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Cosa significa tifare per lo Shakhtar?

Cosa significa tifare per lo Shakhtar?

“A quel tempo c’era una sorta di piramide con la Dinamo in cima. Il patron del club era Volodymyr Scherbytskyi. Era un grande appassionato di calcio e se c’era un grande giocatore allo Shakhtar o al Dnipro o in qualche altro club ucraino, faceva una telefonata e il giocatore arrivava a Kiev, senza nemmeno bisogno di soldi o cose del genere”.

L’ha raccontato l’ex calciatore e allenatore della Dinamo, Josef Szabo.

GERARCHIE

Prima del crollo dell’Unione Sovietica e fino a una decina di anni fa, esisteva solo la Dinamo. Il resto dei club che la circondavano era quasi irrilevanti. Dal punto di vista sportivo infatti le gerarchie in Ucraina sono state sempre molto chiare e dalla Dinamo uscivano i migliori talenti. L’obiettivo poi era quello di far arrivare nel club tutti i calciatori più promettenti del paese.
Questo sistema e questa prova di forza sono andati avanti per un po’ anche dopo la caduta dell’Unione sovietica. Nove delle primi dieci edizioni della UPL sono andate alla Dinamo e al 1999 risale l’ultima generazione di fenomeni fatti in casa: Andriy Shevchenko, Serhiy Rebrov, Oleh Luzhny e Vladyslav Vashchuk.

Poi Shevchenko e altre pedine importanti furono venduti all’estero e di lì a poco le cose sarebbero cambiate.

…INTERROTTE

Guardando la storia calcistica dell’Unione Sovietica è facile cogliere quel momento di transizione, di frattura. Quel momento di sorpasso dello Shakhtar ai danni della Dinamo. 

Dal 2002 a oggi la squadra di Kiev vince “solo” quattro delle ultime 13 edizioni della UPL. Le altre, compresa l’ultima, vanno proprio al club di Donetsk. Ma il momento massimo nel passaggio della corona avvenne il 7 maggio 2009. Quasi in modo formale. Lo Shakhtar batte ed elimina la Dinamo nella semifinale tutta ucraina di Europa League, andando poi a vincere la coppa a Istanbul, contro il Werder Brema. Tutto 23 anni dopo l’ultimo successo internazionale.

Quindi, a spazzar via lo strapotere della Dinamo è arrivato lo Shakhtar. Simbolo del potere del suo proprietario: Rinat Akhmetov. Ha messo in piedi un centro sportivo “alla buona” e ha creato un club quasi dal nulla. Ha dato poi vita ad un nuovo stadio da 400 milioni di dollari, con alcune attrattive di lusso che sono riuscite a convincere alcuni calciatori ad abbandonare i campionati che contano per trasferirsi in Unione Sovietica.

GLI SCENARI CAMBIANO

La qualificazione alla finale di Europa League di tre anni fa, il Napoli non l’ha giocata a Dnipropetrovsk, sede ufficiale del Dnipro. L’ha giocata a Kiev, a 400 chilometri più a nord. Perché? Perché il Dnipro rientrava in quel gruppo di club ucraini costretti ad abbandonare la propria città e il proprio stadio per poi cercare ospitalità nelle più tranquille regioni dell’ovest.
Tra tutte, quella del Dnipro, è stata una delle situazioni migliori. È stato infatti costretto a spostarsi solo per giocare le gare internazionali. Ad altri club è andata decisamente peggio. Tra questi ad esempio Donetsk, lo Shakhtar, il Metalurg e l’Olimpik, che per molto tempo ha giocato in trasferta anche le gare di campionato.

ESSERE TIFOSI DELLO SHAKHTAR

“Non è facile per noi svegliarci la mattina, aprire i giornali e le televisioni”, ha detto il difensore croato Dario Srna. “È casa mia. Sono felice lì. Il giorno in cui la guerra finirà, ritorneremo a Donetsk e bacerò la strada”.

Una questione piuttosto preoccupante e straziante. Soprattutto se si considera che oggi lo Shakhtar Donetsk è la più ricca e più forte squadra ucraina in circolazione. Quella con la più lunga tradizione di vittorie.

Nel frattempo la situazione si era aggravata. Era diventato sempre più difficile trattenere nel territorio i giocatori. Figuriamoci cercare di portane di nuovi. Sono più di sei infatti i giocatori dello Shakhtar che circa tre anni fa si erano rifiutati di tornare in Ucraina. Tra questi ci sono ad esempio Douglas Costa, Fred, Dentinho, Alex Teixeira, e Ismaily.

“Se non torneranno subito ne pagheranno le conseguenze”, aveva detto il presidente del club. Non rispettando i loro contratti infatti i giocatori sarebbero stati costretti a pagare multe altissime. E a voler fuggire dall’inferno, inevitabilmente, non ci sono solo i giocatori. Ci sono anche gli spettatori. Soprattutto perché moltissime partite si giocano a centinaia di chilometri dalla città di riferimento.

Una fuga da un paese martoriato e distrutto da una guerra spaventosa e crudele. In una tremenda fase di transizione in cui il paese ha tutto da perdere. La nazione e anche lo sport. Perché per lo Shakhtar Donetsk, quella del 2014 non è stata e non potrà mai essere un’estate come le altre.

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