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ESCLUSIVA Marco Amelia: "Il portiere oggi è decisivo, deve saper fare tutto. Il mio gol in Coppa UEFA? Vi dico..."

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ESCLUSIVA Marco Amelia: “Il portiere oggi è decisivo, deve saper fare tutto. Il mio gol in Coppa UEFA? Vi dico…”

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Campione del mondo, portiere e, all’occorrenza, uomo assist nei momenti più decisivi. Chi meglio di Marco Amelia può analizzare l’evoluzione del ruolo del portiere degli ultimi anni? Una crescita costante, quella di un ruolo tanto decisivo quanto delicato, sempre più tuttofare nell’economia delle partite e sempre più indispensabile per i compagni.   

La redazione di Numero Diez ha approfondito il tema con l’ex estremo difensore.

Ciao Marco, anzitutto grazie per il tempo e la disponibilità mostrata per l’occasione. Partiamo, anzitutto, dal tuo gol in Partizan-Livorno della Coppa UEFA 2006-2007.

“Si è trattato di una partita molto intensa, faceva molto freddo a Belgrado. La tifoseria, lo stadio, dall’altra parte, erano caldissimi. Stavamo perdendo 1-0 dopo una partita molto difensiva, affrontavamo una squadra di livello. A 5’ dalla fine abbiamo approfittato di un fallo nella zona offensiva: in quell’occasione non ho esitato e mi sono lanciato in avanti. Mentre correvo quei 60/70 metri tutti, dalla panchina o in campo, mi urlavano di tornare indietro; mancava ancora troppo tempo prima della fine della partita, perché il portiere salisse, non serviva dicevano. Ma la mia testardaggine ha avuto la meglio e sono andato lo stesso. E’ andata bene, il cross è stato perfetto e l’ho presa male. Ma è stato perfetto lo stesso, quando la prendi male riesci a ingannare il portiere. Fu una bella soddisfazione, si trattava di un’occasione unica per proseguire in Coppa UEFA e passammo il turno. Emozioni bellissime, particolari, diverse, non capita sempre, specialmente a un portiere”. 

Che sensazioni si provano, come portiere, a vivere un momento così unico?

“Fu qualcosa di bello per me, come singolo, in tanti me lo ricordano, non solo i tifosi del Livorno. Sono stato il primo in Europa, per quanto riguarda le italiane. I tifosi delle altre squadre ti ricordano più per quel gol rispetto che per il resto e un po’ mi spiace. Ho giocato molte partite e penso di aver fatto tante cose buone oltre a quel gol (ride, n.d.r.). Il gol, in ogni caso, resta qualcosa di diverso.” 

Fu certamente un bel colpo per quella tv locale livornese, prendere i diritti di una gara del genere.

“Ancora oggi il telecronista me lo ricorda ancora. L’unico dispiacere fu che nessuno in Italia ne prese i diritti, nessuna televisione nazionale quantomeno. Soltanto una tv locale di Livorno trasmise l’incontro, fecero un bel colpo”. 

Puoi spiegarci l’evoluzione del ruolo del portiere, nel gioco del calcio, a livello di coinvolgimento nella manovra?

“E’ evoluto tutto, per quanto riguarda il ruolo. Devo dire che un po’ mi spiace, in generale, oggi si pensi e si parli di più, a livello mediatico, al gioco di piedi rispetto ai fondamentali del ruolo. Il portiere, del resto, è l’ultimo baluardo per difendere i pali e anzitutto deve pensare a quello. Deve sapersi posizionare bene, essere reattivo, saper dialogare con la squadra, la linea dei difensori. E’ normale poi che il ruolo in sé, come tutto il resto, si evolva e guardi al futuro. Oggi il ruolo ti impone di saper fare molte più cose rispetto a prima: bisogna giocare in modo attivo con la squadra, fin dai difensori. Oggi il portiere in primis fa superiorità numerica, specie nel possesso, sia per dare scarico quando la linea difensiva è in difficoltà, sia per non buttare il pallone in fallo laterale, tenendo palla e impostando per primo quando necessario, fondamentale per alzare la linea avversaria. In tutto questo lo ripeto: il portiere deve saper parare in primis, il bravo portiere è quello che adempie al proprio ruolo anzitutto, il resto è importante ma viene dopo. 

In questo ti sei detto quasi un “precursore” del ruolo.

