Negli anni ottanta il calcio aveva raggiunto una popolarità tale da essere definito lo sport più seguito al mondo. Milioni di curiosi da ogni angolo del globo si avvicinarono sempre di più al pallone: per la sua estrema immediatezza e per le straordinarie storie che in Europa stavano scrivendo campioni come Platini e Maradona. Il calcio era ormai divenuto un fenomeno di massa e, in quanto tale, non poteva sottrarsi dal trasformarsi nell’ennesimo tentacolo a disposizione della politica.

L’Est Europa è da sempre terra instabile, soggetta a continue guerre intestine, capovolgimenti di fronte, totalitarismi. In Romania lo sanno bene. In quegli stessi anni in cui diventare calciatore era diventato il sogno di ogni bambino, sulle rive del Danubio un uomo aveva messo in ginocchio il Paese. Il suo nome? Nicolae Ceaușescu. Dal 1967 aveva tra le mani, come fosse un pupazzo di pezza, le sorti di un’intera nazione. Il Genio dei Carpazi – come amava farsi chiamare – aveva instaurato un potere dittatoriale, basato sul culto della sua persona e sulla totale incontrovertibilità delle sue decisioni.

Ceaușescu e sua moglie Elena.

In quel periodo così scevro di emozioni, una squadra di calcio rumena riuscì a salire sul tetto d’Europa, alzando al cielo la Coppa dei Campioni. È il caso della Steaua Bucarest, che nel 1985 sconfisse il temibilissimo Barcelona di Schuster in una gara che passerà alla storia di questo sport. Una vittoria che, forse, conferì ai rumeni una rinnovata consapevolezza, capace di riaccendere un barlume di speranza nei cuori di un popolo ormai straziato dalla brutalità del regime.

IL CLUB DEI MILITARII

Nata nel 1947, a seguito della liquidazione forzata voluta dal governo dell’FC Carmen București, come sezione di una Polisportiva legata all’esercito rumeno, la fondazione della Asociația Sportivă a Armatei (“Associazione Sportiva dell’Esercito”) era stata indicata da alcuni ufficiali della Casa Reale di Romania. Dopo aver cambiato denominazione diverse volte ed essersi imposta in patria nel primo decennio di vita, soltanto nel 1961 le venne assegnato il nome “Steaua“. Il termine, che in rumeno vuol dire “stella”, venne applicato in voga a quell’usanza di designare con una stella nel nome e/o nello stemma del club quelle società strettamente collegate al Ministero della Difesa, dunque l’esercito.

Valentin Ceaușescu in compagnia dei “suoi”giocatori.

Tra gli anni ’60 e ’70, i roșu-albaștrii si confermarono come esponenti di spicco del calcio rumeno, ottenendo svariati successi soprattutto nelle coppe nazionali: una serie di trionfi che valse loro il soprannome di “specialisti delle coppe“. Ad inizio anni ’80, la società entrò in un grave periodo di dissesto economico, causato dalla mancanza di fondi (statali) e una dirigenza non particolarmente all’altezza dell’incarico, tra cui va menzionato il figlio adottivo dello stesso Ceaușescu, Valentin. Tuttavia, la Steaua riuscì a rialzarsi ben presto, gettando le basi per il successo in Coppa dei Campioni della stagione ’85-’86.

LA ROMANIA DI CEAUȘESCU

Fare calcio in quella Romania non deve esser stato semplice. Il Paese, dopo l’insediamento di Ceaușescu (che pure riscosse un certo successo agli inizi), cadde in una crisi nerissima. Vennero approvate leggi ben oltre i limiti di ciò che può essere definibile umano, come quelle ascrivibili ad argomenti molto sensibili: aborto e contraccettivi. I celibi erano perfino soggetti a pesanti tassazioni e, per sopperire a tali problematiche, il tasso di natalità schizzò alle stelle.

«Il feto è proprietà dell’intera società»

Nel 1977 un violento terremoto non fece che esasperare la già irrecuperabile situazione.

