Il demone, nella cultura e nella filosofia greca, è colui che si pone in mezzo alla divinità e all’essere umano, è una sorta di intermediario tra le due dimensioni. In altri contesti è quella potenziale forma divina che il cielo ha rifiutato, e ha deciso di lasciar basculare tra il cielo e la terra, a tal punto che la tradizione letteraria e poetica ricollega addirittura il demone a un qualcosa di simile al diavolo. Nel calcio ci sono state molte figure che hanno portato il pubblico a sfiorare l’estasi – sportivamente parlando – attraverso le loro giocate e le loro meraviglie con un pallone tra i piedi, ma sono tantissime quelle che sono state frenate dai demoni della vita extracalcistica. Uno su tutti è il brillante della Romania, Adrian Mutu.

Fonte: profilo Instagram @adrian10mutu

IL TALENTO RUMENO CHE CONQUISTA L’ITALIA

Nasce a Calinesti l’8 gennaio del 1979, e di lì a poco diventerà uno dei calciatori più forti della storia del suo paese. Una carriera nata ed esplosa nel giro di pochi anni in Romania, dove in tre anni tra Arges Pitesti e Dinamo Bucarest dà immediatamente dimostrazione che il calcio di casa è veramente troppo poco per lui. Segna 33 gol in 74 partite ed ha soltanto 20 anni quando le grandi squadre iniziano ad osservarlo, mentre muove i primi passi (da gigante) nel campionato rumeno: è immediata l’offerta di Massimo Moratti, che nel 2000 vuole non solo comprare i migliori giocatori del mondo ma è seriamente intenzionato a costruire anche la squadra del futuro. L’Inter acquista Mutu nel gennaio del 2000, dove il giovane Adrian inizia un periodo di apprendistato ma costellato da pochi lampi e altrettante presenze: segna due reti in Coppa Italia, ma le 10 partite giocate sono poche per mettersi in mostra. Per questo verrà girato in comproprietà all’Hellas Verona.

Ronaldo, Zamorano, Vieri, Recoba, Baggio. Ecco perché Mutu trovò poco spazio all’Inter. (Fonte: profilo Instagram @adrian10mutu)

Il primo anno all’Hellas prende le misure e segna 4 gol, la squadra gioca bene e il ragazzo ha modo di crescere, mentre nella seconda stagione l’esplosione di Mutu è evidente, ma non basta per salvare la squadra da un’amara retrocessione: il Verona torna in Serie B, ma Adrian Mutu sta finalmente diventando quel giocatore di estro e qualità che all’Inter tutti aspettavano. Ovviamente il rumeno non può rallentare il suo processo di crescita scendendo di categoria con l’Hellas, e per questo verrà ceduto ad una squadra ambiziosa che ha appena ingaggiato un allenatore che sta dimostrando di essere un amante del bel gioco e capace di crescere i giovani in maniera brillante: il Parma di Cesare Prandelli.

Il tecnico di Orzinuovi ha sempre dimostrato nell’arco della sua carriera da allenatore una dote umana fuori dal comune, ma il rapporto che Prandelli ha avuto con Adrian Mutu è un qualcosa di speciale: lo ha cresciuto, lo ha allevato, lo ha coccolato in diverse fasi della sua carriera, e non è un caso che il rumeno abbia sempre raggiunto i picchi di forma più alti sotto la sua gestione. A cominciare dalla sua (unica) stagione in gialloblu. A Parma nessuno dimentica quella meravigliosa annata, il 2002-03, dove la squadra giocò un calcio brillante e incantò tutta Italia grazie ad una coppia d’attacco che per certi versi è perfetta per definire il concetto sopracitato di “talento con demoni”: come seconda punta agisce Adrian Mutu, che parte leggermente defilato a sinistra per cercare parabole che sembrano tanto arcobaleni col suo destro vellutato, mentre in mezzo all’area gioca il bulldozer brasiliano, quell’Adriano che di lì a poco sarebbe diventato “Imperatore”, ma anche la carriera di quel potenziale fenomeno – raramente si sono visti insieme fisico imponente, tecnica brasiliana e velocità supersonica in uno stesso attaccante – fu frenata da una situazione extracalcistica più grande di lui.

La coppia è un misto di tecnica e potenza allo stato puro, un qualcosa che in Emilia non rivedranno più: Mutu in 31 partite segna 18 gol, il Parma arriva 5° ad un passo dalla qualificazione ai preliminari di Champions, ma ormai in Europa tutti si sono accorti di una cosa: Adrian Mutu è diventato grande, ed è pronto al grande salto.

