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Adem Ljajic: il Diez dall'identità irrealizzata

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Adem Ljajic: il Diez dall’identità irrealizzata

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L’identità è ciò che, nel bene o nel male, ci caratterizza come esseri umani e sociali. La consapevolezza del proprio essere, il sapersi collocare in un determinato contesto che ben si sposa con le nostre peculiarità. Avere un’identità è uno stimolo primario, ma non sempre di facile realizzazione. Spesso la ricerca del proprio posto nel mondo si rivela assai ardua, costellata di illusioni, insuccessi e delusioni. Spesso, una volta trovata la giusta via, ci si accorge che quella strada che abbiamo imboccato ha una forza centrifuga rispetto al resto del mondo, tende ad allontanarci, a far cozzare la nostra identità col contesto in cui siamo collocati. Tutto si riduce a questo, saperci e farci riconoscere. L’identità dunque è ciò che ci caratterizza, nel bene o nel male, ed è ciò che ha caratterizzato la vita e la carriera di Adem Ljajic, uno che ha imboccato una di quelle strade centrifughe, rendendo la propria identità un limite alla propria realizzazione calcistica. Da quella personale a quella in campo, l’identità, tanto, troppo forte, del serbo ha finito per isolare un talento purissimo, annoverandolo tra i geni irrealizzati del nostro calcio. Quella di Ljajic è la storia di un ragazzo che non ha mai rinunciato alla propria identità, con tutto il carico di autodistruzione che ciò ha comportato. Un eroe romantico, incapace di vivere la propria esistenza come il Travis Bickle di De Niro in Taxi Driver. Una scelta che però ci ricorda quanto costi mantenere intatta la propria essenza, a qualunque costo.

RETAGGIO IDENTITARIO

Per comprendere la vera natura di Adem Ljajic occorre tuffarci in un piccolo excursus etno-storico. In uno dei punti più instabili dello scacchiere europeo, i Balcani, si estende un piccolo territorio di 8.686 km², il Sangiaccato. Suddivisa tra Serbia e Montenegro, la regione del Sangiaccato è la terra di una particolare minoranza religiosa, i musulmani bosniaci, noti come Bosgnacchi. I Bosgnacchi sono i bosniaci che si sono convertiti all’Islam durante l’occupazione ottomana, acquisendo dunque una forte identità religiosa, del tutto peculiare in una regione dove è ben radicato il cristianesimo ortodosso.

“Non ci viene concesso di chiamarci bošnjaci (bosgnacchi), ma ci viene invece offerto il nome di musulmani… Accettiamo, anche se questo è sbagliato, perché si apra il processo di riconoscimento della nostra identità”.

Con queste parole il noto politico Hamdija Pozderac, accoglie la decisione del Comitato Centrale del partito comunista bosniaco di riconoscere lo status di nazione ai bosniaci musulmani. È la prima affermazione identitaria di questo popolo, e le parole di Pozderac colgono subito il nodo centrale dell’essenza bosgnacca, l’identità. Correva l’anno 1968, i Balcani erano riuniti sotto l’egida della Jugoslavia, la questione delle minoranze era poco incalzante proprio per via della pretesa unitaria su cui si fondava lo Stato. Ma la pretesa identitaria c’era, era forte e ha sempre contrassegnato l’etnia bosgnacca, che dovrà aspettare il congresso di Sarajevo del ’93 per vedersi riconoscere la giusta pretesa di essere chiamati bošnjaci.

Una veduta del centro città di Novi Pazar

Nel cuore del Sangiaccato sorge la città più importante della regione, Novi Pazar, dove il 29 settembre 1991 viene alla luce Adem Ljajic. La questione dell’identità gli scorre nelle vene, fa parte del suo retaggio, è lo stigma della sua gente. È un fardello che il ragazzo porterà sempre con sé, come un tratto distintivo, quasi più un marchio di riconoscimento, la A che porta sul petto Hester Prynne nella Lettera Scarlatta.

IL MOVIMENTO DELLA BOCCA

28 maggio 2012. Serbia e Spagna si sfidano in una delle tante amichevoli tra nazionali, per lo più prive d’interesse per il grande pubblico mainstream. I giocatori sono schierati nella consueta formazione orizzontale prepartita, partono le note di Bože pravde, l’inno serbo, ma c’è una bocca che, mentre tutte le altre si muovono intonando le parole del canto nazionale, rimane serrata, impassibile. È la bocca di Ljajic, che si aprirà solo nel post partita, per affermare, in maniera concisa, la propria scelta.

Io amo la Serbia, ho sempre voluto giocare per questa nazionale sin da quando ero bambino. Rispetto tutti, ma prima ancora devo rispettare me stesso“.

C’è tutta l’identità di Ljajic in questa scelta che lo porta allo scontro col padre calcistico, Sinisa Mihajlovic, altro personaggio dalla personalità quanto mai definita, nazionalista tutto d’un pezzo, che nella sua selezione non può tollerare un ammutinamento del genere. Quel mutismo costa caro a Ljajic, che non vestirà più la maglia della nazionale nei successivi due anni, ma niente può scalfire la pretesa di identitaria di Adem. Sei anni dopo infatti, in un palcoscenico ben più ampio, il mondiale russo del 2018, la sua bocca rimane ancora chiusa sulle note di Bože pravde. A Ljajic non interessa ciò che questa sua scelta comporterà, una bufera di polemiche incredibile. Non può cantare l’inno che non rappresenta la sua identità profonda, tradirebbe se stesso e le sue radici. La sua storia con la Serbia è contrassegnata da questa diffidenza storica, 9 reti in 45 presenze, un mondiale, molto deludente, all’attivo, e un feeling mai sbocciato.

