di destra e il secondo di sinistra, ma possono comodamente risiedere nelle zone centrali del campo.

Per l’attacco il nome nuovo è Leroy Sané. Nonostante le appena 23 primavere lasciate alle spalle, l’ala offensiva del Manchester City è un top player affermato già da molto tempo. 2 scudetti, 2 coppe di lega inlgese, 1 Coppa d’Inghilterra e 1 Supercoppa d’Inghilterra già le ha aggiunte alla propria bacheca personale. Nei 3 anni di militanza con i citizens ha disputato 132 partite, con 39 gol e 45 assist, di cui rispettivamente 16 e 18 in questa stagione, in cui non è stato un titolare assoluto ma ha comunque inciso il proprio nome sui trofei.
È stato il presidente Hoeness in persona a confermare l’interesse per il funambolico tedesco:

“Sané? Ci stiamo pensando”.

E LA FELICITÀ?

Dietro al pensiero di spendere 80 milioni per Sané, in aggiunta ai 115 per i due difensori, si cela la volontà di andare in alto. Lassù, dove tutto è più calmo e limpido, dove il clima è più disteso e si possono gettare basi solide per un progetto coerente e longevo.

Il Bayern ha capito che per sentirsi appagato non basta vincere, ma va imboccata la strada che alla vittoria unisca una pace interiore. Nessun elisir, nessuna magia e nessuna scorciatoia: la felicità si plasma all’interno dell’animo di ogni uomo con costanza e impegno. Sarà solo quando si formerà un’armonia che il miraggio cesserà di essere tale, e la ricerca poterà finire.
Sarà questa la via per la felicità del Bayern Monaco?