Il talento prima delle cadute nel baratro. (Fonte: profilo Instagram @nc_spor)

LONDON CALLING: IL PRIMO DEMONE

Il Chelsea è stato acquistato dal magnate russo Roman Abramovich, che dall’alto del suo fatturato decide di rendere una delle squadre più glamour di Inghilterra in una fabbrica di campioni: Mutu fa parte di questa ristretta cerchia, e viene acquistato dai blues per quasi 20 milioni di euro, e per il mercato dei primi anni 2000 è un’enormità. La sua avventura in Premier League inizia come era finita in Italia: nelle prime 4 partite fa faville e segna 3 gol, ma il carattere sbarazzino e la voglia di divertirsi fuori dal campo portano immediatamente il fuoriclasse rumeno a prendere la strada sbagliata.

“Era veramente facile sbagliare. Ero molto famoso, a Londra tutti mi trattavano come un re, ed io sono stato un ingenuo, un pollo”. 

La squadra gioca bene ed arriva addirittura in semifinale di Champions League (uscirà contro il Monaco che verrà sconfitto in finale dal Porto di José Mourinho e Deco), ma il rendimento di Mutu cala: solo 6 i gol a fine anno più uno in Champions per il rumeno, che incontra le prime difficoltà; è giovane, ingenuo e in un mondo molto più grande di Bucarest, Verona o Parma. Londra lo inghiottisce, e Mutu non fa niente per sfuggire al suo amaro destino. Dopo due partite della seconda stagione al Chelsea viene trovato positivo alla cocaina, e nel 2004 viene squalificato. Il Chelsea lo licenzia, lo abbandona a sé stesso, e Mutu incontra il primo demone della sua carriera, un’etichetta che faticherà a togliersi, cercando inizialmente solitudine e successivamente tentando di ritrovare la forma con la squadra che lo aveva lanciato, la Dinamo Bucarest.

“Non è stato giusto lasciarmi da solo: il problema non era del calciatore Mutu, ma dell’uomo Adrian”.

In seguito Mutu dichiarerà che l’annata in Inghilterra non fu affatto semplice: aveva avuto un figlio dalla prima moglie, con la quale si era separato, viveva da solo a Londra pur non conoscendo a sufficienza la lingua e la cultura che lo circondava, motivo per il quale è caduto in molte trappole.

Dalle (e tra le) stelle alle stalle, nel giro di un anno. (Fonte: Transfermarkt Adrian Mutu)

RITORNO A CASA

Mutu si allena e aspetta il termine della squalifica, è ancora giovane ed ha tempo di rifarsi. La grande Juventus di Capello, piena di campioni e di talenti, non si fa sfuggire l’affare e lo tessera immediatamente nel gennaio 2005, ma lo lascia in prestito al Livorno poiché non ha sufficienti posti da extracomunitario. Ancora squalificato, non disputa neanche un minuto con la maglia dei labronici, mentre rientra alla Juventus nella stagione successiva, giocando soltanto uno scampolo dell’ultima partita del campionato 2004/05.

Il 2006 è l’anno che tutti quanti ricorderanno per l’uscita dello scandalo Calciopoli. Adrian Mutu fa parte della rosa che vinse quello Scudetto – poi revocato ai bianconeri – e sebbene sia solo un gregario riesce a fare la sua parte; nel 4-4-2 di Capello si ricicla come esterno sinistro di centrocampo, utile soprattutto a gara in corso nelle partite in cui non si riesce a sbloccare il risultato, grazie al suo estro e alle sue spiccate doti offensive: 7 gol in 33 partite per il rumeno, che dà il suo contributo per la vittoria di Del Piero, Trezeguet, Ibrahimovic e compagnia bella.

Lo scandalo di Calciopoli però smembra la spaziale rosa dei bianconeri, e lo stesso Mutu non crede sia utile alla sua consacrazione una discesa in Serie B. Ancora non si è rivisto il Mutu di Parma o dei primi mesi al Chelsea, quindi a puntare su di lui deve essere qualcuno che lo conosce bene e che può riportarlo a quei livelli. Pantaleo Corvino fa l’offerta, la Juventus avverte il giocatore, Mutu sente di nuovo odore di “casa”: la Fiorentina di Cesare Prandelli ha acquistato l’asso rumeno, e qui inizia una folle storia d’amore tra Firenze e “il Fenomeno”.

