SERGIO AGUERO (Atlético Madrid, 22 milioni)

Il nove col fisico da dieci, che indossa la dieci per confonderci ancor di più le idee. Un centravanti alto un metro e settanta più una pila di spicci che non arriva neanche a cinque euro. Una prima punta tradizionale, con una freddezza e una qualità che gli permettono di scegliere sempre la soluzione più intuitiva, quella più immediata. Agüero è ossessivo ed essenziale, illusionista al tempo stesso quando trasmette quel senso di semplicità innata, perché è il suo talento a semplificare le cose. Un Gerd Muller, “der bomber”, dei nostri giorni, con cui il “kun” condivide proporzioni taurine ed esplosività. Dopo essersi fatto le ossa all’Independiente, ad Avellaneda nel sud di Buenos Aires (la sua città natale), venne prelevato dall’Atlético Madrid, di cui divenne acquisto più oneroso di sempre. La prima stagione tra le fila dei Colchoneros fu già un successo, un debutto premunitore di quella che sarebbe stata un’intera carriera, volta alla costante ricerca della perfezione e sempre all’insegna del gol. 8 gol in 33 partite, un terzo posto e una Copa del Rey conquistata con la squadra capitolina. Aveva soli diciannove anni, era una promessa, e già sembrava un veterano. Promessa mantenuta, e forse pure troppo.

FERNANDO GAGO (Real Madrid, 20,5 milioni)

Fernando Gago, per la sua personalissima inclinazione all’impeccabile presentabilità, è stato soprannominato “Pintita”, che significa bellezza, anche se in campo ha sempre proffuso – oltre a una tecnica ineccepibile – sforzi agonistici sovraumani che cozzavano con la signorilità un po’ snob dell’estetica del “modello” che si aggiusta continuamente i capelli lunghi mentre gioca. Regista brevilineo dalla grande visione di gioco, Gago era l’incarnazione perfetta del centrocampista tecnico, che ama construir più che destrozar. Il che crea un’evidente dicotomia con l’emblema del mediano argentino, tignoso e rude, cattivo e dinamico al tempo stesso. Giocatore notoriamente incline all’infortunio, pareva spesso non disporre degli strumenti necessari per palesare il suo talento, tanto da sembrare quasi un inetto. Tra le fila Blancos, che se ne assicurarono le prestazioni nell’estate del 2006, divenne comunque un uomo chiave, fulcro della manovra madrilena per ben cinque annate consecutive. Molti lo associano erroneamente alla disastrosa stagione in giallorosso, alla corte di Luis Enrique, senza sapere che quella di Roma fu la prima tappa dell’irreversibile parabola discendente della sua carriera. Troppo fragile per spiccare il volo, ma troppo bello per essere dimenticato. Quando parlate di eterni incompiuti, raccontate pure di Fernando Gago. Un metro e settanta di rimpianti.

MIKEL OBI (Chelsea, 20 milioni)

Mikel Obi, oggi, ha 32 anni, ma è come se li avesse da sempre. Da quando a 19 primavere, quando era uno sbarbatello arrivato a Londra in mezzo allo scetticismo generale un po’ come i mercanti del ‘600, che emigrano senza troppe pretese nella speranza di dare una svolta alla propria vita. E forse è stato perché a furia di rimanere all’oscuro prima o poi, per forza di cose, un riflettore che sia uno alla fine si avventa su di te, e allora devi saperti giocare le tue carte perché sai che quella luce finirà altresì per premiare attori più noti e importanti. Mikel Obi è stato uno che ha saputo giocarsi le sue carte. Sin dall’esordio, condito da un gol realizzato ai danni del Liverpool, quando subentrò al senatore Paulo Ferreira. È un mediano che non fa complimenti, che non usa giri di parole e che non va troppo per il sottile. È un mediano di quelli “o la palla o la gamba”, vecchio stampo, che sa farsi da parte nel momento della costruzione della manovra offensiva per lacune tecniche che ha saputo colmare nel proseguio della sua carriera. È il giocatore che tutti gli allenatori vorrebbero, che non fa storie quando sta in panchina e che dà tutto in campo, come se si stesso giocando qualcosa. È africano, e questo di solito basta per sprofondare nei patetici paragoni con gli altri giocatori del continente nero. Ma non in questo caso. Obi non ha la tecnica di Vieira, non è bravo nell’interdizione come Yaya Tourè, non ha l’intelligenza di Keita e non è rapido come Belloumi. È molto più semplicemente Mikel Obi, che fa tutto bene ma non eccelle in niente. Il classico giocatore dal sei politico, a cui è difficile obiettare niente, ma che non si limita a fare il compitino. A Londra ci rimase ben 12 stagioni, per un totale di 249 presenze, più di 20 per annata. E in Blues, in mezzo al campo per tutto quel tempo, non ci rimani certo per caso…

