L’ennesima stagione deludente era da poco terminata con un ennesimo piazzamento nelle melmose paludi di metà classifica, quelle acque ristagnanti fatte di mediocrità e di fallimento che i Villans conoscevano bene ormai da troppi anni. Troppa gloria smarrita fissava quella squadra che viveva e si nutriva di ricordi gloriosi portati da uomini del passato ma soprattutto uomini veri, vincenti e innovatori. Leggende come Jack Hughes, Frederick Matthews, Walter Price e William Scattergood che in una fredda sera invernale del 1874, seduti su una panchina della Wesleyan Chapel e rischiarati dalla fioca luce di un lampione, decisero di fondare l’Aston Villa.

Essere tifosi dei Villans non è un sentimento qualsiasi: è una rivendicazione di orgoglio e di superiorità che viene da un’innata consapevolezza di essere prescelti. Un tifoso del Villa vive con estrema ironia l’uscita di una squadra britannica dalle competizioni europee e vede il successo come una logica conseguenza del mistico e prescelto mandato celeste (e magenta) designato per la sua squadra. Un vero tifoso dell’Aston Villa elencherà tutte le sue vittorie: dai sette campionati conquistati, passando per le sette Fa Cup fino ad arrivare alla storica Champions League del 1982. Alla luce di quest’ultima impresa memorabile, noi di Numerodiez racconteremo i presupposti, i protagonisti e il cammino che hanno portato il magico Aston Villa a diventare campione d’Europa.

Fonte foto: sito ufficiale Aston Villa. Avfc.co.Uk

DAL FALLIMENTO ALLA RINASCITA: LA FABBRICA DEI VILLANS

Nel crudele e spietato mondo industriale, il verbo “osare” fa parte della quotidianità ed è il metaforico ascensore che permette di raggiungere il tanto agognato paradiso del successo. Spesso la strategia del rischio paga ma, talvolta, il celebre proverbio del chi troppo vuole, nulla stringe diventa realtà, in quanto l’azzardo non calcolato può portare al fallimento. Dal baratro oscuro del dissesto economico, una grande fabbrica deve necessariamente ridimensionarsi e ripartire umilmente come una piccola officina. Nel cuore industriale dell’Inghilterra, a Birmingham, l’Aston Villa ricordata agli inizi come una grande industria calcistica di successo, negli anni successivi – complici investimenti sbagliati, acquisti mancati (soprattutto in difesa) ed incompetenza dirigenziale – fu costretta a ridimensionarsi in una scarna officina, ristagnante nella melmosa mediocrità della seconda divisione.

Il rilancio, si sa, deve essere graduale, ripartendo dalla testa di una società e proseguendo poi con un necessario ricambio di uomini. Dopo anni di gestione disastrosa, la dirigenza del Villa, sospinta anche dai tifosi inferociti, decise di dimettersi lasciando la gestione della squadra a Pat Matthews e al presidente Doug Ellis. Semplicità e cambiamento furono le due parole d’ordine di questi due giovani imprenditori che attuarono come prima e incontrovertibile decisione quella di ingaggiare nuovi rinforzi. Fuori la vecchia e deludente guardia formata dai vari Cumbes, Gidman, Mcdonald e Leonard e dentro giovani e grezzi talenti desiderosi di ripartire. Un ricambio costante, a cadenza annuale che portava l’Aston Villa a scambiare continuamente i tasselli del proprio puzzle. Una scelta azzardata ma calcolata, in quanto lo scambio sottostava alle condizioni incontrovertibili della gioventù e della qualità. Questa strategia permise ai Villans di centrare obiettivi che anni prima sembravano impossibili: prima di tutto, la promozione nella massima seria nel 1975, poi due coppe di lega sempre nel ’75 e nel ’77 ed un piccolo assaggio d’Europa. Ma il futuro per i Villans sarebbe stato presto ancora più radioso del già luminoso presente che stavano vivendo.

Nell’immagine Doug Ellis intento a festeggiare la promozione dei Villans. Fonte foto: rivistacontrasti.com

Un avvenire all’insegna del successo che sarebbe stato completato da 14 giovani e talentuosi britannici, una dozzina o poco più di operai del pallone che grazie ad una coesione incredibile e un’unità d’intenti impareggiabili avrebbero presto riportato l’Aston Villa ad essere una fabbrica di successo.

Prima di concentrarci sull’impresa, tuttavia, è giusto tracciare i profili dei protagonisti di queste vittorie partendo dalla difesa con l’esperienza di Jimmy Rimmer che era strenuamente salvaguardato da due rocciose scogliere scozzesi come Evans e Mcnaught. Ai loro lati, gli instancabili Swain e Williams che aiutavano un centrocampo di qualità formato dal trequartista Cowans e da due mezzali eccelse come Mortimer  e Bremner. Davanti, infine, spazio al tridente delle meraviglie formato dagli esperti Morley e Withe e completato dal figliol prodigo di Birmingham, il biondissimo Gary Shaw.

In tutto questo si potrebbe pensare: “ma l’allenatore?”