L’allievo ed il maestro. (Fonte: profilo Instagram @adrian10mutu)

GOL, AMORE ED INCHINI

Patria di grandi numeri 10, Firenze accoglie a braccia aperte l’arrivo di Adrian Mutu. Una città che ha visto l’intera carriera di Giancarlo Antognoni, ha ammirato i primi bagliori di Roberto Baggio e ha seguito i primi traccianti illuminanti di Manuel Rui Costa, non aspettava altro che l’ennesimo diamante da tenere stretto per le mani. Mutu si fa aspettare ed illumina immediatamente l’Artemio Franchi: la prima stagione è quella del -15 post Calciopoli, nella quale la Fiorentina senza penalizzazione sarebbe arrivata 3° in classifica, ma dovrà accontentarsi di un posto in Coppa UEFA. Mutu segna e sforna assist a raffica, diventa il perfetto compagno d’attacco di Luca Toni, al quale offrirà tanti cioccolatini da scartare, senza dimenticarsi come si butta il pallone in rete; 16 i gol, che vengono festeggiati con un inchino sotto la Curva Fiesole, la stessa che lo ammira definendolo “il Fenomeno”. I grandi quotidiani lo mettono in testa alla classifica dei calciatori di A per rendimento, e la Fiorentina ne trae solo benefici.

Nella seconda stagione non c’è più Toni al suo fianco, partito per la Baviera, ma il giovane Pazzini: l’attuale attaccante del Verona non riesce ad essere pungente sotto porta come il suo predecessore, ma il lavoro sporco e le sue spizzate permettono a Mutu di essere ancora più efficace in fase di realizzazione; il rumeno ne segna 17 nel 2007/08, ed è protagonista assoluto in Coppa UEFA: 6 i gol in Europa, in una cavalcata che porta la Fiorentina ad un passo dalla finale, tolta soltanto dal catenaccio sfrenato dei Rangers di Glasgow e da una maledetta lotteria dei rigori. Il suo masterpiece è la doppietta al PSV Eindhoven nella partita di ritorno dei quarti di finale. Pura poesia per chi ama i colori viola, sbalorditivo per chi ama il calcio il gol del parziale 0-1.

Mutu ha conquistato Firenze, si trova in una situazione che lo rende una vera e propria divinità calcistica, i tifosi viola sono dei veri e propri profeti che ne venerano le giocate e lo seguono ovunque vada, perché quella Fiorentina guidata dal 10 rumeno raggiunse vette che al giorno d’oggi paiono impossibili. Eppure, altri demoni si sono frapposti sul cammino di Brillantul.

Firenze mi ha amato più della Romania. Ho dato il meglio di me, ho trovato la maturità calcistica e tantissime persone speciali. Sono stato riconosciuto come il miglior attaccante dopo Batistuta, ringrazierò sempre i tifosi viola, un popolo caldo, affettuoso ma soprattutto rispettoso, che non mi ha mai impedito di andare in giro per la città o nei ristoranti”. 

 

La divinità tra i suoi profeti. (Fonte: profilo Instagram @adrian10mutu)

I DEMONI E UN FINALE TORMENTATO

Don’t get too close, it’s dark inside, it’s where my demons hide. Cantavano così qualche anno fa gli Imagine Dragons, parlando di dove si nascondono i più grandi demoni delle persone. Adrian Mutu è stato segnato da situazioni che lo hanno portato a non raggiungere le vette che il suo talento meritava, e dal 2008-09 inizia la caduta del dio.

Spalletti, allenatore della Roma, vuole un giocatore forte che sostituisca Mancini – andato all’Inter – per competere seriamente in campionato, e punta tutto su Adrian Mutu. Il primo a volerlo a Trigoria è Francesco Totti, che lo conosce e lo lavora bene in alcuni colloqui durante le vacanze estive, e si dichiarò addirittura disposto “a mettere quel milione in più”, affinché Daniele Pradè lo portasse a Roma. Mutu tentenna, Corvino riceve l’offerta di 20 milioni dalla Roma e il giocatore è praticamente ceduto ai giallorossi. A San Piero a Sieve, sede della seconda parte del ritiro della Fiorentina, si è sparsa la voce, e Mutu durante l’allenamento viene subissato di fischi come il peggiore dei traditori. Firenze si sente abbandonata dal suo Fenomeno, quel giocatore che dopo anni li aveva riportati in Champions League. Mutu è ferito, e a prendere le difese – ancora una volta – del ragazzo è Cesare Prandelli: parla con la società, parla col ragazzo, cerca in tutti modi di non lasciarlo andare. Minaccia addirittura le dimissioni, e questo gesto forte quanto poco costruttivo (secondo la società) convince i vertici viola ma soprattutto il numero 10: il 23 luglio del 2009 la Fiorentina dichiara che “Mutu è e resterà un giocatore viola”.

