E’ di pochi giorni fa la notizia ufficiale per cui Ever Banega, arrivato all’Inter solo la scorsa estate, torna da dove era venuto (Siviglia) e da dove sembrava promettere un roseo futuro al centrocampo dell’Inter, naufragato come il resto della squadra in un’altra annata caratterizzata da un gioco onestamente bruttino quando non completamente assente, in entrambe le fasi di gioco.

Il giocatore, fresco ventinovenne (29/06/1988), arriva a Milano a parametro zero dopo, probabilmente, la sua miglior stagione in terra spagnola, culminata con la vittoria – da protagonista – dell’Europa League, in finale contro l’imprevedibile Liverpool di Klopp.

Banega arriva dunque in Italia con un curriculum invidiabile: centrocampista chiave dei campioni di Europa League e dell’Argentina finalista di Copa America, temperamento aggressivo e combattivo, tanta corsa e sostanza miscelata a una tecnica non comune.
Grande capacità di eludere pressione avversaria e di spezzare i raddoppi, palla attaccata al piede grazie al baricentro basso, buona visione di gioco, lancio lungo preciso e ad effetto, tiro in corsa non irresistibile ma efficace. Addirittura buon punizionista. I tifosi nerazzurri sognano in grande: finalmente un centrale di centrocampo come si deve.

La stagione però, come noto, ci mette poco a prendere una brutta piega: De Boer ha un miliardo di idee, è un ottimo scienziato di calcio (da buon olandese) ma non sembra funzionarne una.
Presto l’ansia di fare risultato prevale sul ricercare un buon gioco (ordine invertito rispetto alle priorità del Siviglia e della Liga in generale), la Juve e le grandi allungano, l’Inter scivola troppo spesso, San Siro mugugna.
Di già, di nuovo.

E il giocatore non riesce a distinguersi dal declino generale, segue senza troppe reazioni la barca che affonda: gioca benino nelle rare domeniche facili dell’Inter, sparisce dal campo in quelle (tante) storte.
Con una situazione di tensione simile, prima e dopo l’esonero di De Boer, Banega sente di potersi permettere sempre meno rischi, sempre meno giocate, che però sono l’essenza e il fiore all’occhiello del suo calcio, più felice che pragmatico.
Gioca una stagione prevalentemente contratta, inibita, continuamente vincolata da un ritmo e un gioco che non è il suo.

In realtà a fine campionato vanta 6 assist e 6 gol, che per un centrocampista centrale rappresentano un referto rispettabilissimo, ma decontestualizzati dal panorama dell’annata nerazzurra raccontano troppo poco per valutare la sua stagione come positiva.
Succede così che Banega rimanga invischiato e irrimediabilmente coinvolto in una stagione che verrà ricordata più che altro per i tifosi che abbandonano la curva a fine primo tempo, per le contestazioni, per i tre allenatori cambiati in pochi mesi.

Non conta l’86% di precisione passaggi o le sue quasi 60 occasioni da gol create in campionato: la dirigenza sa che deve dare un segnale ai suoi sostenitori e quando i risultati sono così poveri le conseguenze sono forti e inevitabili.
Si opta per la rigenerazione, per il cambio in blocco, e quando si presenta l’occasione di fare addirittura un plusvalenza accontentando anche il giocatore che torna dove ha giocato meglio, di tempo per i rimorsi e per le seconde occasioni ce n’è poco.

Banega torna a Siviglia per 9 milioni anche se il suo cartellino ne varrebbe 16 (Transfermarkt).
Ci perde l’Inter che butta via un potenziale crack buttato frettolosamente nel cestone – ormai pieno – di flop.
Ci perde il giocatore che poteva essere il protagonista della rinascita del Biscione e di uno slancio irripetibile di carriera e invece passa agli annali come il centrocampista di un’annata disastrosa.
Ci perde il Siviglia, che paga 9 milioni un giocatore scappato via appena un anno prima a zero e tornato con la confidenza nei propri mezzi da ricomporre pezzo per pezzo.

Una plusvalenza con l’amaro in bocca per quello che poteva essere il giocatore giusto, arrivato sicuramente nel momento sbagliato.