Il primo “Domino” inteso come gioco si presume sia comparso per la prima volta in Cina all’incirca verso il dodicesimo secolo dopo cristo. Famoso per i suoi colori e per essere storicamente uno dei giochi da tavolo più apprezzati, ha trasferito nel vocabolario una metafora ampiamente canonizzata, e per questo, non poteva che inserirsi nella terminologia sportiva. Non caso,”l’effetto domino” o il “domino delle panchine” è un’espressione caratterizzante delle ultime settimane in vista di quello che può ufficialmente registrarsi come un incredibile gioco di incastri di allenatori e squadre. E appunto, fra le pedine di questo domino, ce n’è una molto gettonata, quella di Simone Inzaghi.

Fonte: Profilo Instragram S.S. Lazio

Giovane ma già vincente, Simone Inzaghi è solo alla seconda stagione (e mezzo) come allenatore di una prima squadra, tra l’altro sempre la stessa, la Lazio. A quarantadue anni ha una felice media di un trofeo vinto all’anno, senza contare quelli vinti con la Primavera biancoceleste. In totale, Inzaghi a Roma ha vinto cinque trofei: una Coppa Italia e una Supercoppa con la prima squadra, due Coppa Italia e una Supercoppa con la Primavera. L’ex giocatore di Piacenza e Lazio vanta paragoni e complimenti importanti, conquistati grazie ai positivi risultati ottenuti nel breve tempo e soprattutto grazie ai connotati che hanno definito il profilo. Giovane e ambizioso, competente e preparato, Simone Inzaghi è uno dei migliori frutti della nuova generazione di allenatori italiani: ex calciatore importante ma non troppo, under 45, il risultato matura grazie al gioco. Il tecnico della Lazio è ben accompagnato da altri validi professionisti come De Zerbi del Sassuolo, Fabio Liverani del Lecce, ma fra tutti, Inzaghi è quello che si è distinto di più.

UNO STANDARD ALTO

La stagione appena conclusa dalla Lazio non ha fatto registrate lo stesso gradimento di quella precedente. Nonostante la Coppa Italia vinta contro l’Atalanta – a cui si è giunti dopo aver sconfitto il Milan e Inter, oltre il Novara -, il campionato della Lazio è stato il più tipico ottovolante di una squadra con problemi di continuità, in cui le aspettative della precedente annata avevano costretto la squadra ad alzare il livello del rendimento. La pressione mediatica aumentata, la meno brillante stagione di Milinkovic-Savic (finito comunque nella top 11 del torneo per la Lega Calcio), la scarsa prolificità di Immobile e alcuni fondamentali errori tecnici dei singoli hanno in parte opacizzato quanto la Lazio ha fatto effettivamente sul campo. Inzaghi, dal canto suo, è rimasto saldo nelle scelte e non ha cambiato il suo atteggiamento di fondo, ovvero quello di raggiungere il risultato tramite la prestazione, forse anche in maniera troppo ostinata. Da qui nasce un problema che accomuna la Lazio al suo allenatore: le troppe difficoltà nella gestione dei momenti critici della stagione. Inzaghi ha tenuto sempre fede al suo modulo e agli ottimi fondamentali instaurati nella precedente stagione, ma di fatto, in certe situazioni, queste scelte si sono dimostrate azzardate, non propriamente all’altezza. Per quanto però la Lazio sia sembrata sofferente e discontinua nei risultati, il livello delle prestazioni è stato generalmente alto, anche se non come i livelli del campionato passato, dove alla prestazione si legava il risultato.