“Nel mio caso iniziammo già ai tempi del Livorno, con Donadoni, a fare questo tipo di ruolo. I miei compagni in difesa sapevano di poter contare su di me anche come alternativa per impostare. Ma è fondamentale saper riconoscere i momenti in cui si può fare e quelli in cui invece non si deve rischiare, puntando più sull’attaccante in avanti. L’intelligenza sta proprio nel saper gestire questo genere di situazioni. In un Genoa-Napoli ricordo che il gol del pareggio e, poi, del gol del 2-1 nacquero da due miei lanci in contropiede. Oggi sono letture che i portieri fanno molto di più rispetto a quando giocavo, un’arma in più per le squadre, senza comunque dimenticare di guidare i compagni con personalità nella fase difensiva, e naturalmente avere tecnica nel parare”.

Quindi, secondo te, mediatamente parlando oggi si fa troppo leva sul ruolo del portiere in fase di impostazione e di partecipazione attiva alla manovra del gioco.

“Il ruolo, oggi, è diventato più ampio. Mediaticamente si fa più leva su certi aspetti piuttosto che altri perché segue un’evoluzione. Fra poco diventerà poi la normalità per il ruolo e se ne parlerà meno, verrà dato per scontato che l’estremo difensore sia in grado di adempiere a certi compiti di manovra e impostazione del gioco. Più si va avanti e più la qualità cresce: non si tratta più, ormai, solo di saper parare, uscire sulle palle alte e dialogare come portiere coi compagni, ma come elemento attivo stesso della squadra in grado di lanciare, capendo i diversi momenti della partita. Un’ulteriore difficoltà per il ruolo, che lo rende più complesso rispetto a quanto non lo fosse già”.

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ESCLUSIVA – Giaccherini non ha dubbi: che elogio al centrocampo dell’Inter!

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Giaccherini

Emanuele Giaccherini è stato un giocatore importantissimo dello scorso decennio, simbolo della dedizione e del valore della gavetta. Partito dalla leghe minori, è arrivato a vincere due Scudetti con la Juventus e a raggiungere una finale degli Europei nel 2012. Oggi ha cambiato ruolo, ma è rimasto in questo mondo, lavorando come commentatore e opinionista su DAZN.

L’abbiamo intervistato, in esclusiva, per farci raccontare alcuni aneddoti sulla sua carriera e le sue opinioni su alcuni temi caldi del calcio attuale. Tra questi c’è una sua presa di posizione sul centrocampo dell’Inter e il percorso in Champions League. Di seguito le dichiarazioni di Giaccherini.

GIACCHERINI SUL CENTROCAMPO DELL’INTER E IL PERCORSO IN CHAMPIONS LEAGUE

Ad agosto una tua dichiarazione a DAZN che ha fatto discutere: “Il centrocampo dell’Inter per me è il più forte d’Europa”. Ad oggi, sei ancora d’accordo?

Sono ancora d’accordo: per me Barella, Çalhanoglu e Mkhitaryan stanno dimostrando di essere un gran centrocampo. Ho detto il primo d’Europa, se togliamo Bellingham al Real Madrid lo riconfermo, è un giocatore che da solo riesce a fare cose incredibili. La forza dell’Inter, però, sta nel centrocampo: possiamo parlare di Lautaro e Thuram o della difesa, ma per me quel reparto è il fulcro di quella squadra. Nei risultati che sta ottenendo l’Inter c’è tanto merito nel centrocampo“.

Come ne pensi del percorso in Champions League dell’Inter?

“Mi aspettavo che l’Inter arrivasse prima nel girone, per me era la squadra più forte. La Real Sociedad sta facendo vedere anche in campionato di non essere quella grande squadra che ha affrontato l’Inter, sia all’andata che al ritorno hanno fatto delle ottime partite contro i nerazzurri, ma per me si portavano dietro l’entusiasmo della scorsa stagione e ora l’hanno un po’ perso”.

L’Atletico Madrid, invece, è una grande squadra ma c’è una distanza di valori: all’Inter è andato stretto quel risultato, se avessero avuto più cattiveria avrebbero potuto vincere 2/3-0, non lo dico io ma i numeri della partita. La qualificazione ora le devono conquistare a Madrid, ma sicuramente andranno con lì con personalità, senza guardare l’1-0 ma cercando di vincere”.

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ESCLUSIVA – Giaccherini: “Sento ancora Conte. Futuro? Lo vedo in due squadre”

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Conte Giaccherini

Emanuele Giaccherini è stato un giocatore importantissimo dello scorso decennio: simbolo di gavetta e sacrificio. Partito dalle leghe minori, è arrivato a vincere due Scudetti con la Juventus e a raggiungere una finale degli Europei con la Nazionale italiana.

