Ingegno, predisposizione, capacità e doti intellettuali rilevanti, spec. in quanto naturali e intese a particolari attività.

Questa è la definizione che la Treccani usa per spiegare il significato di talento, termine che viene troppo spesso utilizzato nel mondo dello sport, creando equivoci e falsi miti. Il Diez di cui parleremo oggi viene dall’estremo oriente europeo, più precisamente dalla ex Leningrado, ora San Pietroburgo, è stato un’icona di un intero Paese che sognava attraverso le sue magie, ma è altrettanto vero che la bellissima e splendente luce con cui ha irradiato tutta l’Europa è durata veramente poco, troppo poco. Il Diez di oggi è il folletto russo Andrey Sergeevič Arshavin.

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UN’ESPLOSIONE ARRIVATA TARDI

Il principino russo rispetto agli altri fenomeni dal calcio mondiale ha iniziato a far parlare di sé ben oltre la gioventù calcistica, intorno ai 28 anni, infatti è a quell’età che i club di mezza Europa drizzano le antenne ed iniziano ad orbitare i propri interessi su Andrej. E pensare che la carriera di Arshavin era indirizzata più verso la dama. Ai tempi della scuola era un vero enfant prodige della disciplina, tant’è che il professore profetizzò un grandissimo futuro per il piccolo dato che era il campione indiscusso della scuola, avendo vinto parecchi tornei. Ma come spesso accade sono i genitori a prendere gran parte delle decisioni al posto dei figli, e il padre ex calciatore amatoriale decise che il figlio avrebbe dovuto intraprendere un’altra disciplina, la stessa che praticava lui stesso: il calcio. A 9 anni gioca la sua prima partita e “casualmente” gli venne affidata subito la maglia numero 10: un predestinato. Le giovanili contrariamente a quello che si crede non le fece nello Zenit, ma nella Lokomotiv Mosca, e solo nel 1999 andò a giocare per la squadra della sua città natale. Nello Zenit fece una stagione nella seconda squadra, giocando in seconda divisione, mentre l’anno successivo venne poi confermato in prima squadra. Nel periodo passato tra le fila dei Zenitchiki cambia l’andamento del campionato spostando l’attenzione su di sé e sul suo Zenit, nelle stagioni tra il 2007 ed il 2008 insieme vinsero tutto (campionato, Coppa Uefa, Supercoppa Uefa e di Russia) trascinati dal proprio numero 10. Nel periodo in Nazionale il fantasista di San Pietroburgo è sempre stato il punto di riferimento insieme a AkinfeevZhirkov e Kerzakov, all’Europeo del 2008 la selezione russa fu la sorpresa del torneo, perdendo in semifinale contro la Spagna, i futuri campioni del torneo, e classificandosi terzi. Dopo quell’exploit la Russia non è più riuscita a ripetersi, con i tifosi che hanno sempre additato Arshavin come responsabile dei risultati deludenti. In un acceso confronto con dei tifosi dopo la sconfitta con la Grecia all’Europeo del 2012 Andrey ha detto:

“Se non rispetto le vostre aspettative, questo è un vostro problema!”.

Un personaggio che non ha mai avuto paura di dire ciò che pensava.

Nel febbraio 2009 l’Arsenal di Arsene Wenger gli offre la possibilità di alzare l’asticella e di mettere in mostra le proprie qualità in Premier League.

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LA GRANDE CHANCE

Arshavin diventa l’acquisto più costoso della storia dei Gunners per 20 milioni di euro, e all’Emirates alternerà prestazioni sublimi da giocatore con una qualità superiore ad apparizioni incolore. Il primo gol e il primo assist li realizza contro il Blackburn, ma il vero spettacolo lo da ad Anfield quando si mette il dito davanti alla bocca per 4 volte nel pirotecnico 4-4 in cui i Reds rispondevano ai colpi del russo con le reti di Fernando Torres e Benayoun. La rosa dal centrocampo in sù è qualitativamente mostruosa con elementi come Fabregas, Rosicky, Van Persie, Adebayor e tanti altri che rendevano i Gunners una delle squadre più forti d’Inghilterra e d’Europa. L’occasione per Andrey era davvero grande, ma un po’ per sfortuna e un po’ per demeriti, all’Emirates non solleverà neanche un trofeo.