MODIFICHE E INTUIZIONI

La cerniera tra i due tornei biancocelesti è proprio il suo allenatore. Inzaghi ha dimostrato ancora una volta la sua tendenza a una persecuzione dell’obbiettivo e alla ricerca del miglioramento della prestazione, con la differenza che l’anno scorso sono arrivati un trofeo e un quinto posto, quest’anno un trofeo e un ottavo. L’allenatore della Lazio ha dovuto modificare alcune sezioni del suo gioco per lasciare spazio a dinamiche alternative, più in linea con le situazioni e gli imprevisti. Rispetto alla stagione passata, dove si erano esaltati Savic e Luis Alberto, quest’anno è stato il palco di Caicedo e Correa: l’equadoregno sorprendentemente rilanciato, lo spagnolo positivamente rivitalizzato. Le reti di Caicedo hanno spesso ovviato al ribassato score di Immobile, mentre el Tucu è servito a recuperare tecnica e fantasia smarrite con le difficoltà di Luis Alberto. L’intuizione di Inzaghi si è espressa nel posizionamento corretto di alcune pedine apparentemente meno brillanti e secondarie, migliorandone sia il rendimento che, di conseguenza, il proprio valore.

Non è un caso che con Inzaghi il gioco della Lazio sia stato a tratti molto spettacolare. Le transizioni offensive sono degli strappi focalizzati sulla tecnica e sulla velocità degli interpreti, che hanno costruito una catena di palleggio molto barocca ma ugualmente incisiva. I cinque centrocampisti del tecnico piacentino sono estremamente differenti tra loro, a tratti anche poco equilibrati, ma in realtà la velocità di fondo è frutto proprio del meccanismo di integrazione dei vari interpreti, e non è un caso che Savic sia diventato un craque con questo allenatore, che lo ha elasticizzato tra il recupero e lo strappo offensivo, rendendolo uno dei migliori esempi di centrocampista box to box.

Definitivamente, il calcio di Simone Inzaghi è una crociera in cui si ritrovano velocità e ripartenze, palleggio e intensità. L’altra frequenza del gioco di Inzaghi è forse il suo spot migliore, sia perché risponde a esigenze tecniche di alcuni migliori giocatori, sia perché in linea con il moderno canone di calcio – in cui, non a caso, raccolgono consensi altre squadre molto vivaci come Atalanta e Sassuolo. Quest’anno la Lazio ha subito tre gol in meno e ne ha realizzati quasi trenta in meno dello scorso torneo, dove all’ora, Ciro Immobile era stato capocannoniere con 29 reti – quest’anno ne ha segnati solo 15 in Serie A, 19 in totale. Probabilmente senza la vittoria della finale di Roma contro i bergamaschi la stagione biancoceleste sarebbe stata particolarmente fallimentare, tanto per il campionato – persi sette dei dieci match contro squadre di alta classifica – quanto per la gestione dell’Europa League. In Europa Inzaghi ha proposto il suo calcio a discapito dell’avversario, non rinunciando a far giocare i titolari. I biancocelesti hanno incontrato diverse squadre di livello pari o superiore (a esclusione dell’Apollon Limassol, tutte la squadre affrontate avevano un organico di valore superiore a quello laziale) e il risultato finale è stato negativo. Meglio era andata nella scorsa edizione, quando i capitolini persero ai quarti contro il Salisburgo disputando un’ottima competizione.

IL MANIFESTO

Che la stagione appena finita sia stata meno esaltante di quella precedente è sommariamente dimostrato dai numeri (meno punti in campionato, meno gol fatti, meno punti in Europa League), mentre la vittoria della Coppa Italia, trofeo non scontato e vinto dalla Juventus nelle ultime quattro edizioni, ha alzato il giudizio sul risultato finale. A differenza di molti allenatori bravi ma non vincenti, Inzaghi a quarantadue anni ha ovviato alle critiche di una stagione difficile con la vittoria di un torneo, rendendo unica anche una stagione magra di risultati e con nessun obbiettivo raggiunto. Dunque Inzaghi, seppur giovane, ha subito alzato il suo standard pur non avendo l’esperienza necessaria per poterlo pretendere e questo va lateralmente dovuto anche a Lotito, che negò il suo passaggio alla Salernitana per farlo restare alla Lazio. Proprio il suo status ora sembra la calamita per le ambizioni di altri club, a cui l’allenatore emiliano piace anche per la gestione dello spogliatoio e la concentrazione sul soddisfacimento degli obbietti. Ovviamente, senza dimenticare il gioco.

Fonte foto di copertina: Wikipedia