Ai nostri microfoni è intervenuto Simone Perrotta, campione del mondo nel 2006, in giallorosso per ben 9 stagioni, oggi vicepresidente del SGS (Settore Giovanile e Scolastico) della FIGC. Con lui abbiamo parlato della situazione della Nazionale, nei vari livelli, e dei suoi trascorsi nella Roma.

Che ricordo conserva della sua esperienza a Roma?

Sono stati 9 anni molto belli e intensi. Anni di soddisfazioni, ma anche di delusioni, come è normale che sia dopo 9 stagioni in una squadra. Capita di vivere delle vittorie e degli insuccessi, ma rimane sempre un ottimo ricordo. Poter indossare una maglia così bella e prestigiosa e rappresentare una città come Roma in giro per il mondo per così tanto tempo è una grande soddisfazione.

C’è una partita che le è rimasta particolarmente nel cuore?

Ce ne sono diverse. Forse la vittoria della Coppa Italia nel 2007. È stata la prima coppa vinta contro l’Inter, con cui ci scontravamo sempre per lo scudetto. 6-2 in casa, poi 2-1 lì a Milano, è sicuramente un ricordo piacevole.

In quegli anni la Roma ha costruito con pochi mezzi il ciclo più vincente post-scudetto, mentre negli ultimi anni si è speso tanto, sono stati fatti molti proclami, ma non sono arrivati i risultati. Quali sono i motivi di tale differenza tra quella Roma e questa Roma?

Le differenze è normale che ci siano, perché poi ogni squadra è diversa dall’altra. Sia la nostra Roma che quella attuale hanno avuto sempre di fronte una squadra fortissima, noi l’Inter e loro la Juventus. In questo caso c’è anche uno strapotere economico da parte della Juventus che può permettersi persino dei top player, come dimostra l’operazione Ronaldo. Questo strapotere ti porta a dover inseguire ogni anno, anche con una buona squadra e con le possibilità di competere fino alla fine. In una stagione alla fine vengono sempre fuori i valori, che inevitabilmente vedono la Juve davanti.

Cosa ha significato per lei condividere lo spogliatoio con due bandiere come Totti e De Rossi. Ci sono somiglianze o differenze tra i due?

Quando sono arrivato Daniele era ancora giovane, si stava affacciando alla prima squadra e cosa significasse la romanità me l’ha trasmesso Francesco. Lo ha fatto attraverso gli esempi e le parole. Crescendo poi Daniele ha incarnato davvero il romanismo, con quella vena sempre grossa in ogni esultanza. Sono due caratteri diversi, Daniele è un po’ più appariscente, nelle esultanze e nel dimostrare il suo attaccamento alla maglia della Roma. Francesco è un po’ più introverso. Ma stiamo parlando di due grandissime persone, molto umili, che hanno messo il loro bagaglio umano e tecnico a servizio della Roma e della città di Roma. Mi dispiace quindi come siano avvenute le loro uscite di scena. C’è una fine per tutti, ma loro meritavano un’uscita migliore.

 

Passiamo ora al capitolo Nazionale. Cosa ne pensa del lavoro di Mancini?

Mancini ha avuto il coraggio di buttarsi in una situazione in cui c’era tutto da perdere. Non sempre quando si tocca il fondo si può solo risalire. Parliamo di un ottimo allenatore, che ha vinto ovunque è andato, e non era semplice accettare un lavoro in una situazione così difficile. Lui invece l’ha fatto con grandissimo entusiasmo, portando una ventata di ottimismo e di appartenenza dal primo giorno. Ha avuto il coraggio di lanciare giocatori bravi, di dimostrare che c’è un futuro immediato per l’Italia. Ha lanciato calciatori di cui nessuno parlava, e che ora invece sono al centro di molte attenzioni. L’esempio perfetto è sicuramente Zaniolo, convocato in Nazionale prima di esordire con la Roma. Ha risollevato l’Italia, dandogli un grandissimo gioco e ora è davvero un piacere vederla giocare.

A proposito di Zaniolo, quali giovani la convincono maggiormente?

Ce ne sono diversi. Sicuramente Zaniolo è uno di questi, poi ci sono Barella, Kean. Ho visto il mondiale Under-20 e c’è moltissimo materiale anche lì. In Italia il talento non manca. Si sta lavorando molto bene a livello di club e di nazionali giovanili e i risultati lo stanno testimoniando. L’Italia ha una tradizione calcistica importante, con una federazione forte, con idee chiare e la strada intrapresa è quella giusta. Poi qualcuno rimprovera che nessun club italiano abbia mai vinto la Youth League? Ma sicuramente non ha importanza. A livello giovanile non contano i risultati di squadra, ma quelli individuali. La missione è portare i giocatori in prima squadra e ci sono molte società che lo stanno facendo.

Ottime risposte stanno arrivando anche dalla nazionale femminile, concorda?

Si, la Nazionale femminile era inevitabile che arrivasse, perché è un movimento in grande fermento. C’è però bisogno di più rispetto da parte delle varie istituzioni. Tutte le più grandi società italiane all’interno hanno la squadra femminile, eppure le calciatrici ancora sono considerate dilettanti. Bisogna cambiare la legge 91, quella sul professionismo sportivo, e renderle professioniste al 100%. In un’intervista Sara Gama ha fatto un esempio pregnante: lei si allena come Ronaldo e vive la professione come lui, ma CR7 è professionista e lei è una dilettante. Di conseguenza anche i contratti economici sono da dilettanti e questo non è giusto. Sono calciatrici ed è giusto che il calcio sia la loro professione.

C’è un giocatore in cui si rivede?

È una domanda che mi fanno sempre, ma puntualmente non rispondo. Più che altro non saprei e non mi interessa, anche perché realmente non mi riconosco in nessuno. Avevo delle caratteristiche anomale, giocavo in una zona di campo avanzata, ma mi sentivo più un trequartista d’interdizione che un trequartista puro. Ero quello che cercava sempre di tamponare le ripartente degli avversari, ma che si buttava subito in area nelle azioni offensive. Avevo quindi un ruolo particolare e complesso e magari c’è qualcuno che oggi lo ricopre, ma non voglio fare paragoni.

Posso azzardare un paragone con il Nainggolan della Roma di Spalletti?

Sinceramente non lo so. Il ruolo sicuramente era quello, ma l’interpretazione era diversa. Lui si abbassava molto per creare gioco, mentre quando giocavo io si abbassava Totti. Io raramente scendevo anche perché avevamo un centrocampo con Pizarro, De Rossi e in alternativa Aquilani, tre grandi organizzatori di gioco. Poi come detto c’era Francesco che veniva incontro e io mi inserivo negli spazi lasciati da lui. Forse per posizione di gioco possiamo fare il paragone, ma l’interpretazione del ruolo è stata completamente diversa.

Concludiamo con una considerazione sul futuro della Roma. Le piace Fonseca?

Da fuori si percepisce il caos che c’è all’interno della società. Molti giocatori sono sul piede di partenza, la campagna acquisti non è partita. Vedo un cantiere aperto, anche se sono convinto che alla fine una squadra di valore verrà allestita. Fonseca ha fatto bene allo Shakhtar, bisogna però contestualizzarlo in questa città. Mi piace come allenatore, ma bisognerà dargli tempo.

 

Fonte foto di copertina: Sito ufficiale As Roma