È l’aprile 2014 e in Ucraina, nella regione orientale denominata Donbass, scoppia una guerra civile in corso tutt’oggi che coinvolge tutta la popolazione ucraina. I separatisti, manifestanti alle prime luci del conflitto, chiedevano un riconoscimento maggiore alle proprie regioni mentre i filo russi si alleavano con la grande potenza dell’est per cercare di ottenere un’Ucraina legata alla Russia stessa. Un conflitto questo che modificò l’atlante geografico del calcio ucraino, in mano in quel momento allo Shakhtar di Lucescu, che fu costretto ad abbandonare la Donbass Arena.

ERA IL 2004

Tredici stagioni non si dimenticano facilmente, sopratutto quando sono condite da ventuno trofei nazionali e un trofeo internazionale conquistato come prima squadra dell’Ucraina a riuscirci. Lo Shakhtar di Lucescu, allenatore di fine intelligenza e grandi ambizioni, fu tutto questo nelle tredici stagioni in cui il tecnico rumeno sedette sulla panchina della squadra che arriverà fino alle vette d’Europa battendo anche i marziani del Barcellona di Guardiola. Era il 2004 dicevamo, e Lucescu, fresco delle esperienze in Italia e in Turchia, assunse la guida del trono di Donetsk portando un calcio rivoluzionario nelle fredde pianure dell’est europeo: ad un gioco spumeggiante, fatto di percussioni continue e scambi alla velocità della luce, Lucescu aggiunse talenti brasiliani luminescenti che giungevano dalla madrepatria a soli diciott’anni, mostrando il loro calcio scevro da condizionamenti e tatticismi europei, a un campionato di seconda fascia come quello ucraino, per prepararsi all’ascesa Europea coronata nel 2009. I nomi dei calciatori fatti evolvere nel proprio stile di gioco dal tecnico rumeno non si contano, oggi militano in squadre come la Juventus o il Chelsea e hanno affrontato sfide come Bayern Monaco e Milan nel corso della propria carriera, dimostrando come la palestra ucraina sia stata il perfetto allenamento per assurgere al calcio europeo da protagonisti assoluti. Willian, Douglas Costa, Luiz Adriano, Jadson: questi alcuni dei brasiliani che nel corso delle tredici stagioni hanno regalato a Lucescu otto campionati nazionali consecutivi, sei coppe d’Ucraina e sette supercoppe, il tutto prima di conquistare l’Europa contro il Werder Brema.

SHAKHTAR CAMPIONE D’EUROPA

Qualificato ai giorni di Champions grazie alla vittoria del campionato, lo Shakhtar si affaccia alla massima competizione internazionale in punta di piedi incontrando nel proprio girone Barcellona, Sporting Lisbona e Basilea. Alla fine del girone, concluso con il terzo posto valido per la Coppa Uefa (l’odierna Europa League), saranno nove i punti conquistati dai ragazzi di Lucescu di cui tre strappati al Camp Nou al cospetto del Barcellona futuro campione d’Europa. Quel match, che si ripeterà al termine della campagna europea delle due squadre con la finale di supercoppa nell’agosto 2009, sarà la cartina tornasole dell’identità brasiliana che scorre nelle vene dello Shakthar.

Tre goal segnati al Barcellona che diverrà icona del calcio totale di Guardiola non sono una cosa che capita tutti i giorni, e in quel freddo dicembre del 2008, come fosse un preludio a ciò che sarebbe accaduto in Coppa Uefa di lì a poco, lo Shakhtar riuscì per primo a sconfiggere tra le mura del Camp Nou il Barcellona di Messi, Henry e Guardiola. Furono Gladkiy e Fernandinho ad abbattere la resistenza blaugrana, il primo con una doppietta e il secondo con un goal in spaccata a regalare il prosieguo del cammino europeo agli Ucraini: una vittoria iconica e storica per certi versi che consegnò allo Shakhtar la consapevolezza della propria forza.

Passarono i mesi invernali, il freddo inverno ucraino sanciva la tregua dalle ostilità del campionato e lo Shakhtar si preparava alla sfida contro il Tottenham nei sedicesimi di Coppa Uefa: mentre il Werder Brema, futuro avversario della finale di Instanbul, affrontava ed eliminava il Milan di Kakà e Pato per la regola dei goal in trasferta, il Tottenham veniva schiacciato per 3-1 dai brasiliani di Lucescu, così come accadde al CSKA in una storica rimonta nello stadio di Donetsk. I Quarti di finale, conquistati dopo il 2-1 rifilato al CSKA, videro il Marsiglia subire quattro goal dai terribili e incoscienti ragazzi di Lucescu che, segnati altri tre goal ai rivali della Dinamo Kiev, approdarono in finale contro i tedeschi del Werder. L’atto conclusivo della competizione terminò ai supplementari, quando Jadson segnò il secondo goal per gli ucraini sventolando al centro del campo la bandiera verde-oro dell’identità brasiliana della squadra.

UN SCONFITTA EMBLEMATICA

Una vittoria simile concesse a Lucescu un’altra grande partita contro il Barcellona di Guardiola, nell’agosto del 2009, con in palio la Super Coppa Europea. Fu il turno di Pedro Rodriguez, in quegli anni vero mattatore delle finali a tinte blaugrana, di segnare il goal decisivo per la vittoria di Guardiola, ma quello Shakhtar affrontò nuovamente a testa alta i campioni del Barcellona sfidando le logiche precostituite che tanto stavano strette a Lucescu quanto erano incomprensibili per i talenti brasiliani che non conoscevano gerarchie europee da rispettare. La tradizione, dopo quella sconfitta, non si arrestò ma anzi moltiplicò i propri sforzi: un team di scout iniziò il proprio lavoro di ricerca di talenti nel mondo, in linea con quanto richiesto dal presidente Rinat Achmetov:

“Compriamo ragazzi di diciotto, diciannove anni per farli rendere al massimo. L’idea è di rivenderli a ventiquattro-venticinque, quando saranno stufi del freddo ucraino e ci permetteranno di fare clamorose plusvalenze.”

