Nel 1966 Mogol scrisse una canzone che parlava di delusione. Il testo raccontava di un ragazzo deluso tanto in amore quanto negli ideali. Il sentimento era così frustrante che era disposto a vendere tutto, ogni sogno e ogni desiderio, e il prezzo stilato era basso, irrisorio: una lira. La canzone si chiamava infatti Per una lira, e diventò un singolo con la drammaticità della voce di Lucio Battisti. E iniziava proprio così:

Per una lira, io vendo tutti i sogni miei

Il prezzo è simbolico e sta a significare la miseria dei sogni del protagonista. Una lira è infatti poco, pochissimo, oggi corrisponderebbe a circa 13 centesimi. Difficile trovare qualcosa di valore che è acquistabile a questa cifra. Anzi, è proprio questo il punto. Qualcosa che costa una lira di solito non ha valore. È quasi una presa in giro mettere un prezzo del genere.

Ma cosa si può comprare per una lira? Oltre che ai sogni disillusi di un ragazzo che vive dentro le parole di Mogol e Battisti?

PER UNA LIRA

Immaginiamo tutto un altro scenario. Non siamo nel 1966 e non c’è nessun ragazzo disposto a vendere per una cifra irrisoria tutti i suoi sogni. Ma è un giorno di maggio del 1898, e la moneta di una lira si rigira nelle mani bagnate di sudore, dato il contatto tra il metallo del soldo e la pelle ai primi caldi. L’uomo che tiene in mano quella moneta la sta per cedere, per darla a qualcuno, e lo fa per comprare qualcosa che forse, allora, non aveva così valore, dato che costava appunto una lira. Si tratta di un biglietto. Quello per sedersi in tribuna del Velodromo Umberto I di Torino e assistere alla prima partita del campionato di calcio in Italia. Una lira per il posto a sedere, oppure 25 centesimi di lira per assistere in piedi. A giocarsi il titolo erano quattro squadre, e il biglietto dava accesso a un torneo quadrangolare, due semifinali e la finale, disputate tutte in quell’8 maggio di 122 anni fa.

Nel torneo ci fu in realtà tanto Torino e poca trasferta. Erano infatti tre i club dell’ex capitale d’Italia e con precisione: Internazionale Torino, Ginnastica Torino, Torinese. Un’unica squadra invece veniva da lontano, anche se non troppo. Era il Genoa, che quell’anno in terra straniera e contro tre squadre concittadine, riuscì a vincere il suo primo titolo e il primo campionato della storia d’Italia.

La formazione del Genoa vincitore del primo campionato italiano (fonte Wikipedia)

AUTONOMIA

La FIF, Federazione Italiana di Football, organizzò quell’anno il primo “Campionato italiano di football“, ma questo non indicò certamente l’inizio del gioco del calcio in Italia. In realtà infatti, dal 1896 si disputavano partite ufficiali di calcio, ma queste erano organizzate dalla Federazione Ginnastica Nazionale Italiana, e non erano ancora adottate interamente le regole del calcio, che allora si chiamava ancora “football” per la forte influenza che discendeva dall’Inghilterra.

Quello del 1898 fu quindi il primo torneo in cui il calcio era completamente autonomo, e non inserito nella generale dominazione di ginnastica. Un “benvenuto al mondo” di qualcosa che difficilmente si pensava potesse diventare il massimo sport del paese.

“La prima gara di campionato nazionale italiano del football avrà luogo in Torino il giorno 8 maggio. Oltre a premi in medaglie oro e argento, vi sarà una coppa d’onore (Challenge Cup) offerta dai torinesi alla squadra vincitrice”.

La Gazzetta dello Sport, nata appena due anni prima e pubblicata ancora con carta verde, in qualche riga dette la notizia, che non meritava più spazio delle notizie riguardanti ciclismo e ginnastica, che andavano per la maggiore e che, fino ad allora, attiravano la massima attenzione del pubblico appassionato di sport. Infatti, dopo che La Stampa torinese annunciava il costo dei biglietti, soltanto un centinaio di persone li acquistarono. In totale, secondo le fonti degli storici di quegli anni, furono circa cinquanta gli spettatori della seconda semifinale, e cento quelli della finalissima. Se il calcio infatti brindava allora al suo primo giorno di indipendenza, non bastarono quei giorni di preparativi per creare l’effetto partita, per cui ci vollero ancora molti anni.

PERCHÉ TORINO

Cinquant’anni prima del primo campionato di calcio italiano, il Regno di Sardegna adottò lo Statuto Albertino come costituzione. Questo, legge fondamentale della Monarchia sabauda, restò in vigore per cento anni, fino a quando il 1° gennaio del 1949 entrò in vigore l’attuale Costituzione. Lo Statuto vigeva quindi in Sardegna e in quello che allora era il Piemonte, nel Regno che vide proprio Torino capitale, diventata poi anche la prima del Regno d’Italia. Nel 1898 lo Statuto Albertino compieva quindi mezzo secolo e si decise per questo di organizzare nella capitale piemontese l’Esposizione generale italiana. Da aprile a ottobre di quell’anno quindi Torino fu invasa da espositori e artisti da tutta Italia, 8 mila in totale, e questi furono framezzati da più di quaranta congressi nazionali e internazionali. Di visitatori se ne contarono tre milioni.