La bocca di Ljajic invece si muove, eccome, il 5 maggio 2012. In un ordinario Fiorentina-Novara di fine campionato, coi viola tranquilli a metà classifica e i piemontesi matematicamente in Serie B, il serbo viene sostituito e dice qualcosa di troppo all’indirizzo del tecnico Delio Rossi, che in un impeto di furia decisamente inusuale per un rettangolo verde si scaglia sul giocatore colpendolo. Una scena molto pulp, per gli stilemi del calcio, destinata a fare storia nell’almanacco degli avvenimenti più insoliti del nostro calcio. Un’ulteriore riprova del carattere decisamente spigoloso di Ljajic, la cui insofferenza per le regole lo porterà a limitare di parecchio le enormi potenzialità della stella serba.

REALIZZAZIONE IDENTITARIA

Una forte identità personale si accompagna a un’altrettanto indefinita collocazione tattica. Ljajic è quel che è, non si può adattare alle contingenza, il suo io è troppo forte per essere inglobato da esigenze esterne. Dopo aver mosso i primi passi in patria, il giovane Ljajic viene notato dal Manchester United, che lo mette sotto osservazione, ma poi alla fine rinuncia a ingaggiare il giocatore. Un grande uomo di campo come Sir Alex Ferguson deve aver notato qualche linea scheggiata nel disegno complessivo, una prima avvisaglia del destino che sarà. Sfumato lo United, la grande occasione di Ljajic è la Fiorentina. Nel gennaio 2010 i viola si assicurano il cartellino del serbo per 6 milioni di euro.

In Italia Ljajic trova Sinisa Mihajlovic, che crede fortemente nel connazionale, lo sprona a più riprese, lo mette in guardia dai pericoli rappresentati dalla nutella e dal computer, come un padre in apprensione per il futuro del figlio. Si danna, ci prova, ma non ci riesce. Ljajic non esplode, rimane chiuso nel suo guscio, lancia qualche sprazzo si luce, ma poi fa quieto ritorno nell’oscurità. Dopo Mihajlovic arriva Delio Rossi e con lui il fattaccio del 2 novembre. La stella di Ljajic sembra già eclissata, bollata come un fuoco di paglia, ma ecco che arriva l’uomo della provvidenza, l’unico che forse riesce a capire tatticamente il serbo: Vincenzo Montella.

La stagione 2012/2013 scrive una nuova pagina nella storia personale e identitaria di Adem Ljajic. 12 reti in 31 presenze, un accesso in Champions League sfiorato. Nel 3-5-2 il serbo occupa la posizione d’attacco a fianco di un altro slavo, Stevan Jovetic, andando a costituire una delle coppie gol più belle ammirate in Toscana negli ultimi anni. Poi col proseguire della stagione al duo slavo viene aggiunto anche Cuadrado, ma Ljajic mantiene la sua anima da seconda punta, facendo però la spola con la fascia sinistra. I primi due gol della stagione sono una sorta di laccio karmico che rida equilibrio al passato e spiana la strada al futuro. La prima rete arriva in Coppa Italia proprio contro il Novara, sparring partner nel RossiGate personale di Adem Ljajic. Il primo timbro in campionato arriva contro la Lazio, squadra contro cui il serbo aveva già messo a segno il primo gol in assoluto in Serie A, e che punirà di nuovo nel primo derby con la maglia della Roma.

La stagione 2012/2013 funge da manifesto di tutta la potenza del talento di Ljajic, le sue serpentine nello stretto sono un incubo per le difese avversarie, con quei passetti brevi e fulminanti. Da destra, da sinistra, in posizione centrale, Ljajic è ovunque e sempre pronto a far male a un avversario che prima fa sfiancare con la sua danza ritmica, poi infila con fendenti ben assestati. Come detto, però, l’impresa è solo sfiorata. 70 punti non bastano alla Fiorentina per ottenere un piazzamento in Champions League, che forse sarebbe anche meritato. Ma resta comunque il ritorno in Europa dopo tre stagioni di assenza.

DISCESA IDENTITARIA

Quella consacrazione tattica con l’aeroplano in panchina sarà poi la maledizione di Ljajic, che in tutta la carriera non troverà mai più un allenatore in grado di metterlo nelle condizioni ideali come ha fatto Montella a Firenze. Un problema anche personale, visto che il serbo non ha mai fatto niente per adattarsi alle soluzioni tattiche che i vari allenatori gli proponevano di volta in volta.

Dopo Firenze infatti Ljajic entra in un circolo di incomprensioni tattiche e caratteriali senza fine. Un po’ a sorpresa, dopo un’annata del genere e il crescente entusiasmo a Firenze per il grande acquisto di Mario Gomez, il serbo lascia la Toscana e accetta la corte di una Roma che vive uno dei momenti più bassi della sua storia. I giallorossi vengono infatti dalla tragedia sportiva del 26 maggio e Walter Sabatini mette in scena una vera e propria rivoluzione, che stavolta si rivelerà vincente, piazzando sulla panchina della lupa Rudi Garcia. La stagione della Roma è grandiosa a metà, poi si stabilizza, arriva il record di punti, ma la Juventus è sempre stata parecchio lontana. La squadra di Garcia è un meccanismo perfetto, inebriante quando è in campo, letale e armoniosa. Con gente come Totti, Pjanic e Maicon, uno col talento di Ljajic non dovrebbe faticare ad ambientarsi, ma il serbo nonostante un buon impatto rimane ancorato al suo ruolo di riserva di lusso, oscurato da uno Gervinho in evidente stato di grazia. L’anno successivo, con una Roma in palese difficoltà di gioco, Ljajic riesce ad essere più decisivo, concludendo la stagione con 8 gol.