Sembra l’inizio di una nuova storia d’amore, ma il tanto amato Adrian cade in un vortice che lo porta a non essere più il Fenomeno dei primi due anni: gli infortuni lo iniziano a colpire in continuazione (gomito e ginocchio su tutti), Firenze inizia ad innamorarsi del nuovo gioiellino che gioca nel suo stesso ruolo quando Mutu è infortunato, quello Stevan Jovetic che da anni lotta con delle ginocchia poco resistenti, ma soprattutto sono due le botte che fanno tentennare il rumeno. La prima è la multa inflitta dalla FIFA per la causa legata alla squalifica per uso di cocaina e alla rottura del contratto col Chelsea, 17 milioni di euro che lo rendono il giocatore punito in maniera più pesante dal maggior vertice calcistico. La seconda avviene nel 2009-10, quando a gennaio viene squalificato per 9 mesi per aver fatto uso di sibutramina, uno stimolante che annulla gli effetti della fame. Nel mezzo, qualche gol e qualche grande prestazione, come quella tripletta contro il Genoa di Gasperini che sancì nei minuti di recupero il 3-3 finale (3-0 per il Genoa a mezz’ora dalla fine), regalando ai viola un punto che a fine anno significò Champions League, proprio a discapito dei rossoblu.

Prandelli prima e Mihajlovic poi proveranno a coccolarselo ancora, a farlo sentire quel grande giocatore che Firenze ha ammirato per quasi 3 anni, ma alcune polemiche – venne messo fuori rosa per un mese per aver lasciato un allenamento – e un rendimento troppo altalenante lo portarono a lasciare la Fiorentina senza troppi dolori. L’unico lieto fine è legato alla partita col Catania alla sua ultima stagione, che sancì la pace tra il Fenomeno e la Curva Fiesole, che accettò definitivamente la sua vita simil montagna russa dopo una doppietta ricambiata con l’inchino che da tempo mancava.

Amore, odio, e ancora amore. (Fonte: profilo Instagram @adrian10mutu)

UNA FINE NELL’OMBRA

Lasciare Firenze a 32 anni è un colpo duro per l’ormai esperto Adrian, che decide di tentare la sorte rimanendo in Italia: ci punta il Cesena, che retrocederà comunque nonostante i suoi 8 gol, lo stesso farà l’Ajaccio in Francia, che lo convince a tentare una nuova avventura all’estero, e nonostante i suoi 11 gol dimostrino che Mutu è pur sempre un giocatore sopra gli standard, verrà ceduto nel gennaio 2014 perché troppo caro per le casse della società corsa. Torna prima in Romania al Petrolul Ploiesti, poi passerà una stagione al Pune City nell’annata di furore del calcio indiano (nel 2015 diverse ex stelle scelsero l’avventura in India), mentre chiuderà la carriera al Targu Mures, di nuovo nel campionato rumeno, dove tutto era iniziato.

Su e giù, un continuo tra alti e bassi e la certezza di non aver portato a casa quanto il talento gli avrebbe potuto concedere. Mutu ha avuto una carriera altisonante, con i club e con la nazionale, dove è sempre stato il numero 10 per eccellenza e leader tecnico del suo popolo, sebbene più volte abbia avuto screzi con CT e federazione. E nonostante questo è riuscito ad essere il capocannoniere a pari merito con Gheorghe Hagi (35 gol). Mutu ha sempre dato l’impressione, dietro quello sguardo tagliente e allo stesso tempo sbarazzino, di non essere mai stato realmente consapevole delle sue qualità, come se si fosse adagiato su ciò che gli accadeva, senza rendersi conto di quanto in più avrebbe potuto ottenere con una vita più tranquilla. Ma l’orgoglio di Adrian Mutu non ha mai voluto mostrare il lato consapevole e quei rimorsi che potrebbe avere un calciatore con quelle qualità, ma oggi, con la serenità e la maturità acquisita negli anni, sa quello che avrebbe potuto raggiungere.

“Nel 2004 ero convinto di poter vincere il Pallone d’Oro. Ero nella top 10 dell’epoca, non mi sentivo secondo a nessuno. Non so cosa sarebbe successo se non avessi avuto tutti quei problemi, ma non mi pento di niente: oggi sono quello che sono perché ho fatto quello che ho fatto, ho pagato i miei errori e non posso avere rimpianti”. 

Mutu sul campo non ha mai abbattuto del tutto i demoni che ne hanno frenato la carriera, ma oggi è diventato CT della Nazionale U-21 della Romania: forse la scelta è ponderata, la volontà pare essere quella di voler insegnare ai giovani come non cadere nei tranelli della vita da calciatore, cercando quantomeno di schivare i demoni, specialmente quelli che non puoi abbattere. 

 

Fonte immagine di copertina: profilo Instagram @adrian10mutu