Bandiera calcistica, definizione: “Quei giocatori che hanno scelto di legare la propria immagine e la propria carriera ad una squadra in particolare. Riuscendovi.” Questa definizione azzardata di questo concetto è tutto tranne che banale. Sì perché la fedeltà non è argomento ovvio o sottovalutabile ma frutto di sentimenti puri. In un calcio torbido come quello attuale, la purezza di una decisione di cuore, come quella di rimanere a vita in una squadra, è un limpido valore ammirato, quasi venerato. Principio che Massimo Ambrosini conosce bene in virtù delle 18 stagioni vissute in maglia rossonera.

487 presenze, 36 gol e 13 trofei sono i freddi numeri che contornano una carriera ricca di emozioni e che gli sono valse l’onorificenza di “bandiera”. Quest’oggi, la redazione di Numerodiez lo ha raggiunto per un’intervista, spaziando dal tema nazionale fino all’inevitabile argomento Milan.

Ricopre da Agosto 2018 l’incarico di capo delegazione dell’Under 21. Un ruolo importante che le ha permesso di stare vicino a tanti prospetti giovani. Come valuta il percorso di crescita di questa squadra e quello contemporaneo della nazionale di Mancini?

“Il movimento calcistico italiano ha avuto la fortuna e la lungimiranza di dare fiducia ai giovani che, grazie al duro lavoro e alle loro qualità, hanno trovato spazio. La dura botta causata dalla mancata qualificazione al mondiale russo ha risvegliato il movimento calcistico italiano che esisteva ma non sbocciava a causa della mancanza di fiducia. Sia la nazionale Under 21 che la nazionale maggiore, chiaramente, hanno tratto giovamento da questa situazione. In nazionale A, infatti, ci sono 5 elementi che fanno parte anche dell’attuale Under, a testimonianza di come siano giocatori affidabili e pronti per grandi palcoscenici. Bisognava solo avere un po’ di pazienza, trovare il contesto giusto ma sopratutto dare fiducia.”

Fiducia e contesto favorevole, questi quindi gli ingredienti che hanno permesso l’esplosione costante di nuovi talenti. Pensa che siamo già sulla strada giusta o, secondo lei, c’è ancora qualcosa da migliorare?

“Sicuramente c’è ancora qualcosa da migliorare perché l’obiettivo è quello di colmare il gap, ancora esistente, con le nazionali top del mondo. Dobbiamo ad esempio porre più attenzione al reparto difensivo, cercando di fare crescere nuovi prospetti. Rispetto ad altri ruoli, infatti, in difesa abbiamo giocatori di ottimo livello ma c’è meno abbondanza, in questo momento, rispetto al centrocampo o all’attacco. La strada però è quella giusta, basta vedere il cammino delle nazioni giovanili in questa stagione: il secondo posto agli Europei u17 o l’ottimo cammino al mondiale u20 della squadra di Nicolato. Tutti questi traguardi sono frutto di una programmazione precisa che ha portato nel tempo a seminare ed ora a raccoglierne i frutti.”

Tra i tanti giovani che sono recentemente saliti alla ribalta, c’è qualcuno in cui si identifica per caratteristiche tecniche o attitudine caratteriale?

“No, sinceramente no. Non mi piacciono i paragoni perché penso che ognuno abbia le proprie caratteristiche e la propria personalità. Il paragone poi spesso alimenta pressioni sbagliate dato che, appunto, ogni giocatore è espressione della propria unicità e non successore di qualcuno.”

Restando sempre in tema nazionali e passando alla selezione femminile, le azzurrine in questi giorni sono state protagoniste di un ottimo cammino, certificato da un’ottima risposta di seguito da parte del pubblico italiano. Pensa che questo mondiale possa rappresentare un punto di svolta verso questo movimento?

“Secondo me manca la volontà di visualizzare questa realtà in un ottica professionistica. Sarà, in questo senso, importante convincere le televisioni, le aziende e gli imprenditori ad investire e dare visibilità ad un movimento che merita le attenzioni che, recentemente, sta ricevendo. Purtroppo è brutto da dire ma la realtà dimostra che la componente economica è la spinta inevitabile per far crescere qualsiasi movimento. Compreso il calcio femminile.”

Fonte immagine: profilo Instagram di .Massimo Ambrosini

Da un capitolo importante come la nazionale, ad un capitolo che per lei, probabilmente, si dovrebbe scrivere con la c maiuscola: il Milan. E’ recente la nomina dirigenziale di Boban e Maldini, suoi ex compagni rossoneri. Quale pensa possa essere l’impatto dei due nel mondo Milan?

“L’impatto di Paolo è già ampiamente accertato: a livello di leadership, personalità ed esperienza è sicuramente una certezza importante ed un bel segnale. Così come la nomina di Zvone che va a completare una dirigenza varia e competente. Il compito che li aspetta è arduo ovvero completare una squadra che l’anno scorso ha mostrato, in alcuni giocatori, lacune tecniche e psicologiche. Ora devono mettere sul tavolo, insieme alla proprietà, un budget ed unirlo alle idee. Perché solo questo può fare la differenza: un budget sfruttato grazie a idee precise.”

A proposito di idee, una delle prime decisioni prese dal duo è stata quella di puntare su Giampaolo nelle vesti di allenatore. Cosa ne pensa di questa scelta?

“A me Giampaolo piace, è un allenatore che stimo e che ha dimostrato sia a Empoli che a Genova di meritare la chiamata del Milan. E’ un allenatore con delle idee per una squadra come il Milan che deve ripartire tramite una filosofia precisa. C’è bisogno, tuttavia, di realizzare una rosa adatta, competitiva e che si adatti al gioco di Giampaolo. L’ambiente poi dovrà dargli tempo e lui dovrà essere bravo a capire che San Siro è San Siro e quali giocatori potranno essere più congeniali al suo modulo.”

Dopo la fine della sua carriera da calciatore ha intrapreso il ruolo di opinionista sportivo, un percorso diverso da quello di allenatore o dirigente. Come valuta questa sfida?

È un cammino che mi sta piacendo, che chiaramente porta ad osservare situazioni di campo, legate al mondo del calcio, da una prospettiva diversa e nuova. In un processo di crescita personale si sta rivelando particolarmente importante, divertente e utile.”

In un futuro prossimo, invece, si vedrebbe come dirigente o come allenatore? Magari del Milan?

“L’ambito dirigenziale ha al suo interno diverse cariche, molto interessanti e non nego che  sia una prospettiva che mi intriga particolarmente. L’incarico di allenatore, invece, deve essere figlio di una predisposizione naturale e di una sorta di vocazione che al momento io non sento di avere. Non nego tuttavia che, in futuro, possa provare questo tipo di esperienza.”

Concludiamo con un ricordo indimenticabile e un rimpianto della sua lunga carriera…

“Nella sezione ricordi non posso non mettere le due finali di Champions League vinte, momenti indimenticabili che porterò sempre nel cuore. Sopratutto la finale di Atene 2007: un traguardo raggiunto grazie ad un cammino incredibile condotto con una superiorità mentale e  una sintonia di squadra incredibile. Prima che compagni di squadra, infatti, eravamo come fratelli uniti verso un unico obiettivo. Nella sezione rimpianti, chiaramente, la finale di Istanbul non tanto per il risultato ma perché non ho avuto la possibilità di giocarla. Avevo accumulato una rabbia incredibile e avrei voluto rigiocarla subito.”

 

[Fonte immagine copertina: profilo Instagram di Massimo Ambrosini]