Nonostante i numeri, il serbo non ha avuto mai una grande centralità a Roma, ingabbiato nel 4-3-3 disegnato da Garcia. L’esterno ideale per il tecnico francese è un velocista alla Gervinho, inoltre un giocatore tecnico da cui deve passare ogni pallone c’è già, e non è uno qualsiasi, visto che si tratta di Totti. Roma si fa stretta per Ljajic, che come a Firenze molla dopo la sua migliore stagione, anche se qui è il più il contesto ad espellerlo in maniera quasi naturale. La stagione seguente all‘Inter è molto opaca, resa anche più difficile da un contesto di squadra non all’altezza. Nonostante ciò però, l’estate successiva una figura torna direttamente dal passato di Ljajic, pronto a dargli una seconda possibilità. Quella figura è Sinisa Mihajlovic.

Al Torino Ljajic si ritrova, disputa una grandissima stagione, finendo con ben 12 gol, come a Firenze ma con più partite giocate. Qui viene schierato ancora esterno sinistro nel tridente, completato da Belotti e Iago Falque, ma recupera quella libertà di manovra che non poteva avere a Roma, potendo contare su un centravanti che facilita il suo gioco come il gallo. Mihajlovic lo conosce, sa come farlo rendere, è l’allenatore che più si avvicina a Montella in quanto a comprensione assoluta delle esigenze di Ljajic, anche se forse più dal punto di vista personale che tattico. Dopo due anni positivi però, il terzo anno in granata si rivela essere il canto del cigno del serbo. Mihajlovic viene esonerato, in panchina arriva Walter Mazzarri, uno che non può vedere di buon grado l’insofferenza tattica di Ljajic. I rapporti tra i due si fanno sempre più freddi, fino a esplodere quando il tecnico decide di lasciare in panchina il serbo nel derby contro la Juventus, preferendogli Edera. A fine anno Ljajic saluta, ha inizio l’esilio turco e il tramonto della stella serba nel palcoscenico calcistico.

IRREALIZZAZIONE IDENTITARIA

I fallimenti di Ljajic hanno un comune denominatore, la pretesa di imbrigliare il suo talento. Sia a Roma che a Torino con Mazzarri, il serbo non è riuscito a calarsi nelle disposizioni tattiche che gli venivano impartite, esaltando a baluardo della propria personalità quell’anarchia che poi è stata la carta vincente sfruttata da Montella prima, e da Mihajlovic poi, per farlo rendere al meglio. La forte identità di Ljajic non rendeva possibile un suo annullamento in un insieme di costrizioni e obblighi, il suo talento per esprimersi aveva bisogno di libertà, perché la cifra della sua personalità è l’affermazione dell’identità più propria, la scelta che deve essere propria per essere sentita e realizzata. Quando l’identità di Ljajic, che fosse personale o calcistica, è stata sotto assedio, il serbo ha reagito, negando la propria disponibilità, per salvaguardare intatta la propria identità.

Ciò che Adem Ljajic ha lasciato al nostro calcio è un atto di irrealizzazione identitaria davvero unico. Irrealizzazione identitaria, una sorta di ossimoro davvero incalzante perché ciò che ha impedito la piena realizzazione calcistica di Ljajic è stata quella forte identità personale a cui il serbo non ha mai voluto rinunciare. “Rispetto tutti, ma prima di tutto devo rispettare me stesso”. Queste parole sintetizzano alla perfezione la carriera di Adem Ljajic, un ragazzo che non hai mai piegato la testa, che non ha mai voluto adattarsi perché farlo avrebbe significato rinunciare alla propria parte più essenziale. Il paradosso di Ljajic sta nella realizzazione della sua irrealizzazione, che è stata pienamente coscienziosa, anche se autodistruttiva. Da Firenze a Torino, il Diez di Novi Pazar ci ha lasciato una serie di delizie da gustare, ma anche l’amaro in bocca per tutto ciò che non è riuscito a farci ammirare.

 

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Victor Osimhen, l’oro di Napoli

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Osimhen

Il Napoli, con dodici punti di vantaggio sul Milan secondo in classifica, inizia a intravedere il traguardo finale, quello del terzo Scudetto della sua storia. A metà campionato, con 50 punti raccolti, l’impresa è sempre più vicina. 19 partite per suggellare il vantaggio e continuare a dimostrare la grandezza e la bellezza messe in luce finora, a suon di prestazioni esaltanti. La squadra di Spalletti gioca il miglior calcio d’Europa insieme al Manchester City e l’Arsenal. Il gruppo, allenato in modo sublime dall’allenatore toscano, è stato il vero punto di forza in questa prima parte di stagione meravigliosa, il motore di una macchina quasi perfetta.

Titolari e riserve sono amalgamati perfettamente. Tutti rendono al massimo, indipendentemente dal fatto che i minuti a disposizione siano 90 o 10. Il mercato ha sorpreso chiunque, con innesti mirati e incredibilmente produttivi, calatisi immediatamente nel ruolo di protagonisti, come Kim e Kvaratskhelia, superbi nel sostituire due totem come Koulibaly e Insigne.

ARMA LETALE

Il perno, tuttavia, l’arma in più, l’uomo che ha fatto alzare il livello di competitività è, senza alcun dubbio, Victor Osimhen. L’attaccante nigeriano, dopo due stagioni in cui ha fatto vedere solo in parte le qualità che possiede a causa di continui problemi fisici, sembra essere definitivamente esploso.