Non ce lo siamo dimenticati, ma merita un paragrafo a parte. Il prossimo. Perché, come in una fabbrica, gli instancabili operai devono essere guidati da un pragmatico capo-reparto così i giocatori necessitano di una guida decisa per raggiungere il successo.

Il biondissimo Gary Shaw. Fonte foto: sito ufficiale dell’Aston Villa. Avfc.co.uk

UN’ IMPRESA COMINCIATA DA UN SERGENTE DI FERRO E FINITA DA UNO STRATEGA

Dietro un grande esercito, dietro una grande squadra, dietro qualsiasi gruppo di uomini che raggiunge il successo c’è un essere umano capace di influenzare, valorizzare e trasformare una semplice accozzaglia di individualità in una compagine vincente. È una verità incontrovertibile, è un dato di fatto che il caos e l’egoismo vengano valorizzati in un’unità d’intenti vincente grazie a idee e leadership, ed il leader e propulsore del successo dei Villans ha un nome e un cognome ben preciso: Ron Saunders.

Sguardo di pietra e espressione glaciale che ricordavano il primo Clint Eastwood, Saunders era nato poco fuori Liverpool e aveva un passato da attaccante in serie minori in cui aveva messo a segno la bellezza di circa 200 gol. Metodico, preciso e orgoglioso era uno di quegli uomini educati al valore della resistenza, cresciuto tra pioggia, vento e insidie che lo rendevano simile agli orgogliosi soldati del fronte. Tra litri di caffè bevuti e quotidiani sportivi ultra sottolineati, Saunders era un allenatore che faceva del pragmatismo e della disciplina le sue parole chiave. Per lui non esistevano titolari o riserve ma un gruppo unito e coeso che sapesse vincere e perdere insieme, senza rimproverarsi l’uno con l’altro e avendo un rispetto generale per ogni singolo membro della squadra.

Grazie ad un gioco spumeggiante, attento e semplice i Villans di Saunders arrivarono ai traguardi prima citati ma, soprattutto, ad un’incredibile e insperato successo, come la vittoria del campionato nel 1981. Successi e vittorie che venivano inframezzate da sconfitte cocenti che puntualmente venivano rimproverate da un esagerato ed esasperato Doug Ellis con cui, puntualmente, l’orgoglioso Saunders intratteneva infinite discussioni. Proprio una di queste litigate costò il posto all’imprenditore inglese che venne sostituito con lo stimato dirigente Frederick Rinder. Il ribaltone presidenziale venne accolto con gioia dall’allenatore inglese ma non sapeva che, quell’insperato cambio, gli avrebbe portato più dolori che gioie. Sì, perché la svolta dirigenziale arrivò contemporaneamente ad un parziale declino della squadra che incominciò a faticare in Coppa Campioni e a crollare in campionato. Nei mesi tra Dicembre e Febbraio, in particolare, arrivarono sette sconfitte che portarono la squadra ad un grave allontanamento sia dalle prime posizioni che da quelle utili ad una qualificazione europea.

Saunders con il trofeo del campionato. Fonte foto: sito ufficiale dell’Aston Villa. Avfc.co.uk

L’ultima di questa serie di partite disastrose, ovvero la sconfitta con lo United per 4-1, fu decisiva per l’allontanamento di Saunders che venne accolto dai tifosi con un misto tra l’indignazione generale e di rabbia. Tra venti di discordia e malcontento, il nuovo presidente proseguì nella sua decisione, affidando la panchina non ad un traghettatore qualsiasi ma a Tony Barton, assistente di Saunders.

Barton era la perfetta rappresentazione fisica dell’inglese tipo: pallido, riservato e capelli rossicci tendenti allo scuro che teneva lisci e con una riga laterale che ricordava il classico taglio dei beatles. Lanciato alla guida della squadra campione d’Inghilterra da un giorno all’altro senza mai essere stato prima su una panchina, l’ex vice allenatore sembrava l’agnello sacrificale in mezzo ad un branco di famelici lupi arrabbiati per il trattamento riservato a Saunders. Il suo sguardo deciso ed una prontezza d’azione invidiabile, tuttavia, rendevano l’inglese tutto fuorchè una vittima designata: ebbe l’intelligenza di non stravolgere l’assetto precedente, se non sul fronte offensivo, con un tridente composto da Morley, White e Shaw e l’abbassamento di Cowans a centrocampo.

Piccoli accorgimenti che portarono a grandi cambiamenti: dal suo insediamento sulla panchina i Villans infatti perdettero solo 6 partite in tre mesi concludendo il campionato all’undicesimo posto e compiendo una cavalcata trionfale in Coppa Campioni.

Il calcio di Barton era dinamico, spregiudicato e intelligente grazie soprattutto al regista calcistico Cowans, talento unico che, secondo una leggenda popolare si diceva che fosse in grado di far atterrare un pallone, da oltre 40 metri, su una moneta da 5 pence. Storie e uomini che alimentarono un cammino glorioso, tutto da raccontare, iniziato da un sergente di ferro e finito da uno stratega. Perché in certi casi serve un polso forte, mentre, in altri, un’intelligenza acuta.

