Avete visto? Ecco servita, a chi si aspettava una finale a senso unico – addirittura con possibili complotti in favore dei padroni di casa – una partita bellissima, molto ben arbitrata dal cileno Tobar (che ha dato a Gabriel Jesus un rosso se vogliamo un po’ fiscale).

Una partita che è stata vinta meritevolmente dal Brasile, contro un avversario uscito a testa alta, gagliardo e che ha dato tutto.

Il Brasile è giustamente campione e con questa vittoria può aver inaugurato una nuova età dell’oro, del futbol brasiliano.

Un Brasile d’oro, perché negli ultimi 12 anni aveva vinto solo la Confederations Cup del 2013, che non è un trofeo di altissimo valore, come invece può esserlo quella Copa America che mancava dal 2007.

Cinque organizzazioni della Copa su campo brasiliano, cinque vittorie della Seleção: la prima cento anni fa, che rappresentò il primo grande trofeo del Brasile, e ieri è arrivato il nono trofeo, con una nazionale che rispecchia tutti i crismi che deve avere.

Un Brasile d’oro, ma anche verde, perché a guidare la propulsione nuova della Seleção di Tite sono stati soprattutto i giovani.

LO STILE

Vorrei patire dallo stile di questa nazionale: uno stile organizzato, che è alla base del gioco del calcio. Il Futebol bailado è un’etichetta che rischia di essere una prigione, perché per fare sport bisogna far affidamento all’organizzazione. Il vero calcio brasiliano nasce negli anni ’30, con una fusione della scuola inglese con quella danubiana portata in Brasile.

Non esiste il calcio di alto livello senza organizzazione, e la squadra di Tite è estremamente organizzata.

Poi però, mette in campo tutto il talento possibile, perché questa nazionale conta solo 4 difensori: uno è il portiere, che forse meriterebbe anche il Pallone d’Oro, ovvero Alisson.

Poi ci sono due difensori centrali di grande gerarchia, ovvero Thiago Silva (che a parte la sbavatura che ha concesso il calcio di rigore al Perù ha giocato una grandissima partita, oltre a non aver mai saltato un minuto di questa Copa) e Marquinhos, che continua a crescere bene anche sul piano tecnico e dell’impostazione.

Le riserve non sono da meno, anzi giocherebbero titolari in qualsiasi altra nazionale del mondo: Miranda, che quando è stato chiamato in causa ha fatto bene, Militao, che è uno che potrà dare tantoin nazionale e al Real Madrid e David Luiz, che avrà le sue pecurialità ma rimane uno dei difensori centrali più tecnici al mondo.

Il quarto difensore di questa squadra è il miglior mediano che ci sia sul pianeta, ovvero Casemiro, l’uomo che quando c’è non tradisce mai e porta la sua squadra alla vittoria; ha giocato 41 partite con la maglia del Brasile e ne ha perse solo 2 (tra l’altro due amichevoli del 2012).

L’ASSENZA DI NEYMAR

Ed è un Brasile che si fonda su una base solidissima ma una base esigua, perché ripeto sono tre difensori più il portiere: tutti gli altri sono giocatori di talento, d’attacco.

Per questo il Brasile diverte, attacca e ha stravinto questa Copa America con numeri storici, senza avere la sua stella assoluta, ovvero Neymar.

Perché i brasiliani si sono potuti permettere l’assenza del Diez parigino? Perché hanno un serbatoio di giocatori di altissimo livello sconfinato; penso che l’unica nazionale ai livelli della Seleção sia la Francia campione del mondo, e non sono sicuro che andrebbe a superarlo.

Concrentriamoci sul Brasile che ha vinto questa Copa America.

DIETRO

Gli altri giocatori sono tutti attaccanti, compresi i terzini, compreso Dani Alves, eletto miglior giocatore del torneo a 36 anni senza essere – al momento – tesserato con nessuna squadra di club.

L’ex Juve ha trascinato, ha incantato, ha stupito (per quanto possa farlo un giocatore che ora conta 40 trofei in bacheca): giocatore sublime, gioatore totale, un matto positivo che sul campo da del “tu” al pallone e sa essere un pumto di riferimento.

A sinistra ha iniziato la Copa America Felipe Luiz e l’ha finita Alex Sandro.
Credo che questa coppia di terzini sia un pochino particolare per una nazionale che potrebbe convocare Marcelo, che potrebbe convocare Alex Telles, ma anche qua parliamo di possibilità sconfinate.

IN MEZZO AL CAMPO

Poi al fianco di Casemiro gioca il regista emergente migliore che ci sia, ovvero Arthur, un regista vero, nel senso che il pallone lo vuole, lo vuole gestire e lo porta.