In stagione ha già messo a segno 14 reti condite da 4 assist in 19 partite in tutte le competizioni, viaggiando a una media di un gol ogni 103′. Ha raggiunto la consapevolezza nei propri mezzi, ha sviluppato una maturità mai dimostrata fino ad ora, calandosi nella parte del leader tecnico e carismatico. Osimhen è sempre più decisivo.

Voltandosi indietro, è lecito chiedersi se gli infortuni patiti nei primi due anni in Italia lo abbiano fortificato, riuscendo a cavarne il meglio, soprattutto a livello mentale. Nel 2020-2021 è costretto a rimanere fuori dal campo per oltre due mesi a causa del Covid. Nel 2021-2022, invece, durante Inter-Napoli del 21 novembre, si rompe lo zigomo sinistro e l’orbita oculare in seguito a uno scontro terrificante con Skriniar. Inevitabile temere il peggio vista l’entità dell’urto. L’attaccante del Napoli torna a giocare solamente a gennaio, saltando quasi due mesi di stagione.

Il suo ritorno segna anche la comparsa della maschera, dalla quale non si è più separato. Da allora, Osimhen si è trasformato, come se quella maschera, oltre ad avere funzione protettiva, lo abbia reso un supereroe. D’altronde, nella cultura africana le maschere hanno un significato, spesso ultraterreno, sono il mezzo con il quale ci si può mettere in contatto con entità superiori, rappresentandole in terra.

UNO SPIRITO LIBERO

Indubbiamente, Osimhen sta giocando un calcio trascendente, istintivo, a tratti selvaggio. L’ex attaccante del Lille lotta, corre, cade, difende, trascinato da una forza interiore impetuosa. Aiuta i compagni, pressa a tutto campo, non molla mai.

La sua rete contro l’Ajax nella gara di ritorno della fase a gironi, quella del definitivo 4-2, ne è la prova lampante. Si lancia su una palla innocua, rubandola a Blind e appoggiando nella porta lasciata sguarnita da Pasveer, defilatosi per ricevere il passaggio del suo difensore. Un gol animalesco, conquistato con la grinta e la garra di chi vuole conquistare il mondo.

Vederlo giocare, per quanto possa peccare di grazia, è liberatorio. Osimhen non emerge per l’eleganza nei movimenti o nelle conclusioni. Il suo incedere è spesso goffo, disarticolato. L’impressione che si ha, a volte, è che non riesca a controllarsi, dominato da un pathos interiore inafferrabile, comprensibile a lui e a lui soltanto.

L’ORO DI NAPOLI

Probabilmente il gioiello partenopeo deve migliorare nella finalizzazione e nel gioco di squadra, imparando a gestire meglio alcune situazioni, facendo predominare la ragione e la freddezza all’istinto che lo contraddistingue. Spalletti lo sa e quest’anno, grazie al lavoro svolto insieme, si sono visti i primi progressi.

La vera forza del calciatore nigeriano, ciò che ha reso Osimhen il giocatore attualmente più importante e decisivo della Serie A, è la mentalità. Oggi ragiona da leader. In campo lo seguono tutti. I compagni lo ascoltano, lo abbracciano in massa quando segna, il suo atteggiamento è magnetico.

Lui ama Napoli e Napoli ricambia il sentimento. L’azzurro, ormai, scorre nelle sue vene. Se dovesse, si getterebbe tra le fiamme per onorare e difendere la maglia partenopea. Insieme a Di Lorenzo, capitano della squadra, è il perno di un gruppo che ha spiccato il volo, puntando il terzo Scudetto della storia del club.

Nonostante i soli 24 anni, sembra essere molto più maturo. I lunghi stop delle stagioni passate, le attese, il dolore e la paura ne hanno forgiato il carattere. Ora, dopo essersi assicurato l’amore della città di Pulcinella, Victor Osimhen vuole l’Italia.

 

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Chi è Olimpiu Morutan, il Brahim Diaz del Pisa

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Chi è Olimpiu Morutan

CHI È OLIMPIU MORUTAN – Trequartista, proveniente dalla Romania, piede mancino, altezza 1.73, talento cristallino e baricentro basso. A queste caratteristiche si potrebbe aggiungere uno spirito da trascinatore e le qualità di uno che può vincere partite da solo. No, non si sta parlando di Gheorge Hagi. Senza voler scomodare il Maradona dei Carpazi, c’è qualcuno che potrebbe ripercorrere le sue tracce: si tratta di Olimpiu Morutan.

Le qualità, però, sono davvero queste e sono le stesse del Regele (in italiano “re”). La strada da percorrere è ancora molto lunga, ma il classe 1999 può essere il degno erede di Hagi in patria. Gică illuminava i campi su cui metteva piede. Pelé l’ha inserito nel FIFA 100, la lista dei 125 giocatori viventi più forti al Mondo, ha vinto sette volte il premio di calciatore rumeno dell’anno ed è stato nominato calciatore rumeno del secolo.

Tanti riconoscimenti, probabilmente irraggiungibili per il trequartista del Pisa, ma i tratti in comune enunciati prima non possono essere dimenticati.

SORTIT

La parola è presa dal rumeno, ma si capisce benissimo il campo semantico di riferimento. Quel “sort” iniziale è inequivocabile, infatti significa “predestinato, prescelto”. Si potrebbe definire così la carriera di Morutan. Nasce il 25 aprile 1999 a Cluj-Napoca, una città molto variegata e ricca di storia, oltre che essere la capitale non ufficiale della Transilvania. La vivacità della cittadina è presente anche nel mancino del Pisa, che riesce subito a mettersi in mostra per le sue doti con il pallone.