La polizia segreta, la Securitate, fu dotata di assoluta autorità. La violenza e la censura furono le principali armi di cui si avvalse, come d’altronde era comune nei regimi di origine stalinista. A cavallo fra gli anni ’70 e ’80, Ceaușescu volle tagliare i ponti con l’esterno, alla ricerca della perfetta autarchia. Per sopperire alla grave crisi economica in cui sprofondò il Paese, si arrivò, addirittura, al razionare il cibo: tale manovra venne giustificata come “mossa per combattere l’obesità”. Nel 1985, ad un anno dalla celebre notte di Siviglia in cui la Steaua rese onore alla Romania – quella onesta e stanca degli abusi del regime – le forniture di gas ed elettricità vennero decisamente tagliate. Le medicine scarseggiavano, il sistema sanitario (fiore all’occhiello della prima fase della dittatura) venne meno.

Vivere in Romania non era per niente uno scherzo.

SPAGNA vs. ROMANIA: UN TUFFO NEL PASSATO

Quella fra Barcelona e Steaua non fu l’unica battaglia combattuta fra Spagna e Romania. Facciamo un salto a circa due millenni fa, quando l’imperatore romano M. Ulpio Traiano si industriò nella spedizione contro i Daci. Traiano era nato ad Italica, colonia romana a 7km da Siviglia (città che ospiterà la finale di Coppa dei Campioni vinta dai rumeni). Divenuto imperatore nel 98 d.C. per volere di Nerva, che lo aveva indicato come suo successore, il generale andaluso si era preoccupato sin da subito di risolvere una questione molto spinosa: il conflitto con Decebalo. Quest’ultimo, re dei Daci – abitanti di un territorio identificabile pressoché con l’odierna Romania, aveva inflitto una sonora disfatta all’imperatore Domiziano, costringendolo ad un’umiliante resa (89 d.C.).

Statua raffigurante l’imperatore M. Ulpio Traiano.

Traiano, dunque, pensò bene di accattivarsi il favore del popolo romano attraverso la riuscita di un’impresa che reclamava vendetta. La guerra si sviluppò in due momenti: la prima fase tra il 101 e il 102 d.C., la seconda tra il 105 e il 106 d.C. Nonostante le rimostranze e la strenua resistenza opposta da Decebalo, che aveva programmato di impedire l’arrivo di rinforzi e vettovaglie, Sarmingezetusa (la capitale del regno dacico) cadde sotto i colpi dell’esercito romano. Traiano aveva piegato la Dacia, trasformandola prontamente in una delle innumerevoli province di cui fu composto il suo impero.

Quella volta furono i Romani a vincere, o meglio, fu uno spagnolo ad imporsi sulle genti danubiane. Qualche secolo più in là, una squadra di rumeni, discendenti diretti di quel coraggioso popolo, riuscirà a ribaltare tutti i più rosei pronostici.

IL CAMMINO VERSO L’ANDALUSIA

Per quanto fosse certamente una squadra di buon livello, nessuno all’epoca si sarebbe sognato di pronosticare la Steaua campione d’Europa. Il cammino che li portò a giocarsi la finale di Siviglia fu oltremodo agevole: nei primi due turni i Viteziștii si imposero con nonchalanche sui danesi del Vejle Boldklub e gli ungheresi dell’Honvéd. A creare non pochi grattacapi fu, invece, il Kuusysi Lahti, dimenticabilissima compagine finlandese. In semifinale, il tabellone, sino a quel momento particolarmente benevolo, mise dinanzi all’FCSB, l’Anderlecht: i bianco-malva, considerati tra i favoriti per la vittoria finale, erano nel pieno del momento più alto della storia del calcio belga. La Steaua, però, riuscì a strappare un biglietto per la finale grazie al perentorio 3-0 della sfida di ritorno, dopo la sconfitta rimediata nel match di andata.