L’abbiamo intervistato, in esclusiva, per farci raccontare degli aneddoti sulla sua carriera e le sue opinioni su alcuni temi caldi del calcio attuale: il futuro di Antonio Conte è stato uno di questi. Nel corso della chiacchierata l’ha definito come un suo “padre calcistico”, è stato proprio il tecnico salentino a portare Giaccherini alla Juventus, per poi farlo diventare un giocatore chiave della sua Nazionale.

EMANUELE GIACCHERINI SU ANTONIO CONTE

Antonio Conte è stato un allenatore importantissimo per te, tra Juventus e Nazionale. Come descriveresti il rapporto che hai avuto con lui?

Un rapporto di amicizia, lo sento tutt’ora, l’ultima volta è stata tre giorni fa. Per me è stato come un padre calcistico, mi voleva già l’anno prima quando allenava il Siena, ma io ho preferito giocarmi le mie carte in Serie A dopo aver vinto la B con il Cesena. Poi è andato alla Juve e mi ha voluto fortemente anche lì, gli devo tanto per la carriera che ho avuto. Lui, però, è uno che non ti regala niente: gioca solo chi merita e io mi sono conquistato il posto, nonostante i grandi campioni che c’erano alla Juventus”.

“È sempre stato un rapporto schietto e di sincerità, lui sicuramente apprezzava i miei lati umani oltre che calcistici. Un rapporto vero, a me lui piace molto soprattutto dal lato umano: noi vediamo un Conte sempre arrabbiato e teso, ma c’è un Conte anche fuori dal contesto calcistico, una persona con cui si parla benissimo di qualsiasi cosa”.

Dove lo vedresti bene il prossimo anno?

“Lo vedrei bene in un club con organizzazione, programmazione e mentalità vincente. Se dovessi fare dei nomi di grandi squadre, con panchine libere, direi Bayern Monaco e Liverpool. Sono due società abituate a vincere e se non riesci a farlo è un problema, per la storia che hanno alle spalle; un po’ come quando in Italia si parla tanto se la Juventus non vince”.

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ESCLUSIVA – Giaccherini: “Il gol al Belgio è stato il punto più alto della mia carriera”

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Giaccherini

Emanuele Giaccherini è stato un giocatore importantissimo dello scorso decennio, simbolo della dedizione e del valore della gavetta. Partito dalla leghe minori, è arrivato a vincere due Scudetti con la Juventus e a raggiungere una finale degli Europei nel 2012. Oggi ha cambiato ruolo, ma è rimasto in questo mondo, lavorando come commentatore e opinionista su DAZN.

L’abbiamo intervistato, in esclusiva, per farci raccontare degli aneddoti della sua carriera e conoscere le sue opinioni su alcuni temi caldi del calcio attuale: il futuro di Conte, l’Italia di Spalletti e il cammino dell’Inter in Champions League. Di seguito l’intervista completa a Emanuele Giaccherini.

L’INTERVISTA A EMANUELE GIACCHERINI

Per cominciare vorrei partire da una frase di Antonio Conte che descrive benissimo la tua carriera: “Emanuele Giaccherini è l’esempio di come un giocatore che ha fatto la gavetta in provincia, può meritarsi la Juventus”. Quanto pensi sia stato importante partire dal basso per il tuo percorso di crescita, come calciatore e come uomo?

“È  stato fondamentale, ci sono calciatori che hanno la fortuna di avere grandi doti sin da subito, iniziare la loro carriera in Serie A e giocare a vent’anni in grandi squadre. Ci sono calciatori come me che, invece, ci sono arrivati dopo con lavoro, sacrificio, e passione. Anche tanta sofferenza, negli anni in cui non vedevo la possibilità di arrivare in Serie e realizzare il mio sogno: ho fatto quattro anni di C2, quelle stagioni mi sono serviti per capire da dove venivo. Mi sono conquistato la Serie A sul campo, vincendo campionati con il Cesena, arrivando dalla Serie C alla Serie A. Poi c’è stata la chiamata della Juve di Conte, una volta arrivato lì non volevo farmela scappare, ricordando sempre da dove venuto e da dove sono passato”.

Negli anni hai vissuto tante esperienze, tra club e Nazionale, se dovessi elencarmi a caldo i tre momenti che ricordi con più piacere della tua carriera, quali sarebbero?