Muove i suoi primi passi nel settore giovanile dell’Universitatea Cluj, squadra con cui esordisce a soli 16 anni in Liga II, il secondo livello del calcio rumeno. Nella stagione successiva, viste le qualità e l’esordio, che facevano di lui un predestinato, perfeziona il suo passaggio al Botosani, nella prima divisione rumena.

Da qui in poi, difficilmente uscirà dal campo e riuscirà, grazie a questa continuità, a mettere in mostra tutto il suo bagaglio tecnico e artistico. Nell’annata 2017/18 riesce anche a incrementare i suoi numeri, trovando 2 gol e fornendo 5 assist per i compagni. Tutto ciò gli permette di attirare le attenzioni di una squadra sempre molto attenta ai giovani: la Steaua Bucarest.

Arrivato nella squadra più importante del paese, riesce a consacrarsi partita dopo partita. Un infortunio al legamento crociato all’inizio della stagione 2019/20 rallenta il suo percorso di crescita, ma sarà l’annata successiva a renderlo il grande talento di cui tutti parlano. Nel 2020/21 realizza 8 gol e fornisce 15 assist in 36 presenze e, oltre all’esordio in Nazionale, mette in bacheca la Coppa di Romania e la Supercoppa.

Da qui, attirerà le attenzioni del Galatasaray. I turchi lo strappano per 5.7 milioni di euro e si lega al club per 5 anni. Ne basterà uno, però, per convincere il Pisa ad acquistarlo.

CHI È OLIMPIU MORUTAN: LEADER DEL PISA

Dopo un breve periodo di adattamento, coinciso con il peggior momento del Pisa in stagione sotto la guida di Maran, Morutan è riuscito a mettere in mostra tutto il suo repertorio. Non è un caso se la squadra toscana non perde dal 10 settembre. Il trequartista rumeno si sta perfettamente adattando agli schemi di Luca D’Angelo e riesce a svariare molto sulla trequarti, lasciando pochi riferimenti ai difensori.

Fino ad ora, in 17 presenze ha trovato 4 gol e 7 assist, numeri molto interessanti. Oltre a questo, però, la sua caratteristica principale sembra essere la leadership: i compagni sanno di potersi affidare a lui nel momento del bisogno. All’esordio nel campionato cadetto, condito da due assist, è seguita una trasformazione su calcio di rigore decisiva per il pareggio con il Como. Non è da tutti presentarsi dal dischetto dopo due partite, ma la conclusione sotto l’incrocio dimostra il perché di questa sicurezza.

Inoltre, il fatto interessante è che sta trovando questa grande continuità di rendimento in Serie B. In un campionato storicamente fisico e ricco di contrasti duri, Morutan sta riuscendo a prendersi la scena grazie al suo baricentro basso che gli permette di prendere colpi ma di restare comunque in piedi. La sua tecnica cristallina, abbinata a questa qualità, gli consentono di non perdere quasi mai il controllo del pallone.

MORUTAN VISTO DAL VIVO

Quando Morutan è in campo, ci mette davvero poco per farsi riconoscere. Innanzitutto perché, in un calcio che sta diventando sempre più fisico, resta uno dei pochi a non raggiungere nemmeno il metro e settantacinque. Soprattutto, però, perché in Serie B ci sono davvero pochi calciatori con la sua abilità tecnica e la sua capacità di muoversi nello stretto.

Queste due abilità disorientano i difensori avversari, costretti spesso a spendere il giallo per fermare le sue accelerazioni. Nel match tra SPAL e Pisa è caduto nella sua trappola Biagio Meccariello, che non ha resistito alla tentazione di rifilargli un calcione, prendendosi l’ammonizione.

Durante la stessa partita, Morutan è stato il faro della sua squadra nel momento di difficoltà. La difesa degli estensi riusciva a respingere bene gli attacchi provenienti dall’alto, con i palloni lanciati sulla testa di Torregrossa prima e di Gliozzi poi. Morutan, invece, si intrufolava tra le linee e riusciva spesso a ricevere la palla già girato verso la porta. In questo modo, riusciva senza problemi a puntare i difensori e a superarli, per poi creare diversi pericoli.

Per caratteristiche fisiche, tecniche e atletiche ricorda molto Brahim Diaz del Milan. Mancino con baricentro basso e grande qualità, in grado di scompaginare con un dribbling le difese avversarie. Per questo, bisogna aspettarsi molto da Olimpiu Morutan, il “sortit”.

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Mario Kempes, l’eroico Diez di Argentina ’78

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Il Numero Diez è il simbolo di tutti quei giocatori che, grazie alle loro magie e ai loro numeri irripetibili, hanno fatto innamorare milioni e milioni di tifosi sparsi per tutto il mondo. Non è da tutti scegliere questo numero, la pressione e il peso che porta è notevole, in quanto chi lo indossa decide di prendersi la responsabilità di guidare il proprio reparto offensivo. Il Sud America, in particolare Argentina e Brasile, è fertile terra per la nascita di questi talenti unici. Per la Seleção sovvengono i vari Pelè, Rivellino, Zico, Rivaldo, Ronaldinho, Neymar e molti altri; invece l’Albiceleste vanta, su tutti, Maradona e Messi. Questi due giganti inarrivabili, però, mettono spesso in ombra altri Diez argentini, come Mario Alberto Kempes, l’uomo della prima storica vittoria argentina di un Mondiale.