Dentro questo contesto festoso, a partire dall’inaugurazione di re Umberto I alla cerimonia di apertura, si inserì il primo campionato della FIF. Il Velodromo dedicato al sovrano infatti appariva il luogo più adatto per questa nuova competizione sportiva dove, a sfidarsi, c’erano tre squadre torinesi. La più antica era l’Internazionale Torino, che esisteva ufficialmente dal 1891, nata dalla fusione del Torino Football & Cricket Club e i Nobili Torino, presenti già dal decennio prima. Qualche anno dopo invece, da un Circolo Pattinatori di hockey, nacque la Torinese, mentre nel 1897 veniva fondata la squadra di calcio della Ginnastica Torino.

La Federazione quindi riunì le tre squadre della città e chiamò il Genoa Cricket and Football Club, già rivale delle torinesi per una sconfitta che aveva loro inflitto qualche mese prima in un’amichevole. In palio in Duca degli Abruzzi mise una coppa e una targa da donare a ogni rappresentante della squadra vincitrice.

ANNO ZERO, ORE NOVE

E quindi l’8 maggio 1898 alle ore 9.00 si dava il primo calcio al pallone nell’anno zero di questo sport.

Nella prima sfida a incontrarsi furono l’Internazionale Torino e l’Fc Torinese, e i primi vinsero con un gol a zero sui rivali. Dopo due ore, alle 11.00, si giocò la seconda semifinale tra Genoa e Ginnastica Torino, che terminò 2-1 per i liguri. Le finaliste invece si sfidarono alle 15.00 e i protagonisti della partita furono James Spensley e Norman Victor Leaver, che con le loro reti dettero al Genoa il primo scudetto. Spensley soprattutto era il personaggio più importante della rosa: era un medico inglese, che quando mise piede nel club seppe dare un apporto fondamentale alla squadra anche in ambito amministrativo. Nel club tuttavia c’era molto dell’Inghilterra: oltre alle regole del “football” infatti, molti giocatori erano inglesi, lavoratori che di fatto esportarono lo sport dall’isola britannica al continente.

Il gioco ovviamente era molto diverso da quello che vediamo oggi e anche questo ricalcava gli stili inglesi. Il Genoa campione giocava con due difensori e una mischia di giocatori in attacco, in una formazione a “Piramide di Cambridge“, un 2-3-5 ereditato dal Blackburn, calcato sulla regola “kick and rush”, calcia e corri, con lanci lunghi dei difensori da far arrivare agli attaccanti, che in modo piuttosto fisico si sfidavano per lanciare la palla in porta.

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 GENOA CAMPIONE

Il Genoa vinse quindi il suo primo trofeo, e lo fece anche per il secondo e il terzo campionato negli anni successivi. Fu a questo punto che adottò i colori rossoblù, mentre dal 1893, anno della fondazione, usava una casacca bianca. La gioia dei liguri fu, come ci si poteva aspettare, esplosiva, e contribuì anche alla seguente scia positiva che visse la squadra, ancora oggi il club più vecchio ancora in attività. Il Genoa vinse infatti sei dei suoi nove scudetti dal 1898 al 1904, mentre dovette aspettare il dopoguerra per gli altri titoli, anche se l’ultima vittoria risale al 1924.

In Serie A invece – il campionato acquisì questo nome dal 1928-1929 – non ha mai superato il terzo posto, e anzi è spesso retrocessa in B, vincendo il campionato. Gli anni d’oro della squadra del Grifone quindi sono proprio quelli dei suoi esordi. Soprattutto l’anno del primo campionato ci fu una sorta di consacrazione della squadra, che arrivava da Genova in un contesto molto sfavorevole, dovendosi pagare viaggio, albergo e divise. Se però adesso, a distanza di anni, la loro vittoria può assumere questo valore così dirompente, allora nel contesto torinese non fece molto clamore.

IL CONTESTO

Tutto il torneo aveva un’aria piuttosto goliardica: ogni partita terminava con bevute e convivi, mentre si brindava alla grandiosità della città di Torino, nell’anno dei festeggiamenti del cinquantesimo dello Statuto, e durante una delle più importanti esposizioni del Regno d’Italia. Di Torino inoltre era anche l’arbitro, Adolf Jourdan, che diresse tutte e quattro le gare. Jourdan però, oltre che un ragazzo britannico trasferitosi da giovane in Piemonte, era anche il segretario dell’Internazionale Torino, che perse la finale. Si racconta tra l’altro che fu lui stesso a decidere di proseguire la gara con i supplementari, dopo che era finita sull’1-1.

La vittoria dei liguri quindi fu vissuta amaramente in città, dove ancora era vivo un forte campanilismo, nonostante l’abbastanza giovane costituzione dell’Italia unita. La Stampa infatti non nominò la vittoria del Genoa. L’unica fonte della “corsa scudetto” di quell’anno è il Corriere dello Sport, che qualche giorno dopo il torneo fece un breve riassunto della cronaca della competizione:

Il Corriere dello Sport. La Bicicletta di Milano, 11 maggio 1898 (fonte Wikipedia)

C’ERA UNA VOLTA

C’era una volta, quindi, il calcio italiano. Si giocò tutto in un giorno, si scontrarono quattro squadre, era di completo appannaggio dei nobili e delle poche società sportive della città, e non era ancora indipendente dagli altri sport. Il giuoco calcio si chiamava infatti football, ed era ancorato alla ginnastica o al cricket. Si giocò in un velodromo dedicato al re Umberto I, e si giocò soprattutto per celebrare la città di Torino e la sua ricchezza. Tutto questo per una lira.

Valore effimero, è vero. Ma valore che era destinato a crescere fino a livelli allora impensabili.

Fonte immagine in evidenza: Wikipedia.