Una logica questa che diede ragione al presidente e al club: nonostante le vendite eccellenti, Lucescu riuscì non solo a rimanere ai vertici del calcio ucraino e, per certi versi, internazionale, ma sopratutto perseguire continuamente quel tipo di gioco fatto di scambi alla velocità della luce e qualità sopraffina in fase offensiva che lo contraddistingueva dal suo insediamento sul trono di Donetsk.

IL SACCO DI ROMA

Altro emblematico step che caratterizzò la crescita e l’ascesa dello Shakhtar Donetsk fu il sacco effettuato ai danni della Roma di Ranieri nel cuore del tifo giallorosso: era il febbraio 2011 e a una Roma sorprendente si parò davanti questo manipolo di brasiliani giunti dall’est che non tremò davanti alle mura della città eterna. Tre goal, com’era successo al Camp Nou, risposero ai due segnati dai giallorossi, con una prodezza di un Douglas Costa appena ventenne che fulminò Doni e regalò la vittoria ai verdeoro di stanza in Ucraina. Il match di ritorno si svolse in un’atmosfera ovattata, con la Roma incapace di rispondere ai colpi inferti da Willian, doppietta, e al finale 3-0 di Jadson, specialista dei goal in chiusura di match. La sentenza ucraina fu pesantissima per la Roma che vide sfumare il sogno quarti di finale davanti a una squadra che fece innamorare per due notti il continente calcistico europeo.

Fonte immagine: profilo ufficiale Instagram del calciatore

LA RISPOSTA BLAUGRANA E IL FUTURO

Ritorna il Barcellona, nuovamente campione d’Europa in un maggio qualunque, ad affrontare lo Shakhtar questa volta giunto fino ai quarti di Champions League. C’è ancora Guardiola sulla panchina bluagrana e ancora Lucescu siede su quella degli ucraini tinti di verdeoro convinto sostenitore di un gioco offensivo che questa volta lo condanna al peggio. Sono cinque i goal che la banda di Pep mette a referto nel match di andata, uno quello nel match di ritorno con un rotondo risultato di 6-1 che rivendica la superiorità catalana sulle intenzioni nobili della banda venuta dal Donbass. Quella sconfitta, che non certifica la fine del ciclo di Lucescu, è l’apice europeo di una squadra costruita per incantare e travolgere gli avversari grazie alla freschezza di talenti venuti dal nulla e staccati dalle gerarchie precostituite che in Europa spesso decidono gli esiti di scontri impari. Una favola a tinte verdeoro, che continuerà fino all’estrema ratio della guerra civile.

UNA FINE ANNUNCIATA

Dal 2009 al 2014 Lucescu continuò a vincere in patria portandosi a casa cinque campionati consecutivi, tre coppe d’Ucraina e quattro super Coppe lasciando ai rivali le semplici briciole dei secondi posti. Non un calo emotivo dopo quella sconfitta, non un vacillamento nelle convinzioni societarie e calcistiche fin qui raccontate, non un dubbio sullo stile che lo Shakhtar doveva perseguire. Vita e morte congiunte in un unico patto, duraturo fino a quando la guerra civile non avrà smembrato ogni particella di quello Shakhtar. Era l’agosto 2014, e dopo che la Donbass Arena, gioiello da 52 mila posti, fu sventrata da una bomba, la squadra dovette accettare la dura realtà della guerra civile. Una guerra iniziata nell’aprile di quell’anno e ancora non giunta a una vera conclusione che portò la squadra a Leopoli, più di 1200 chilometri da Donetsk, e che pose fine all’utopia di Lucescu. I calciatori, giunti alla soglia di età prevista dal presidentissimo, lasciarono la squadra per approdare in lidi con maggior tranquillità e ambizioni, mentre il tecnico rumeno decise di guidare la transizione rimanendo a condurre la propria creazione per altri due anni.

Fonte immagine di copertina: profilo instagram @paulofonseca_oficial

PAULO FONSECA

Le ultime due stagioni di Micrea Lucescu vengono concluse al secondo posto, un deludente risultato visto il percorso delle tredici stagioni appena concluse ma con un filo rosso a congiungere l’esperienza del Re di Donetsk e il nuovo tecnico, ora vicino alla Roma, Paulo Fonseca. Diretto erede del gioco spumeggiante e offensivo di Lucescu, il tecnico portoghese porterà allo Shakhtar altri talenti brasiliani del calibro di Taison, Alex Texeira (ora in Cina), Wellington Nem, Marlos e Fernando, tutti facenti parti della rosa attuale che conta dodici giocatori brasiliani sui ventotto totali, a testimonianza della continuità figlia di una colonia nata nel 2004 con Lucescu. Un credo, unito alla programmazione e alla competenza di un tecnico messosi sul trono d’Ucraina, che contagiò l’Europa di una ondata verdeoro di calcio spumeggiante e articolato. Creato sulle basi della incoscienza e della purezza scevra da condizionamenti europei; la tattica, per questi ragazzi giunti da oltreoceano, era semplice strumento funzionale alle proprie giocate qualitative, un plus valore da aggiungere nei momenti di difficoltà, quando la sola qualità diventata inefficace. Lucescu ora è all’opera per ricostruire la nazionale turca, mentre il suo Shakhtar continua a dispensare un credo calcistico creato nell’ormai lontano 2004.

 

 

 

(Fonte immagine di copertina: Profilo ufficiale Instagram del calciatore)