LA GIOVENTÙ

Kempes nasce il 15 luglio 1954 da una famiglia di umili origini a Bell Ville, città a 500 km da Buenos Aires, situata nella provincia di Cordoba. Il padre oltre che a svolgere il mestiere del carpentiere, fu anche un calciatore dilettantistico e, affascinato e colpito da ciò, il giovane Mario, all’età di 9 anni, iniziò a muovere i primi passi nel mondo del pallone. Il suo talento, nettamente superiore a quello degli altri ragazzini, è presto notato e, già a 13 anni, veste il rossoblù della più prestigiosa squadra locale, il Talleres de Bell Ville. Nel 1972 cambia casacca e si trasferisce all’Instituto di Cordoba. La cessione avvenne con un curioso retroscena, ovvero una scommessa tra i presidenti delle due squadre coinvolte, Tossolini del Talleres e il biancorosso Petraglia. Il primo, sicuro delle abilità del suo giovane talento, affermò: “Se alla prima amichevole non segna entro 15 minuti te lo cedo gratis, se invece segna entro i 15 minuti fissiamo un prezzo per il ragazzo”. Finale della storia? Kempes segnerà il primo dei suoi quattro gol in quella partita al 14’ e sarà ceduto per 3 milioni di pesos.

IN RAMPA DI LANCIO

Il palco offerto dall’Instituto, ormai, era troppo piccolo per Kempes, che stava diventando un importante attore della scena sudamericana e che, ben presto, avrebbe varcato le più importanti scene mondiali. Infatti, il soggiorno a Cordoba durò solo un anno e, finita la stagione 1972-1973, si trasferì al Rosario Central. Cambia la maglia, ma non cambia la sostanza. L’esordio arriva il 22 febbraio 1974 contro il Gimnasia la Plata e, in quella stagione, segna 25 volte nel Campionato Nacional, laureandosi capocannoniere della competizione. Kempes, con la sua velocità prorompente e il tiro devastante, incanta tutta l’Argentina, tanto da guadagnarsi il soprannome di El Matador. Nessuno non può non notare e restare indifferente di fronte alle sue prodezze, ha convinto tutti anche il CT Vladislao Cap, che decide di convocarlo per il Mondiale di quell’anno tenutosi in Germania Ovest. Il popolo argentino nutriva le migliori aspettative ed più che mai era colto da un gioioso fremito, dato che la propria nazionale non si qualificò all’edizione di Messico ‘70, non essendo andata oltre il pareggio contro il Perù di Cubillas.

Il girone 4 era formato da Argentina, Polonia, Italia e Haiti. L’inizio non è assolutamente dei migliori, infatti dopo appena 9 minuti gli europei conducono per 2 a 0. Invano l’Argentina tenterà di riaprire il match per 2 volte, di cui una grazie a un assist di Kempes in favore di Heredia. Il cammino dell’Albiceleste prosegue con un pareggio contro l’Italia per 1 a 1 e una schiacciante vittoria per 4 a 1 ai danni di Haiti, che consentono ai sudamericani di passare il girone come seconda. I pessimi presagi iniziali furono confermati dalla fase successiva, nella quale la squadra di Cap venne surclassata dalle rivali, ovvero Paesi Bassi, Brasile e Germania Ovest. Johan Cruijff e compagni impartirono una lezione di calcio; infatti, la partita terminò con un sonoro 4 a 0, dove i sudamericani, a stento, tirarono una sola volta verso la porta avversaria.

Le due partite seguenti mostrarono nuovamente l’assenza di gioco da parte dell’Argentina, che, però, riuscì almeno a totalizzare un risultato utile, ovvero il pareggio contro i tedeschi grazie alla magistrale prestazione del portiere Fillol e al gol di Houseman, nato da uno spunto di Kempes. Terminata l’infelice spedizione, furono apportati dei cambi, su tutti l’esonero del CT, ritenuto come il maggior colpevole della disfatta in Germania. Una volta tornato in patria, però, nella mente del Matador non balenava minimamente l’idea di abbattersi e continuò a trascinare il Rosario Central a suon di gol.

VALENCIA

Le prestazioni, i gol e il titolo di capocannoniere del Campionato Metropolitano del 1976 sono davanti agli occhi e sulla bocca di tutti. Chiunque veda giocare Kempes si innamora delle sue qualità e ne rimane stupito, in particolare a provare ciò è la leggenda Alfredo Di Stéfano, all’epoca allenatore del Valencia. Così, dopo 100 partite e 89 reti messe a segno per le Canallas (“canaglie”), vola in Europa, alla corte della storica leggenda del Real Madrid. Se il primo anno è più di ambientamento al calcio spagnolo, i seguenti sono il simbolo della definitiva consacrazione, Kempes, infatti, è il Pichichi (capocannoniere della Liga) del ‘77 e del ‘78. Nel 1979 trionfa in Coppa di Spagna e nel 1980 può finalmente vincere qualcosa a livello europeo con i Murcielagos (pipistrelli), ovvero la Coppa delle Coppe. La finale contro l’Arsenal si disputò a Bruxelles e terminò solo ai calci di rigore, scaturito da un punteggio rimasto fisso sullo 0 a 0 fino al 120’. Ad aprire la serie fu proprio Kempes, che, presa la solita rincorsa fino fuori dall’area, calciò con forza il pallone. Questa volta, però, il mancino non fu letale, infatti la traiettoria fu pressoché centrale e venne intercettata dal portiere dei Gunners, Patrick Jennings. Il Valencia, nonostante ciò, vinse l’incontro, grazie alle parate di Carlos Santiago Pereira su Brady e Rix. Questa vittoria comportò anche la possibilità di giocarsi un altro trofeo intercontinentale, ovvero la Supercoppa Europea. Gli spagnoli affrontarono nuovamente una squadra inglese, il Nottingham Forrest di Clough, e, come accaduto qualche mese prima, alzarono la coppa al cielo.

