Quando la storia tra Burak Yilmaz ed il calcio che conta sembrava giunta al termine, l’attaccante turco è riuscito a stupire tutti tornando a giocare ai suoi livelli e ponendosi, al giorno d’oggi, come eventuale guida spirituale dei ragazzi terribili della nazionale turca che Sabato sera hanno battuto agevolmente la Francia per 2-0 in quel di Konya. Il simbolo della città, l’ordine dei dervisci rotanti fondati da Mevlana secoli fa e conosciuti per le loro danze rotanti, ben si sposano con lo stile di gioco dell’attaccante nativo di Adalia, bravo nel far sponda per far ripartire i compagni o nel portare le azioni offensive a termine grazie alla tecnica di tiro. Non è un caso, però, che a 33 anni Yilmaz sia tornato quello che conoscevamo nel 2012: tutto è dovuto alla congiunzione astrale dei due aspetti fondatori della carriera di Burak. Il primo, costituito dal ritorno in Turchia, patria della quale è innamorato e per la quale ha scelto di sottrarsi al calcio che conta, mentre il secondo, il ritorno trionfale ad Istanbul dopo le campagne cinesi, ricche di amarezza e mancanza della madrepatria.

Fonte immagine: profilo Instagram ufficiale del calciatore

I CINQUE VOLUMI

Come fosse il racconto di Christian Jacq che narra la vita del faraone Ramesse II, anche Burak Yilmaz ha vissuto parti di vita classificabili in volume. Parlare delle qualità intrinseche dell’atleta, conosciuto ai più per il fisico, la tecnica e la tenacia con la quale pressa l’avversario, risulta superfluo e ripetitivo. I primi anni, passati tra Antalya e Manisaspor, gli servirono da trampolino per l’approdo al Trabzonspor, dove diventa un’idolo nonchè il miglior marcatore di squadra nella storia a segnare 33 gol in una sola stagione. Arriva il secondo posto a Trebisonda nonché la chiamata della nazionale, dove Guus Hiddink, vedendoci lunghissimo, lo etichetterà come l’attaccante moderno per eccellenza.

Quando arriva al Galatasaray sembra seguire a puntino il percorso di crescita prospettato: anche lì diventa ben presto bandiera pur dovendo fare a spallate con le stelle che in quegli anni approdavano in Turchia come Sneijder a Drogba. Istiklal, la strada dello shopping di Istanbul, era tappezzata delle magliette numero 17 mentre il suo valore cresceva esponenzialmente. Tanto si innamora di Istanbul che per Burak è difficile lasciare la Turchia: lo cercano in tanti, la Lazio prova un affondo ma per ben quattro anni, nonostanti gli scossoni in panchina, Yilmaz si ritrova a portare avanti la carretta con gol (1 gol ogni 110 minuti) e prestazioni da capogiro. Sulla soglia dei trent’anni il suo profilo, nonostante continui a rivelarsi un grande attaccante, perde così tanto d’appeal che la partenza dal Gala appare l’addio definitivo al calcio che conta, perché Burak firma al Beijing Guoan.

In Cina però, a parte sprazzi di tecnica sopraffina, Yilmaz non riuscirà mai ad esprimersi: senza l’odore mattutino del cay e del menemen, si sentirà parlare di un giocatore stanco, svogliato e spesso nervoso. Durante una partita aggredirà un avversario dopo un parapiglia, mentre viene accusato di maltrattamento familiare dalla moglie.

Fonte immagine: profilo Instagram ufficiale del calciatore

Quando è nel buio più totale, lo salva il ritorno in patria sottoforma di déjà-vu, perché è il vecchio amore di Trebisonda a bussare alla porta come se ci fosse qualcosa in sospeso. Burak torna ad essere amato respirando il calore della sua gente: è spinto da pulsioni ed un amore della patria che in pochi possiamo capire. Le statistiche però ci danno una mano, perché al primo anno qui segna 23 gol (1 a partita di media), iniziando bene anche quello successivo che lo porterà poi al Besiktas, che nei suoi sei mesi passa dalla lotta serrata per l’Europa League ad un terzo posto che sa di beffa (a due punti dal secondo) con una risalita magistrale.

Merito dei gol ritrovati di un 33 enne che forse sta scontando la condanna più bella: segnare e far divertire la sua gente.

(Fonte immagine di copertina: profilo Instagram ufficiale del calciatore)