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Ajax, la costruzione del talento

Nel calcio serve bravura e disciplina (…) lo sport si gioca con la testa, le gambe si usano semplicemente per correre. 

Parole di Sua Maestà Johan Cruyff. Un uomo che ha rivoluzionato il calcio, prima da calciatore e poi da allenatore, perchè capace di sconvolgere il mondo del pallone prima con i suoi piedi e successivamente con la testa. Un uomo – ancor prima che calciatore – che ha formato con le sue idee quella che attualmente è la società che meglio organizza il lavoro giovanile in prospettiva prima squadra, il Barcellona, ma che si è costruito principalmente nella squadra che l’ha visto nascere, crescere e poi definitivamente sbocciare: l’Ajax di Amsterdam.

Tra gli anni ’60 e ’70, Amsterdam era una città libertina, una delle poche capaci di mischiare la propria magia che scorreva nei canali, la cultura dei grandi artisti fiamminghi e olandesi, con la massima apertura mentale, sociale e di conseguenza anche culturale; e non è assolutamente un caso che in quegli anni sia nato quello che tutti conosciamo come “calcio totale”, in lingua autoctona totaalvoetbal, un concetto del gioco del pallone che sviluppa il singolo in funzione del bene collettivo, capace di far emergere le qualità dei giocatori soltanto attraverso un unicuum di movimenti sul campo, e di intenti nell’arco di tutta la stagione. Il calcio come quotidianità, dove una mentalità larga ed aperta a livello sociale permette l’evoluzione calcistica di un insieme, di un gruppo, e non dei singoli interpreti.

L’Ajax è sempre stato un melting pot culturale-calcistico, dove i talenti olandesi e – con l’apertura all’estero del mercato – stranieri si sono mischiati, conosciuti e costruiti insieme, dando vita ad una serie di squadre che, indipendentemente dai risultati, portavano con sé una filosofia comune: crescere giocando a calcio.

TOTAALVOETBAL, CRUYFF E MICHELS

Come detto, nella seconda metà degli anni ’60 nacque il celebre calcio totale, quello creato e assemblato da Rinus Michels, grande artefice di quello che verrà ricordato come il Gloria Ajax. Michels è stato l’uomo che ha plasmato Johan Cruyff e altri grandi giocatori dell’Olanda che fece faville nei mondiali del 1974 e del 1978, come Krol, Neeskens, Blankenburg e via dicendo.

In un paese dove si alternavano la nascente beat generation, la prima cultura hippie europea, mista alla ormai radicata mentalità calvinista, rimasta bloccata al XVII secolo, non c’è da sorprendersi se sia sorto anche soltanto a livello sportivo una corrente calcistica così innovativa. Dove due culture così agli antipodi si scontrano, viene fuori quasi naturalmente un qualcosa che colpisce il tessuto sociale e, nel caso specifico, calcistico.

Nel vecchio De Meer – lo stadio dei grandi trionfi degli ajacidi – Michels riuscì a creare una macchina perfetta capace di portare a casa nell’ordine 4 campionati olandesi, 3 coppe d’Olanda e una Coppa dei Campioni, elevando l’Ajax a squadra più affascinante, emozionante e vincente degli anni a cavallo tra il 1960 e il 1970. Un 4-3-3 basato sul lavoro collettivo, dove le 5 linee di giocatori (le stesse che riproporrà, in chiave più moderna, lo stesso Cruyff da allenatore) si muovono come un moto perpetuo, con i giocatori che collaborano in maniera ossessiva: gli attaccanti difendono, i centrocampisti costruiscono ed intercettano, i difensori spingono e si propongono, ed il portiere diventa per la prima volta un vero e proprio playmaker arretrato. Il calcio di quegli anni subisce una vera e propria rivoluzione, dove Michels è l’artefice (per questo verrà poi chiamato ad allenare il Barcellona e la nazionale olandese) e Cruyff l’interprete simbolo di un movimento, l’uomo copertina di quello che è un vero e proprio partito calcistico.

“L’arte di essere olandese consiste nel trasformare la vulnerabilità in una superiorità morale. E questo senso di moralità è talmente forte che non è così importante perdere o vincere”.

Sono parole applicate da Paul Scheffer a quello che è il suo campo di studio, la politica. Ma quest’ottica totalmente olandese calza a pennello anche nel concetto di calcio sviluppatosi in quegli anni, dove poco importa se i risultati arriveranno o meno, ma ciò che conta è quello che si propone e come si propone. La prestazione viene prima del risultato, dato che quest’ultimo è colui che rimarrà negli almanacchi e sulla carta stampata, mentre un calcio moderno, affascinante, folgorante, è quello che si fisserà nella memoria di colui che ha potuto godere di tale spettacolo.

Il calcio ad Amsterdam, come detto, non si sviluppa. Fiorisce. Proprio come i tulipani delle campagne circostanti alla capitale olandese, come il Bloemenmarkt che colora i grigi canali nei giorni autunnali, lo stesso hanno sempre fatto quelle maglie biancorosse dei lancieri.

E se il calcio moderno ha costretto società gloriose non appartenenti ai campionati top europei a basarsi sui settori giovanili e sugli investimenti a basso prezzo su talenti sconosciuti (da rivendere poi a miglior prezzo alle big), l’Ajax ha scelto di non adeguarsi alle volontà di un movimento calcistico sempre più legato al denaro, coltivando i suoi giocatori innanzitutto come esseri umani prima che calciatori, insegnando loro cosa significa far parte della famiglia dei lancieri, come il calcio possa essere sinonimo di aggregazione, sacrificio per le persone che ti stanno accanto, rispettando gloria e passato del club.