SULLA VETTA DEL MONDO

Le prime due stagioni in Spagna diedero occasione a Kempes di apprendere nuove tecniche e schemi, che gli servirono per migliorare fino a diventare un vero e proprio cecchino letale, come oggi è noto a noi tutti. Nonostante ciò, il palmarès era piuttosto scarno, in quanto aveva vinto diversi riconoscimenti individuali, ma neanche un trofeo. Nel 1978, però, l’occasione si presentò alla porta ed era troppo ghiotta per non essere sfruttata. In quell’anno, infatti, i Mondiali si sarebbero tenuti in Argentina. Con l’esonero di Cap nel ‘74, il ruolo di commissario tecnico fu affidato a César Luis Menotti, che rivoluzionò lo stile di gioco e spinse Kempes ad accettare il peso che tutti i bambini sognano: la maglia numero 10. Era iniziata una nuova era. I presupposti per fare bene e per arrivare in fondo alla competizione c’erano e, inoltre, l’Albiceleste non poteva permettersi di deludere nuovamente i tifosi, era in debito dopo l’esclusione di 8 anni prima e la pessima figura fatta in Germania. La strada non era in discesa, tutt’altro, infatti i padroni di casa furono sorteggiati nel girone con Ungheria, Francia e Italia.

In queste prime tre partite Kempes non lascia il segno come previsto, le discrete prestazioni, complici anche le avversarie, non gli permettono di esprimere quanto gli era nelle corde. Dopo le prime due vittorie, entrambe per 2 a 1, contro Ungheria e Francia, a far vacillare le sicurezze degli argentini furono gli Azzurri, che trionfarono grazie alla rete di Bettega. Con 4 punti totalizzati, l’Argentina passò come seconda e fu sorteggiata nel secondo girone con Polonia, Brasile e Perù. Ora le cose erano serie, era giunta la fase finale, le ultime tre partite che avrebbero deciso chi si sarebbe giocato la partita valida per l’assegnazione del trofeo tanto bramato. La prima partita era contro l’unica nazionale europea, la Polonia di Boniek e Lato. In questa partita Kempes confermò il motivo del suo soprannome, 2 reti segnate, la prima al 16’ e la seconda al 72’; decisivo anche il rigore parato a Denya da parte di Fillol. I fantasmi del passato, della sconfitta per 3 a 2 della passata edizione erano scacciati e ora l’Albiceleste era pronta ad affrontare i rivali di sempre i Verdeoro, che avevano già vinto la competizione per 3 volte. La partita terminò a reti bianche, il passaggio del turno era ancora conteso tra tre nazioni, Argentina, Brasile e Polonia, ma solo una avrebbe potuto avanzare fino alla finale. Le due sudamericane erano entrambe a quota 3 e, nel caso avessero vinto entrambe, il passaggio del turno sarebbe dipeso dagli scontri diretti, invece le Aquile bianche dovevano battere la Seleção e sperare in un miracolo da parte del Perù. La nazionale di Menotti, però, non avvertì alcun tipo di pressione in quella partita, e uscì vittoriosa dal campo con il risultato di 6 a 0, grazie alle doppiette di Kempes e Luque e ai gol di Tarantini e Houseman.

L’ultima squadra da battere per aggiudicarsi il titolo erano i Paesi Bassi. Gli Oranje che nell’ultima edizione avevano annichilito la nazionale argentina, rifilandole un sonoro 4 a 0. Il Monumental, con spalti gremiti di tifosi muniti di striscioni, bandiere e coriandoli, è la cornice designata a offrire un match che farà la storia del calcio. Verso la fine del primo tempo, Kempes mette a segno la sua quinta rete nel torneo, in seguito a una veloce incursione nell’area di rigore avversaria. Nel secondo tempo la partita va verso un’unica direzione, l’Olanda domina in lungo e in largo, tantoché trova la via del gol grazie al colpo di testa del subentrato Dick Nanninga all’81’ e, 9 minuti più tardi, colpisce il palo, sfiorando una  clamorosa vittoria in extremis. I supplementari decideranno chi, per la prima volta nella sua storia, sarà campione del mondo. Nei supplementari non succede nulla di eclatante, fino al 105’, quando una mischia favorisce Kempes che scaraventa il pallone in fondo alla rete. Gli argentini archiviano definitivamente la pratica al 115’, grazie alla rete di Bertoni, servito dal Diez. Il capitano Daniel Passarella può alzare la coppa al cielo davanti ai suoi connazionali, che non possono più contenere la gioia e, in un clima patriottico, abbandonano i pensieri legati alle sofferenze patite per festeggiare.