Steaua Bucarest-Anderlecht

LA NOTTE DEI MIRACOLI

In Romania il regime continuava ad imperversare, e nelle forme più strane. Ceaușescu impedì ai tifosi della Steaua, oramai la squadra con il più ampio bacino d’utenza del Paese, di seguire i propri beniamini in Spagna. Soltanto in mille poterono raggiungere la sede della finale, tutti militari e dirigenti del governo. Il Barça, invece, potè contare sul sostegno di quasi 70 mila anime, accorse allo stadio Ramón Sánchez Pizjuán per assistere ad un’agevole – quantomeno sulla carta – vittoria degli Azulgrana.

Ma i pronostici sono fatti per essere ribaltati. Ne era consapevole Emerich Jenei, l’allenatore rumeno capace di dar vita a quella straordinaria cavalcata. La Steaua non brillava per la qualità del gioco offerta, tutt’altro. I roșu-albaștrii , così come i coriacei Daci di Decebalo, avevano improntato la propria strategia su un efficace ostruzionismo, per poi colpire in contropiede gli avversari sbilanciatisi in avanti. In quella notte del 7 maggio 1986, Jenei tenne fede ai propri dogmi tattici, riuscendo a trascinare la partita sino ai calci di rigore. Un risultato – già questo – ben oltre le aspettative, legittimato dalla proficua rete difensiva comandata dagli stopper Bumbescu e Belodedici.

Steaua Bucarest 1986

La lotteria dei rigori, dunque, aveva portato i Rossoblù ad un passo dall’impresa. Si sa, nei tiri dagli undici metri può davvero succedere di tutto. E così fu. Quella notte nacque un mito, quello di Helmuth Duckadam, portiere della Steaua Bucarest, capace di neutralizzare i quattro rigori che furono calciati verso la sua porta (sì, avete letto bene): un caso più unico che raro nella storia della Coppa dei Campioni. Dall’altra parte, i tiratori scelti da Jenei fallirono solo due delle quattro conclusioni. La Steaua era diventata impronosticabilmente campione d’Europa.

LE ALI DI HELMUTH

Il protagonista indiscusso della serata, il baffuto Helmuth Duckadam, riscosse un clamoroso successo in patria e non. Così titolava la prima pagina del Corriere dello Sport, all’indomani della straordinaria storia scritta a Siviglia:

“Superman è rumeno.”

Duckadam stringe fra le mani il pallone dell’ultimo rigore parato.

Rientrato in Romania da eroe, oltre ad esser soprannominato “Eroul de la Sevilla” (eroe di Siviglia), fu nominato “Calciatore rumeno dell’anno” nel 1986. Diversi club si fecero avanti per assicurarsi le sue prestazioni, tra cui il Manchester United. Ma, nello stesso anno, la sua carriera di fatto terminò. Secondo la ricostruzione ufficiale, Helmuth fu colpito da improvvisa trombosi del braccio destro, che gli impedì di proseguire la sua carriera ad alti livelli. Secondo altre fonti, invece, Duckadam avrebbe attirato su di sé le invidie di Valentin Ceaușescu, figlio del dittatore nonché grande tifoso-dirigente della Steaua. Quest’ultimo avrebbe ordito una spedizione punitiva per vendicarsi di un diverbio nato fra i due nella notte della vittoria.

Un facoltoso tifoso del Real Madrid aveva regalato al portierone di Semlac una Mercedes, per ringraziarlo per la sconfitta inferta agli acerrimi nemici del Barcelona. Dal canto suo, Valentin riteneva che quell’auto gli spettasse di diritto. La fiera opposizione di Duckadam gli valse, a quanto pare, la vendetta del figlio del Conducator.

Dopo essere ritornato a casa sua, fra i pali, alcuni anni dopo, a causa dell’insopportabile dolore appese le scarpette e i guantoni al chiodo nel 1991. All’uomo che aveva condotto la Steaua e l’intera Romania sul tetto d’Europa erano state tarpate le ali. Non c’era spazio per sogni e grandi imprese. La Romania doveva tornare nuovamente nella penombra in cui Ceaușescu l’aveva riposta.