L’esordio in Serie A con il Cesena, due partite di fila contro Roma e Milan: la prima all’Olimpico e poi il gol contro il Milan di Ibrahimovic. Il secondo ricordo è sicuramente la chiamata di un grande club come la Juventus, con il gol al Catania. Infine la Nazionale: io ho fatto due Europei e una Confederations Cup, nel 2012 siamo arrivati in finale e abbiamo perso, ma non ero ancora consapevole a pieno delle mie possibilità. Nel 2016 ero più maturo, forse nel pieno della carriera, quell’Europeo è stato importantissimo e il gol al Belgio è stato il punto più alto della mia carriera“.

GIACCHERINI SU ANTONIO CONTE

Ho nominato prima Antonio Conte, un allenatore che è stato importantissimo per te, tra Juventus e Nazionale. Come descriveresti il rapporto che hai avuto con lui?

Un rapporto di amicizia, lo sento tutt’ora, l’ultima volta è stata tre giorni fa. Per me è stato come un padre calcistico, mi voleva già l’anno prima quando allenava il Siena, ma io ho preferito giocarmi le mie carte in Serie A dopo aver vinto la B con il Cesena. Poi è andato alla Juve e mi ha voluto fortemente anche lì, gli devo tanto per la carriera che ho avuto. Lui, però, è uno che non ti regala niente: gioca solo chi merita e io mi sono conquistato il posto, nonostante i grandi campioni che c’erano alla Juventus”.

“È sempre stato un rapporto schietto e di sincerità, lui sicuramente apprezzava i miei lati umani oltre che calcistici. Un rapporto vero, a me lui piace molto soprattutto dal lato umano: noi vediamo un Conte sempre arrabbiato e teso, ma c’è un Conte anche fuori dal contesto calcistico, una persona con cui si parla benissimo di qualsiasi cosa”.

Dove lo vedresti bene il prossimo anno?

“Lo vedrei bene in un club con organizzazione, programmazione e mentalità vincente. Se dovessi fare dei nomi di grandi squadre, con panchine libere, direi Bayern Monaco e Liverpool. Sono due società abituate a vincere e se non riesci a farlo è un problema, per la storia che hanno alle spalle; un po’ come quando in Italia si parla tanto se la Juventus non vince”.

GIACCHERINI, L’ESPERIENZA IN NAZIONALE E I PROSSIMI EUROPEI

Passando alla Nazionale, tu hai esordito con la maglia azzurra direttamente agli Europei del 2012. Un grande cammino culminato con l’amara sconfitta con la Spagna in finale. Com’è stato per te, che all’epoca eri un esordiente per la Nazionale italiana, vivere subito un’esperienza simile e qual è il momento più iconico che ti viene in mente?

“Per me inserirmi in quel gruppo non è stato complicato, giocando nella Juventus conoscevo già 7/8 giocatori. All’esordio contro la Spagna non pensavo nemmeno a dove fossi, forse è stata anche l’incoscienza. Mi ricordo che prima c’era stata un’amichevole contro la Russia, dopodiché Prandelli ha cambiato tutto e ho giocato titolare nel 3-5-2. Io già non mi rendevo conto della chiamata nei 23, ma penso che lui abbia guardato la mia stagione e la mia attitudine a interpretare più ruoli”.

“Quella partita l’ho giocata spensierato e anche bene, un buon pareggio contro una squadra fortissima. La cosa che mi ha colpito più di tutte è stata proprio che prima della prima partita, contro la Spagna, era più teso Buffon di me. Quando hai tante presenze e manifestazioni alle spalle, sei il capitano e uomo simbolo della Nazionale, hai più responsabilità. Quella sensazione io l’ho provata più avanti mentre all’epoca ero tranquillo”. 

Quest’estate toccherà a Spalletti guidare la Nazionale agli Europei, quali sono le tue previsioni?

È un’incognita, dobbiamo ritrovare quella Nazionale che ha vinto la scorsa edizione. Sono certo che Spalletti farà un grande lavoro, è un allenatore molto preparato e che sa dare i giusti valori. Io credo che questa Nazionale abbia tanti valori nei giocatori, a livello individuale ci sono elementi importanti, penso che se Spalletti riuscirà a incastrare tutte le loro caratteristiche vedremo una bella Italia. Non è facile perché è un girone complicato, anche l’Albania è una squadra forte: ci sono tanti calciatori che sono titolari nel nostro campionato. Non sarà una passeggiata, ma siamo sempre l’Italia, siamo campioni in carica e anche per le altre non sarà facile affrontarci”.