Il genio di San Pietroburgo, in effetti, è approdato nella squadra più “barocca” della storia del calcio e con l’allenatore che ha impartito sempre un gran gioco, ma spesso, troppo fine a sé stesso, bruciando grosse chance in cui sarebbe semplicemente bastata più concretezza e meno sfarzosità. Il rapporto con Wenger non è idilliaco, ma c’è rispetto tra i due, difatti Arsene dirà del fantasista:

“Andrey non ha paura di niente e di nessuno, ha una grande personalità”.

Arshavin chiude il periodo in Inghilterra con 31 gol realizzati e 46 assist, non male se si conta che le due stagioni prima di tornare allo Zenit ha giocato con il contagocce. Il ritorno in patria gli fa vincere un paio di campionati russi ed una Supercoppa, ma l’età inizia a farsi sentire e le prestazioni calano, finendo prima al Krasnodar e successivamente al Kairat Almaty, squadra kazaka con cui si è ritirato dal calcio giocato.

LA COMPLESSITA’ DEL GENIO

Andrey è stato il talento per eccellenza, il genio di chi potrebbe essere capace di grandi cose ma si accontenta di fare l’essenziale, la pigrizia di chi vuole restare nella media per non sfrozarsi a risplendere. Arshavin ha brillato per poco tempo e quando l’ha fatto è stato come vedere il bagliore di una stella. Il calciatore russo più forte della storia dopo la caduta dell’URSS è indubbiamente lui, il suo mito ha fatto sognare le nuove generazioni della Russia che adesso sperano di emulare i suoi passi, magari raggiungendo il successo un po’ prima e possibilmente mantenendolo. Il principe russo aveva un’esultanza che da fuori è sempre sambrata polemica. Un dito davanti alla bocca a simboleggiare di fare silenzio, mentre guarda con il suo sguardo glaciale i tifosi in delirio. Eppure, per quanto ognuno possa dare una spiegazione, il gesto è nato per caso dopo una rete contro il Saturn. Perché il genio è anche questo, fare qualcosa senza una reale spiegazione oppure un motivo valido. E se in campo faceva così, immaginate cosa potrebbe combinare fuori: è un designer di moda con un marchio disegnato da lui stesso, e la motivazione che ha dato a questa sua scelta è altrettanto originale.

“C’erano tante belle ragazze”.

Così ha sempre detto Andrey. Si è improvvisato anche scrittore con tre pubblicazioni e un “saggio” sull’Europeo del 2008 quando arrivarono terzi, la stessa competizione che gli diede ancora più notorietà al talento russo insieme alla vittoria della Coppa Uefa. Andrey, per non farsi mancare nulla, fece anche una comparizione come attore in televisione intrepretando sé stesso; addirittura si candidò in politica nel 2007 con il partito di Putin (Russia Unita), venendo anche eletto a San Pietroburgo, ma rinunciando per “incompatibilità”.

La caratteristica che ha contraddistinto i grandi geni è la poliedricità di interessi che hanno: Arshavin ha dimostrato di poter rientrare pienamente in questa cerchia ristretta di persone, e l’incompiutezza della propria opera, lascia al calcio un lato romantico, dandoci il beneficio del dubbio e di pensare cosa sarebbe potuto diventare Andrej se non fosse avuto in rendimento così altalenante. Come le grandi menti del calcio ha convissuto con la sregolatezza e la svogliatezza, una comune difficilmente scindibile per chi ha davvero il talento e merita di essere definito Diez…