GLI ULTIMI ANNI

Nel 1981, lascia la Spagna e torna in Argentina, al River Plate, dove giocherà nello stadio che 3 anni prima gli ha regalato il trofeo più importante. Coi Millonarios vince il Campionato Nacional, interrompendo l’egemonia del Boca Juniors di Maradona. Terminata la stagione in Argentina, gli infortuni iniziano a colpire ripetutamente Kempes, che, di conseguenza, non riesce a essere incisivo come un tempo. A causa dei problemi finanziari del club argentino, torna in Spagna per 4 anni, 2 anni al Valencia, diventata squadra da metà classifica, e gli altri 2 all’Hércules, neopromossa in Liga. Partecipa, senza particolari alti, anche a Spagna ‘82, con la maglia numero 11, in quanto, di sua volontà, aveva consegnato la Diez a Diego Armando Maradona. In seguito alla retrocessione dell’Hércules, milita in diversi club austriaci: il First Vienna, il St. Pölten e, infine, il Kremser. Dice addio al calcio 3 volte. La prima nel 1993 con un’amichevole tra Valencia e PSV e nel ‘95 gioca, sempre un’amichevole, tra Rosario Central e Newell’s Old Boys. Il ritiro definitivo avviene l’anno seguente, nel 1996, a 42 anni, quando ricopriva il ruolo di allenatore-giocatore per il Pelita Jaya, in Indonesia. Appesi gli scarpini al chiodo, intraprende in un primo momento la via dell’allenatore e, in seguito, quella del commentatore sportivo.

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Alla Ricerca del Diez

Chi è Zeno Debast, il nuovo talento belga scuola Anderlecht

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CHI È ZENO DEBAST, IL NUOVO TALENTO BELGA SCUOLA ANDERLECHT, con già 21 partite con la prima squadra dei biancomalva. Zeno Debast, classe 2003, è nato e cresciuto tra le fila del club dell’omonima città e si è conquistato col tempo il suo spazio. La nazionale del Belgio ha messo nel mirino la manifestazione mondiale in Qatar nel 2022, consapevole che potrebbe essere “l’ultimo ballo” di una generazione di calciatori. Da Lukaku ad Hazard, da De Bruyne a Mertens. Tra queste colonne portanti, sbucano anche alcune nuove leve, che si propongono di ricevere l’eredità di questi campioni.

Zeno Debast potrebbe essere una di queste nuove leve. A soli 18 anni è passato dall’essere una brillante promessa ad una solida certezza del suo club. Sotto la guida di Felice Mazzù, un tecnico che ha dimostrato di saper valorizzare i giovani, può continuare a crescere e migliorare.

Roger Martinez, c.t. dei Diavoli Rossi, ha deciso di dargli fiducia, dopo l’ottimo inizio di stagione. E ieri, nella sfida di Nations League contro il Galles, Debast è sceso in campo dal 1′ nella linea a tre di difesa, completando il terzetto con Alderweireld e Vertonghen. Per lui si è trattato dell’esordio assoluto con la nazionale maggiore.

CONOSCIAMOLO MEGLIO

Zeno Debast è un solido difensore, dal fisico slanciato, rapido e agile, seppur con una muscolarità ancora da sviluppare. Con l’Anderlecht gioca nel ruolo di difensore centrale: più frequentemente braccetto di destra nella linea a tre; anche se a volte come centro-destra in una difesa a quattro. In fase difensiva garantisce buona copertura, ottime abilità in marcatura sull’uomo, garanzie sul gioco aereo ed una presenza fisica importante. Si destreggia anche in fase offensiva, dove sfrutta le sue grandi abilità per via aere, fungendo da minaccia per i portieri avversari.

Tuttavia il suo punto di forza rimane indubbiamente la sua abilità palla al piede. Difensore centrale con indole da regista e tocco educato, è un ottimo fulcro sul quale poggiarsi per imbastire la manovra e possiede grandi abilità di passaggio, sia nel lungo che nel corto. Ambidestro naturale, spesso è lui l’uomo designato ai calci piazzati, quando gioca nell’Anderlecht. Una scelta saggia, se si pensa che sui corner il club rinuncia ad un ottimo colpitore come lui. Talvolta, è stato anche utilizzato come centrocampista difensivo davanti alla difesa, con ruolo di regia.

Deve sicuramente migliorare dal punto di vista delle letture preventive e nella prestanza fisica, che non gli garantisce ancora sicurezze nei duelli spalla contro spalla o nei contrasti fisici. Ma a 18 anni, l’impressione è che sia sulla strada giusta per fare bene.

PROSPETTIVE FUTURE

L’Anderlecht, ma in generale l’intera Jupiler Pro League, è una vera e propria fucina di talenti per i maggiori campionati europei. Tra le fila dei biancomalva sono cresciuti alcuni dei più grandi calciatori belga della storia. E, negli ultimi anni, il club non disdegna neanche le giovani promesse estere, da coccolare e far crescere, arricchendosi. Basti vedere che la squadra di Mazzù in attacco ha due delle maggiori promesse classe 2002: l’italiano Sebastiano Esposito ed il portoghese Fabio Silva.

Zeno Debast potrebbe essere l’ultimo nome sulla lista dei talenti costruiti dall’accademia della squadra belga. Le prospettive, almeno in queste prime uscite in stagione da protagonista, conducono verso quella strada. L’Anderlecht vorrà, comprensibilmente, tenerlo per sè ancora per un po’. Anche perchè finora, Debast ha fatto vedere ottime prospettive e larghi margini di miglioramento, ma niente di concreto. Sembra, dunque, difficile che a fine anno possa arrivare già una sostanziosa offerta da parte di una squadra più quotata.

Tuttavia, se da qui a 18 o 24 mesi Debast dovesse confermare quanto di buono promette, trattenerlo in Belgio sarebbe difficile. Sia perchè, come detto, spesso il campionato belga funge da rampa di lancio per i giovani talenti. Sia perchè, probabilmente, sarebbe lo stesso Anderlecht a lasciarlo andar via, seppur a malincuore, incassando una lauta cifra, da reinvestire.

La duttilità tattica di Debast lo pone come un ottimo profilo per una squadra che propone un calcio cosciente e ragionato. Nei cui schemi tattici, il classe 2003 possa essere un protagonista di primo livello.

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