IL COMMENTO DI GIACCHERINI SULL’INTER

Vorrei chiudere con una tua dichiarazione a DAZN che ha fatto discutere, ad agosto hai detto: “Il centrocampo dell’Inter per me è il più forte d’Europa”. Ad oggi, sei ancora d’accordo?

Sono ancora d’accordo: per me Barella, Çalhanoglu e Mkhitaryan stanno dimostrando di essere un gran centrocampo. Ho detto il primo d’Europa, se togliamo Bellingham al Real Madrid lo riconfermo, è un giocatore che da solo riesce a fare cose incredibili. La forza dell’Inter, però, sta nel centrocampo: possiamo parlare di Lautaro e Thuram o della difesa, ma per me quel reparto è il fulcro di quella squadra. Nei risultati che sta ottenendo l’Inter c’è tanto merito nel centrocampo“.

Come ne pensi del percorso in Champions League dell’Inter?

“Mi aspettavo che l’Inter arrivasse prima nel girone, per me era la squadra più forte. La Real Sociedad sta facendo vedere anche in campionato di non essere quella grande squadra che ha affrontato l’Inter, sia all’andata che al ritorno hanno fatto delle ottime partite contro i nerazzurri, ma per me si portavano dietro l’entusiasmo della scorsa stagione e ora l’hanno un po’ perso. L’Atletico Madrid, invece, è una grande squadra ma c’è una distanza di valori: all’Inter è andato stretto quel risultato, se avessero avuto più cattiveria avrebbero potuto vincere 2/3-0, non lo dico io ma i numeri della partita. La qualificazione ora le devono conquistare a Madrid, ma sicuramente andranno con lì con personalità, senza guardare l’1-0 ma cercando di vincere”.

 

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ESCLUSIVA – Condò si racconta tra viaggi, social e carriera

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Condò carriera

Paolo Condò ha parlato ai microfoni di Numero Diez, all’interno del format Behind The Mask, e ha raccontato la sua vita, la sua carriera e diversi aneddoti riguardanti le sue esperienze passate. In particolare, il giurato italiano che ha il compito di votare al Pallone d’Oro, ha toccato in una lunga chiacchierata diversi temi: personali ma non solo. Queste le sue parole.

GIOVENTÙ A TRIESTE

“Trieste è un porto, luoghi dove solitamente avvengono scambi non solo commerciali. Nei porti solitamente c’è gente che arriva da lunghe navigazioni e quindi ha piacere di trovarsi sulla terraferma e poter scambiare le proprie culture. Questo mi ha aiutato, anche perché ho sempre avuto una mentalità aperta, per merito della mia famiglia, che poi in una città come Trieste si riflette nelle scuole, nelle amicizie, nelle prime esperienze lavorative. Questo fa sì che io mi senta un po’ a casa dappertutto. Non ci ho messo mai tanto a trovare punti di riferimento e di appoggio in ogni luogo che ho visitato per questo”.

GLI INIZI DA GIORNALISTA

“Sento di aver raccontato tante esperienze nella mia carriera. Se fossi ancora attivo sui social, cosa che non sono più per scelta, cambierei la mia frase di profilo con ‘Ho realizzato tutti i miei sogni, ma adesso ne ho di nuovi‘. Per me sognare porta a sognare, non c’è solo il detto ‘Vincere aiuta a vincere’. Quando tu sogni di superare una collina per vedere quello che c’è dall’altra parte e ti soffermi a guardare l’orizzonte, ti rendi conto che c’è un’altra collina e quindi ti viene la curiosità di vedere cosa c’è. Questo è un processo che può andare avanti all’infinito: professionalmente ho avuto due vite, ne sogno almeno una terza“.

LE FIGURE DI RIFERIMENTO

“L’influenza familiare e la figura di mio padre sono state molto importanti. La prima botta di fortuna è avere una famiglia che supporti le tue speranze e aspirazioni. Poi lavorando a “Il Piccolo” di Trieste, dove ho avuto la mia prima esperienza lavorativa, lì ho avuto la fortuna di trovarmi in un momento di passaggio, che sono molto preziosi. In questi periodi ci sono dinamiche che non si sono realizzate in anni, ma che cambiano dal pomeriggio al mattino dopo. In quella fase mi sono trovato dei maestri abbastanza insperati: dei giornalisti triestini che avevano avuto esperienze a livello nazionale e che, trovando un gruppo di giovani che vogliono spaccare il mondo, hanno qualcosa da insegnare.