Tony Barton con la coppa dei campioni. Fonte foto: sito ufficiale Aston Villa. Avfc.co.uk

UNA GUERRA VINTA DOPO TANTE BATTAGLIE

La vittoria di uno scontro si misura e si articola battaglia dopo battaglia. Una guerra, quella per la coppa delle grandi orecchie che, come detto prima, fu cominciata sotto la guida dell’arcigno Saunders e finita grazie all’ingegno e alle strategie dell’esordiente Barton. L’armata dell’Aston Villa affrontò la prima disputa contro gli islandesi del Valur, un avversario abbordabile che la squadra di Birmingham riuscì a superare con un netto 7-0. Agli ottavi, invece, incontrarono la Dinamo Berlino, squadra arcigna che li costrinse ad un sofferto passaggio del turno, con una vittoria per 2-1 a Berlino ed una sconfitta indolore subita al Villa Park. I quarti coincisero con il sorteggio della Dinamo Kiev ma, soprattutto, con la prima partita in panchina dell’esordiente Barton. Lo scontro con gli ucraini produsse un orgoglioso pareggio a Kiev ed una grande vittoria in Inghilterra grazie ad uno show di Gary Shaw. La semifinale vide i Villans fronteggiare i belgi dell’Anderlecht che vennero sconfitti grazie alla rete decisiva segnata da Tony Morley.

In una realtà che appariva un sogno, gli inglesi, relegati a metà classifica in campionato, si ritrovarono nella finale di Champions League contro la corazzata tedesca del Bayern Monaco.

Fra le mille sfumature che circondavano questo match si potevano cogliere sia uno scontro tra diverse mentalità che tra due scuole calcistiche opposte pronte ad affrontarsi nell’imminente mondiale spagnolo. Nell’intrigante cornice di Feyenoord si ritrovarono due squadre che schierarono entrambe le formazioni senza stranieri: una vera e propria guerra calcistica, quindi, tra inglesi e tedeschi.

A Rotterdam, nello spogliatoio dell’Aston Villa si respirava un’aria pesante: Tony Barton camminava nervosamente vicino alla lavagna, i giocatori si radunavano silenziosi e impauriti, tra cui il giovane Shaw che batteva incessantemente i tacchetti sul pavimento per paura di sentirsi dire che sarebbe stato in panchina.

Il gol di Withe in finale contro il Bayern Monaco. Fonte foto: sito ufficiale Avfc.co.uk

Prese poi la parola Barton, con un discorso degno delle più gloriose pellicole sportive. Esordì così:

“Voglio che sappiate che se siete arrivati fin qui lo dovete a voi stessi. Di là c’è Karl-Heinz Rummenigge e poi hanno Breitner, Hoenes, Mathy… tutta gente con le palle. Ma tutti loro non hanno le palle di uno di voi. Ma non sempre questo basta. Se perdiamo non avremo fatto assolutamente nulla. Non voglio che pensiate troppo ma che lo facciate da squadra.”

 Con l’impeto di queste parole, l’Aston Villa scese in campo, pronto ad affrontare i colossi bavaresi. Partirono meglio i tedeschi con un gioco corale e schiacciante, mentre il Villa agiva coscienziosamente e di contropiede. Al 10’ avvenne il danno che sarebbe potuto diventare beffa: Jimmy Rimmer, portierone dell’Aston Villa, fu costretto ad uscire per infortunio e venne sostituito da Nigel Spink, al suo esordio da titolare dopo 3 anni.

Il portiere inglese, tuttavia, come nelle più celebri trame dei classici film americani, sfoderò una prestazione monstre parando di tutto e di più. Tra le costanti bombardate bavaresi arrivò il contrattacco decisivo dei Villans: al 67’, infatti, dopo una lunga trama di passaggi, Morley servì White in area che, da pochi passi, depositò in rete per il vantaggio valevole l’uno a zero. Un vantaggio protetto e salvaguardato poi dalla difesa di  dei Villans che contribuì, in maniera decisiva, a consegnare un successo surreale e insperato.

Le foto della festa. Fonte foto: sito ufficiale Aston Villa. Avfc.co.uk

La portata di quella vittoria segnò l’apice della gloria e la discesa verso il baratro. Dopo festeggiamenti sfrenati e commoventi, infatti, cominciò negli anni successivi un’incontenibile caduta verso la palude della mediocrità da cui, tutt’ora, il Villa sta cercando di uscire.

Nonostante questa indiscutibile realtà, l’indimenticabile portata dell’impresa rimane e giustifica l’orgoglio dei prescelti tifosi dell’Aston Villa. In una città simbolo della rivoluzione industriale, quattordici umili operai calcistici guidati da due rivoluzionari e differenti tecnici sono riusciti ad avverare, in chiave sportiva, il sogno di Marx. In un’estrema rivoluzione del pallone, grazie al duro lavoro e ad un’unità di intenti, i proletari Villans hanno strappato il successo ai capitalisti del pallone, quel Bayern Monaco che, insieme alle altre superpotenze europee, deteneva da troppo tempo il monopolio della vittoria.

Fonte immagine copertina: sito ufficiale Aston Villa.