DIRK KUYT (Liverpool, 18 milioni)

Dirk Kuyt è, ed è stato, un giocatore speciale. La sua attitudine a non risparmiarsi, ha portato a sminuire una dimensione tecnica e tattica invece estremamente raffinata. Ogni suo gol offre una sensazione di ineluttabilità: la scelta di colpire il pallone in una maniera specifica sembra sempre la migliore in quel determinato istante e il suo repertorio di soluzioni balistiche, soprattutto nei 16 metri finali, è praticamente infinito. Kuyt spicca soprattutto nelle letture e nelle scelte di gioco. È sempre il primo a capire le intenzioni di compagni e avversari, interpretando eventuali traiettorie di cross, tiri e respinte. Ne sono una prova i numerosi tap-in sotto porta oppure i gol da distanza ravvicinata. Non c’è eleganza nei suoi movimenti ma la foga di arrivare prima di tutti su un’intuizione che solo lui ha avuto. Queste sue letture gli permettono anche di essere un colpitore di testa formidabile nonostante un’altezza non eccezionale. Ha un tempismo mistico per gli inserimenti con cui riesce a giocare d’anticipo sui difensori, in aggiunta ad una fisicità sufficiente per liberarsi del proprio marcatore. E poi è meravigliosamente, infinitamente e sorprendentemente decisivo: Nel 2007 segna il rigore decisivo contro il Chelsea per andare in finale di Champions League, nel 2011 rifila una tripletta all’odiato Manchester United e l’anno dopo li elimina dalla Coppa di Lega con una rete al 92’ per un percorso che arriva sino a Wembley per la finale con il Cardiff City. Quel pomeriggio Kuyt guarda la partita quasi interamente dalla panchina ma gioca 17 minuti che sono la sua personale sinossi: entra al 103’, al 108’ segna il gol che spezza l’equilibrio, al 118’ è sulla linea della sua porta a respingere il colpo di testa di Gunnarsson ma la palla finisce sui piedi di Turner che segna e manda la partita ai rigori. Simbolo indiscusso della Nazionale Orange, cui è uno dei pionieri della rinascita post caduta dell’Olanda “dei girasoli”. Il rammarico della finale persa contro la Spagna nel 2010 e la drastica lotteria dei rigori contro l’Argentina nella semifinale del 2014 è stato, per quanto possibile, colmato dalle acclamazioni e osannazioni dei tifosi olandesi, di cui è un vero beniamino.
Vestirà di Reds per sette anni, in bacheca una Champions League e la soddisfazione personale del premio per il miglior assistman nel 2010. 206 presenze per 51 gol. E che non si dica che era soltanto un centrocampista.

EMERSON (Real Madrid, 16 milioni)

Una vera e propria meteora sul prato del Bernabeu. La storia di Emerson, da stella a fantasma. Eppure il “Puma” aveva tutte le carte in regola per far bene: grandissima tecnica di base, caratura di livello internazionale, era un portatore sano di esperienza. Ma qualcosa andò storto, non ingranò mai e, dopo la delusione della retrocessione tra le fila bianconere della Juventus, il mediano verdeoro entrò in un vero e proprio tunnel. Tunnel dal quale l’ex romanista non riuscì mai ad uscire, causa i numerosi infortuni che ne condizionarono inevitabilmente rendimento e apparizioni. Sul far del crepuscolo assecondò il riecheggiante richiamo di casa e, dopo vent’anni lontano dal Brasile, un po’ come Ulisse, chiuse il cerchio nel “suo” Santos, lì dove tutto ebbe inizio.

(Fonte immagine di copertina: Profilo Twitter ufficiale di Dirk Kuyt)