Arrivando a Milano, come non ricordare Candido Cannavò: per me è stato decisivo perché la sua bravura giornalistica e l’umanità, che per me in una persona deve essere sempre la prima cosa, sono caratteristiche che mi hanno fatto piangere molto il giorno del suo funerale“.

I VIAGGI

Quelli più avventurosi sono sicuramente quelli in Sudamerica. Anche una Coppa d’Africa in Sudafrica me la tengo stretta comunque. La seconda volta che sono stato con il Milan, a Tokyo per l’Intercontinentale, ma anche la prima quando seguii la squadra nel volo. Nel 1990 feci il giro del mondo, perché andai a fare i servizi sulle avversarie. Rimasi una settimana in Paraguay per studiare l’Olimpia Asunción e da lì presi un volo per il Giappone: fu l’unica volta che feci il giro del mondo”.

SOCIAL

Le informazioni sui social si fanno sempre di meno adesso, non sempre di più. Io parlo soltanto di Twitter, dato che è l’unico che ho frequentato e anche con un certo successo dati i followers (220k, ndr). La deriva che ha preso negli ultimi anni ti portava, non solo per gli insulti – anche perché sono sempre stato trattato bene – a chiederti: ma perché devo stare qui a farmi massacrare? E comunque credo che i social ti mettano di malumore, perché sono frequentati soprattutto da persone incazzate, che protestano – magari anche con ragione. Una volta i social trasmettevano molta bellezza, potevi incontrare molte persone interessanti.

Da quando l’ha preso Elon Musk credo che gli argomenti siano fatti scientificamente per creare questo clima di insoddisfazione e rabbia. Io invece lavoro bene quando sono di buonumore, mentre Twitter è un covo di malanimo e di rabbia e quindi non è più un posto per me. L’algoritmo mi manda della gente orrenda. Poi ti confesso che, vivendo in un periodo triste e pericoloso, trovare nella stessa pagina notizie di morti a Gaza, sotto una foto di Monica Bellucci, poi sotto Putin che uccide Navalny e ancora ‘Basta con questo Pioli, mandiamolo via’, stanca. Non c’è più una gerarchia di capire quali sono le cose gravi e quelle fatte per divertirsi. I miei figli sono comunque liberi di frequentare i social, ma faccio sempre presente loro che c’è una gerarchia nelle notizie. Poi, i tanti vituperati mezzi di informazione, dai giornali alle televisioni, hanno ancora l’ambizione di mettere in gerarchia le notizie”.

LA PASSIONE PER TUTTI GLI SPORT

“Adesso è tornato prepotente il tennis. Il ciclismo è un amore sconsiderato. Ho fatto due Olimpiadi dal vivo: Barcellona 1992 e Pechino 2008 e conservo ancora le due cerimonie d’apertura come momenti pazzeschi, perché ti senti al centro del mondo. Per me il sogno lo raggiungi con i Mondiali, anche se le Olimpiadi sono meravigliose. Il 90% di coloro che vanno in gara sono lì per partecipare. La mistica del villaggio olimpico è meravigliosa perché c’è la gioventù più bella del mondo, non a caso i distributori di preservativi vanno esauriti in qualche minuto, ma quelli che vogliono vincere vanno in albergo. Invece al Mondiale di calcio c’è più competizione: quando inizia la fase a eliminazione diretta – io ne ho fatti diversi – vai allo stadio con la valigia già fatta, perché se la squadra perde vai a casa. A me il ‘Vinci o muori’ piace tantissimo.

Io lo vedo come un duello rusticano questa cosa del dover sopravvivere e andare avanti. Un ricordo fantastico dell’Italia che ho mi riporta al ’94, quando perse in finale, ma sembrava sempre sul punto di dover tornare a casa. Invece aveva una fibra tale da riuscire ad andare avanti, che era Baggio ma non solo. La partita in cui Baggio viene sostituito con Pagliuca espulso e sei sullo 0-0 dopo aver perso la prima… lì pensi ‘È finita’. E invece riesci a vincere in 10 contro 11. Quelli sono ricordi epici. Oppure quando Baggio contro la Nigeria pareggia all’ultimo minuto e dice ‘Eravamo tutti in pista e vi ho tirato giù tutti dall’aereo’. È così davvero“.

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