Nel gol realizzato da Gabriel Jesus in finale, Arthur ha una lucidità nel gestire il contropiede che è un qualcosa di impressionante: aspetta il rimorchio sulla destra, non gli arriva, allora trova il timing perfetto per armare il giocatore che è sulla sua sinistra.

È un giocatore sul quale bisognerebbe spendere un po’ di parole, perché il Barcellona si prepara ad avere il centrocampo più incredibile che ci sia nel calcio europeo, visto che l’anno scorso ha preso Arthur e quest’estate ha preso De Jong.

Però l’arrivo di quest’ultimo e la presenza irrinunciabile di Busquets tolgono al brasiliano quelli che sono i suoi spazi vitali, perché lui è un grandissimo governatore del cerchio di centrocampo e con il catalano che ha una posizione definita e l’olandese che ama gravitare nelle stesse zone, Arthur potrebbe avere qualche spazio chiuso.

E allora io penso anche alle valutazioni del mercato. Ho detto che non sono prospettive al momento concretizzabili, però si sentono spendere cifre enormi per giocatori che non hanno la valenza di Arthur (il riferimento è 50 mln per Barella); il Barcellona ha pagato Arthur 30 più bonus, ed è un giocatore comprovato.

Inoltre ha la pasta del leader, che Fernandinho per esempio in nazionale non ha mai avuto.

Se ci spostiamo in avanti, l’elenco delle alternative è veramente impressionante.

DAVANTI

Un Brasile che, in una finale che è stata molto più complicata del previsto, è stata lanciato da tre ragazzini, due 22enni e un 23enne.

Ha aperto Gabriel Jesus, che è arrivato alla semifinale con l’Argentina senza aver segnato un gol in partite che contano, con la maglia verdeoro, da 675 minuti. Fra semifinale e finale ha calato due reti e due assist, ha aperto con l’Argentina e si è inventato il contropiede del 2-0; contro il Perù si è completamente creato con uno stop da far stropicciare gli occhi i presupposti per l’1-0 di Everton e poi ha segnato il gol del 2-1.

Ha chiuso con un cartellino rosso, perdendo il controllo dei nervi: per questo non è stato l’MVP della partita.

Anche Everton, che ha già vinto una Libertadores e ora aggiunge al palmarés una Copa America da capocannoniere (in coabitazione con Guerrero), credo che sia uno dei più grossi craque presenti attualmente sul mercato – il Milan si era mosso con anticipo ma non ha chiuso, ora la valutazione è lievitata – e di anni ne ha solo 23.

Ne ha 22, invece, l’uomo che si è incaricato del rigore più pesante della serata, ovvero Richarlison.
Entrato dalla panchina per tenere su palla, come ha messo piede in campo il Perù ha praticamente finito di giocare. È stato il terminale perfetto giocando nella sua posizione naturale di centravanti, e dopo aver segnato 13 gol in Premier con l’Everton ha piazzato anche il sigillo che ha chiuso la finale del Maracana.

Le alternative sono veramente tante: Neres ha solo iniziato questa Copa America da titolare, non c’era Neymar, Firmino è stato fondamentale (ha partecipato a 5 gol, segnandone 2).

Poi ci sarebbe la figura di Coutinho.

Coutinho ha aperto la Copa segnando due gol, ha avuto la responsabilità di dover essere il leader in assenza di Neymar, e questo non l’ha ancora dimostrato.

Come col Barcellona, ha fatto delle cose buone, ma in certi momenti la sua leadership non è emersa, non è stato lui il fattore decisivo. Però è a disposizione totale per questo nuovo progetto e di questa squadra meravigliosamente plasmata dall’uomo che più di tutti merita i complimenti per questa vittoria: il ct Tite.

IL CT

Tite è il primo brasiliano della storia a vincere la Libertadores, la Copa Sudamericana e la Recopa, ovvero i tre trofei importanti del calcio sudamericano. In più è stato l’ultimo sudamericano a vincere un mondiale per club, nel 2012 con il Corinthians – battendo il Chelsea – e adesso si è preso anche la Copa America.

Tredici titoli in carriera: ha iniziato vincendo il campionato gaucho con la squadra della sua città, il Caxias; poi ha preso il Gremio, e ha vinto anche lì. Passato all’International, ha conquistato il suo primo trofeo internazionale; con il Corinthians poi ha dominato il mondo e arrivato in nazionale ha preso l’80% dei punti disponibili su 42 partite, perdendo solo due volte.

Se non è un gigantesco allenatore questo, allora non so quali possano essere i giganteschi allenatori. E se non è uno squadrone questo brasile, allora non so quali possano essere gli squadroni al mondo.

La vittoria del Brasile è strameritata, in una Copa America organizzata in casa, organizzata per vincere e per vincere con pienissimo merito.

Ho l’impressione che questo, per la Seleção, sia solo l’inizio.

(Fonte immagine di copertina: profilo Instagram ufficiale della Copa Amèrica)