Mulberry Street separa di un centinaio di metri il Lorraine Motel, la più americana delle strutture americane, da un modesto affittacamere, la pensione Bessie Brower. In un mercoledì d’inizio aprile, l’anziana signora alla reception della pensione di cui sopra si vede registrare una delle stanze, ma la raccomandazione è fondamentale:

Dalla finestra della stanza si deve vedere il Lorraine Motel, mi raccomando.

Le parole devono essere state più o meno queste, ma non vi sono dubbi sulla bocca da cui stavano uscendo: era un certo John Willard, un spilungone con pochi chili e tanta, troppa fermezza. Stanza registrata, ad una distanza assimilabile alla lunghezza di un campo da calcio; per fare una stima, una decina di distanze da rigore: il dischetto è alla stanza del 40enne alla pensione, mentre la porta è posizionata alla camera 306 di quel motel a Memphis, il Lorraine. Manca qualche ora al calcio di rigore, uno di quelli che passerà dal lato oscuro della storia.

TRIPLICE FISCHIO

MLK

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Eccolo lì, l’estremo difensore. No, non ha la classica divisa da portiere né i guanti: giacca e cravatta, con un’eleganza che non l’ha mai abbandonato, e valigetta nella mano destra, ripiena probabilmente di riferimenti biblici. Era un salvatore, ma difendeva la porta di una squadra con qualche decina di milioni di persone; il giorno dopo avrebbe dovuto parare il rigore più importante della sua vita. Il problema? Non lo sapeva.

Il goleador l’abbiamo già incontrato, anche se con il nome sbagliato. Non si chiama realmente John Willard, ma perché mentire ad un’arzilla vecchietta del Tennessee? Beh, probabilmente perchè non voleva far sapere della partita del giorno successivo, unica nel suo genere: priva di spettatori, ma con una miriade di ripercussioni nei giorni, nelle settimane e negli anni a venire.

E così, il rigorista 40enne calcia verso il portiere 39enne, fuori dall’uscio della 306 del Lorraine: un colpo preciso, che insacca la rete. È goal, ma nessuno esulta: il pallone è un proiettile calibro 30-06. L’estremo difensore è a terra, sofferente per non aver compiuto il proprio dovere: esanime, con un sogno che gli trapassa i ricordi. Il destino in tenuta arbitrale fischia tre volte.

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ALABAMA

Non sapeva di doverla giocare, quell’ultima partita. Qualche anno prima, però, davanti alla sconfitta di un altro uomo abbastanza influente, aveva confidato all’amata Coretta un’infausta rivelazione:

Accadrà anche a me. Continuo a dirtelo: questa è una società malata.

Era il 22 novembre 1963, tra la Houston Street e la Elm Street di Dallas. In un déjà-vu di quello che accadrà quasi 5 anni dopo a Memphis, un fucile a precisione assassinava John Fitzgerald Kennedy. Il 4 aprile 1968, invece, toccò ad un presidente ufficioso, rappresentante delle volontà di un popolo oppresso: si faceva chiamare Martin Luther, ma all’anagrafe di Atlanta era stato registrato come Michael. Ah, il cognome: King.

È sempre stata così mistica la sua figura, anche nel mondo dello sport. Era al contempo lontano e vicino da tutto ciò che volesse dire prendere una palla e calciarla, oppure infilarla in un canestro o che so, placcare l’avversario per buttarsi in una meta liberatoria. Il suo campo da gioco era la chiesa battista di Dexter Avenue a Montgomery, Alabama, non esattamente le migliori coordinate sulla faccia della terra per fare un sermone; o meglio, va benissimo così, purché tu non sia nero.

Era l’America del 1954, con i moti razziali a farla da padrone. Dopo qualche mese dal suo insediamento da pastore in città, una ragazza si sedette su un autobus, uno degli ultimi a circolare per le strade di Montgomery per 382 giorni. Il perché ha un nome, un cognome ed un boicottaggio: la ragazza si chiama Rosa Parks e anche lei, come da pronostico, è nera.

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Il boicottaggio arriva dopo l’espressione del suo coraggio: un bianco le ordina di cedergli il posto sull’autobus, ma lei si rifiuta e viene arrestata. La strada è spianata, i cortei iniziano a popolarsi di afroamericani che hanno fame di rivalsa: il microfono lo prende lui, l’estremo difensore che non sapeva di dover parare il rigore.

LIBERI

Quelle parole risuonano come tamburi nella Doce della Bombonera, come le note di “You’ll never walk alone” sulle gradinate della Kop ad Anfield o come lo scoppio di una bomba carta nell’inferno del Marakana di Belgrado. Eppure il pastore non aveva mai preso tra i piedi una palla a rombi.

Sono una schiacciata, una tripla allo scadere o la vittoria di un titolo NBA; anche la palla a spicchi, però, non gli era mai capitata tra le mani. Gli sportivi di tutto il mondo, di ogni epoca, sarebbero comunque della medesima, travolgente, opinione: Martin Luther King è stata un’icona di ogni sport, in quanto manifestazione della vita degli uomini. Il più catartico dei paradossi, ma quell’oratore era capace di affrontare in faccia anche la più contraddittoria delle realtà.

E così, da 52 anni a questa parte, continuiamo a sognare, anche se al secondo piano del Lorraine Motel la pallottola non è stata respinta. Quella dolorosa sconfitta, però, si è trascinata l’eco di tre parole, che risuonano nell’alba dei tempi, tra i meandri della storia: bianchi, neri, credenti ed atei, sportivi e non. Siamo tutti free at last.

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