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No names, only nicks: l’NBA dei soprannomi

No names, only nicks: l’NBA dei soprannomi

Negli sport made in USA, dal basket al football americano, dalla pesca sportiva agli scacchi, troviamo comunque due costanti che li accomunano sempre e comunque: le statistiche e i soprannomi. Da una parte, una fredda e tremendamente logica massa di numeri che farebbe impallidire anche Isaac Newton, dall’altra la scienza più inesatta possibile, quella delle parole. Ma andiamo con ordine: i nicknames in America (e l’NBA non fa eccezione) sono i tratti distintivi di un personaggio, quegli indimenticabili nomi di battaglia che si sostituiscono e in qualche modo vanno a creare una specie di anagrafe del parquet ed a volte arrivano a precedere nell’immaginario collettivo i veri nomi (non pensate che Magic sia il nome di battesimo di Earvin Johnson, giusto?).

Questa moda nasce da molto lontano (è probabilmente nata quasi con la stessa NBA), ma la democrazia del nickname ha avuto il suo periodo fortunato negli ultimi 20 anni del 1900, partendo proprio dal signor 32 qua sopra e dal suo amico/rivale/nemesi Larry “The Legend” Bird… non basta altro per spiegare questi due fenomeni della pallacanestro. A volte poi nascondono le storie più strane. Ad esempio, sapete da dove viene il soprannome di Paul Pierce? Da… Shaquille O’Neal. Già, “The Big Diesel” è stato un dominatore (nel suo caso non esiste termine più giusto) delle plance, un rapper, un attore e un opinionista e nel tempo libero inventa soprannomi.  “My name is Shaquille O’Neal and Paul Pierce is the Truth”… questo fu un bigliettino che il centro di LAL lasciò a un giornalista il quale effettivamente scrisse sul suo articolo ciò che Shaq glì suggerì. Da quel momento in poi La Verità fu il capitano dei Boston Celtics.

Torniamo a Magic. Un tale Earvin Johnson faceva faville ancora prima di entrare alla high school e venne intervistato da un giornalista. Durante il botta e risposta il reporter gli confessò di non avere un soprannome per lui, dato che l’unico che aveva in mente era “Dr.J”, lo stesso di quel fenomeno che risponde al nome di Julius Erving. Il nostro ebbe una risposta quasi spiazzante: “Call me Magic” (“Chiamami Magic”). L’inizio di una leggenda.

Come alcuni nicks sono entrati nella storia per il motivo giusto, altri lo sono per il motivo opposto. Avete presente Darko Milicic? La seconda scelta del 2003? Ebbene ha un soprannome anche lui: “The Human Victory Cigar”. Insomma, era considerato come il “sigaro della vittoria”, se entra è perché la partita è vinta. Red Auerbach docet. Altri invece rimarranno nella memoria come la descrizione della fotografia di un giocatore. Se penso ad un “Mailman”? Karl Malone, quello che consegnava i palloni come un postino le lettere. “The Answer”? Allen Iverson, quel fascio di muscoli e nervi che imperversava sul parquet e che, essendo un tipo quantomeno focosetto, rispondeva ad ogni provocazione che si beccava all’epoca dei playground.

Ma noon fermiamoci ai players: avete mai pensato anche alle franchigie? Perché i Lakers si chiamano Lakers (tanto più che a LA di laghi non ne vedono da qualche eone)? E I Celtics? E Golden State? (che rappresenta l’unico caso nell’NBA e forse nelle quattro principali leghe americane a non avere il nome né della città né dello stato in cui giocano?) “Dimmi il tuo soprannome e ti dirò chi sei”, questa regola non fa eccezione. E così i Lakers mantengono una relazione con il loro passato: la squadra venne rilocata all’inizio dei Sixties a LA da Minneapolis, Minnesota (e di laghi lì ce ne sono…). Allo stesso modo gli Utah Jazz, rilocati in tempi passati da New Orleans (anche perchè i mormoni con il jazz c’entrano poco). Dall’altra parte degli USA, Atlantic Coast, Boston, Massachusetts, circa 15 anni prima, un tale Walter Brown in qualità di proprietario del Boston Garden si unì ai “padri pellegrini” del basket, risultando così tra i fondatori della BAA, l’antenata della nostra NBA. Il palazzetto c’è, la lega c’è, che manca? La squadra. Howie Mc Hugh, fido collaboratore di Walter, propose qualche nome: Olympics, Unicorns… E invece Mister Brown fece di testa sua, la volle chiamare Celtics in onore degli irlandesi presenti a Boston. E che Celtics sia. Invece Golden State prende il nome dalla corsa all’oro verso la California considerata all’epoca dei fatti lo stato dell’oro, il Golden State, appunto. Per giunta, quei 49ers di San Francisco che militano (con alterne fortune negli ultimi tempi) nell’NFL si chiamano così in onore del 1849, anno dell’ondata di arrivi sulla costa ovest di cercatori d’oro. Insomma, la terra d’origine c’entra sempre e comunque. Alcuni nomi vennero scelti direttamente dai tifosi. Il caso dei Miami Heat è molto particolare. Andiamo avanti di circa 140 anni fino al 1988, anno dell’entrata nella Lega degli Charlotte Hornets e della squadra di Miami. Miami cosa? Manca il nome. Il proprietario Ted Arison indisse un sondaggio: il nome lo avrebbero scelto i futuri tifosi. Da notare che uno dei nomi più quotati fu “Vice” come il telefilm. Qualche mano santa ha deciso che “Heat” fosse molto più appropriato e così Whiteside e company possono giocare in canotta (almeno per ora) e non in giacca e camicia.

La storia di tanti giocatori, di tanti hall-of-famer passa per il loro soprannome. Lo status di leggenda deve essere accompagnato da qualcosa di etereo che appartiene solo e solamente a quei 48 minuti passati nel campo di basket e non basta solo il numero, quello lo possono indossare in tanti, ma il soprannome da un senso a quella entità che appare nel rettangolo e disegna magie con una palla in mano. “Il mio nome è Allen Iverson, là dentro, io sono The Answer”. “Io sono Karl Malone, là dentro sono The Mailman”. La poesia del basket.

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