Possono uscire i craques del calcio mondiale o qualche giocatore che finirà in qualche serie inferiore, ma l’uomo cresciuto nelle giovanili dell’Ajax ha sempre qualcosa in più da portarsi nel bagaglio personale. Come uomo prima di tutto.

WELKOM OP DE TOEKOMST

Tradotto, benvenuti al futuro. Un messaggio chiaro e semplice, posto all’entrata del centro sportivo giovanile, per far capire che la linfa vitale dell’Ajax nasce proprio dal lavoro svolto per coloro che faranno parte del futuro dei biancorossi, e per mostrare come in tale gestione gli olandesi siano sempre un passo avanti.

La crescita dei giovani lancieri è costruita su basi solide quali cultura, studio, maturazione sia in campo calcistico che in campo scolastico: i ragazzini che fanno parte delle giovanili ajacidi hanno il dovere di portare avanti i propri studi e con risultati dignitosi, vengono seguiti da professori che lavorano all’interno della società, così da favorire non solo l’integrazione nel calcio che conta, ma anche un tasso di cultura elevato che formi la mente dei giovani talenti. La crescita è controllata sotto ogni punto di vista, si vive in un ambiente sano a 360°, dove c’è chi vive nelle case-famiglia formate dalla società o, per chi vive nei dintorni di Amsterdam, dove ci sarà sempre un pulmino pronto a fare avanti e indietro per permettere a tutti di raggiungere in tempo il centro sportivo.

C’è sempre spazio anche per la storia, sia quella che si legge sui libri che per quella visibile con almanacchi o video online. In ogni stanza del de Toekomst ci sono le foto delle leggende che hanno portato la gloria all’Ajax, così per ricordare che anche i più grandi hanno raggiunto l’apice passando per un percorso formativo completo; ovviamente, poi, c’è l’ambito puramente calcistico che porta questi ragazzi ad emergere in quantità industriale: il lavoro è riassumibile in una sigla, cioè TIPS. Technique, Insight, Personality, Speed, ossia tecnica, intuizione, personalità e velocità. A calcio si gioca con la testa, quindi la personalità e l’intuizione vengono costruite curando ogni minimo dettaglio, da quello caratteriale a quello meramente sportivo, mentre tecnica e velocità vengono “allevate” sul campo, cercando di far collimare due elementi basici del calcio, proprio come diceva Johan Cruyff.

Si lavora quasi esclusivamente sul 4-3-3 – ancora la mano del leggendario numero 14 – così da avere giovani talenti già pronti a livello tattico, che sia per un under 19 o per la Champions League. Proprio la Champions è il palcoscenico che ha reso celebre l’Ajax in tutto il globo terrestre, perchè anche negli anni ’90 gli olandesi sono stati capaci di trionfare a livello continentale: nel ’95, contro la Juventus, l’Ajax di Louis Van Gaal vince schierando addirittura 9 giocatori autoctoni su 11, gente del calibro di Van der Sar, Seedorf, Bergkamp i gemelli De Boer, Davids, Rijkaard, Blind (padre dell’attuale centrale dei lancieri), Overmars e Patrick Kluivert, ai quali si aggiungevano le lunghe leve di Nwankwo Kanu e la rapidità di Finidi George (entrambi nigeriani), e la classe cristallina del più grande giocatore finlandese della storia, Jari Litmanen.

Anche nella stagione successiva arrivano ad un passo da uno storico double, ma la Champions dell’Olimpico la vincerà la Juventus, in un remake della finale dell’anno precedente che si concluderà ai calci di rigore.

Oggi i ragazzini terribili di Erik ten Hag sono di nuovo una generazione d’oro, che arriva dopo il gruppo che ha visto emergere Wesley Sneijder e Zlatan Ibrahimovic prima, e Klaas Jan Huntelaar e Luis Suarez poi. Gente cresciuta proprio in casa, da De Ligt e De Jong, passando da Ziyech, Dolberg e Van de Beek. Grazie a questo modo di lavorare, l’Ajax si è permesso di passeggiare al Bernabeu di Madrid, giocando in maniera screanzata e sbarazzina, con ritmo, qualità e quel pizzico di follia che serve ad una squadra giovane.

Sono gli stessi principi di gioco che vanno avanti da 50 anni a questa parte, lo stesso spirito che viene tramandato da decenni. Sia ben chiaro, questo non significa che in casa Ajax non esista la parola rinnovamento, anzi: ad Amsterdam si cercano sempre nuove metodologie di lavoro sul campo e fuori, si cerca di portare a nuovi livelli la gestione del rapporto umano con il giovane, mettendolo alla prova anche in altre discipline sportive (tipo le arti marziali) e non solo. Futuro è la parola chiave per la crescita di una società gloriosa come quella dei lancieri, ma per costruire un domani migliore dobbiamo sempre ricordarsi del buono e del meno buono che appartiene al passato, cercando di trarne beneficio prima di tutto per il presente.

Mettere in difficoltà anche la Juventus del mitologico Cristiano Ronaldo sembra un’impresa impossibile, ma nella città dove si uniscono modi di pensare e culture apparentemente agli antipodi, sognare un altro miracolo non è certo così folle.  

 

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