Da qualche giorno ormai circola in orbita Ajax un nome. Che buttato lì, senza pensarci, sembrerebbe fantascienza allo stato puro. Eppure, ammesso e non concesso che il calciomercato abbia in sè qualcosa di razionale, considerate le circostanze forse lo è un po’ meno. Non è il luogo questo, nè il momento migliore per far retorica. Il nome in questione è quello di Luis Suarez. Il bomber uruguagio in forza al Barcellona ha annunciato la fine del ciclo in blaugrana, al netto anche dell’opera di svecchiamento e restaurazione che potrebbe portare lontano dalla Catalogna (a proposito di fantascienza) anche il signore col dieci sulle spalle, nonchè giocatore più rappresentativo della squadra allenata da Quique Setien.

Per i Lancieri, reduci da un’annata a dir poco al di sotto delle aspettative, con i preliminari dell’Europa che conta conquistati per il rotto delle cuffie, si tratterebbe di un clamoroso ritorno. Il Pistolero ha infatti militato nella squadra capitolina per ben quattro stagioni, dal 2007 al 2011. Un autentico trampolino di lancio per l’attaccante classe ’87, che ha vissuto da quel momento una carriera in crescendo, con picchi e punti culminanti che lo hanno portato ad essere uno dei centravanti più forti e decisivi dell’intero panorama mondiale.

IL TRASCORSO AD AMSTERDAM

Facciamo un salto nel passato per andare a ripercorrere i momenti più iconici e significativi del suo passato nella città dei girasoli. All’approdo di Suarez in biancorosso, l’allenatore dell’Ajax è è Henk ten Cate.

Suárez dice:

«Veniva dal Barcellona, aveva una filosofia che mi si addiceva. Mi sono sentito a mio agio, nelle prime gare, e poi parlava anche lo spagnolo».

Nella prima stagione con i “Lancieri” va a segno 19 volte in 37 partite di Eredivisie, praticamente un gol ogni due partite.

L’anno successivo sulla panchina c’è Marco Van Basten.

«Era molto rigido tatticamente, e non sempre mi sono sentito a mio agio nel suo sistema di gioco».

Suárez nutre qualche scetticismo non solo per il sistema di gioco, ma anche per la mentalità, la concezione e il metodo di Van Basten, il quale sosteneva che i calciatori dovessero essere uniti, fuori prima ancora che in campo: praticamente uniti sempre. Per questo organizzava pittoresche messinscene che agli occhi di uno come Suárez dovevano apparire bislacche. Una volta, racconta, Van Basten portò tutta la rosa in un laboratorio artistico: avrebbero dovuto dipingere insieme.

«L’unico risultato ottenuto», ricorda Suárez «è stato che eravamo tutti là a domandarci “Ma che ci facciamo, qua?”».

Martin Jol arriva all’Amsterdam Arena nel 2009/10; per Suárez è il quarto tecnico diverso in quattro stagioni in Olanda, e di certo è Jol quello a cui deve di più, perché a 23 anni lo nomina capitano della squadra.

«Non è che di colpo mi sono sentito superiore agli altri», racconta Luís ricordando il momento in cui gli è stata affidata la fascia. «Non avrei cambiato la mia maniera di parlare ai compagni solo perché portavo una fascia al braccio: ma di certo mi sono sentito più responsabilità sulle spalle».

Ora i destini della squadra dipendono molto, soprattutto, dai suoi. Sono convinzioni che crescono in maniera esplosiva, in individui egotici come lui.

L’Ajax di Jol ha infranto molti record in Eredivisie: era una squadra che segnava tanto, 106 gol in campionato, e subiva pochissimo, soltanto 20 reti, soltanto 4 in casa. Eppure è riuscita a perdere il campionato, preceduto dal Twente per un solo punto. Ma soprattutto era una squadra che produceva gioco. Che non si abbandonava mai all’idea più semplice, o istintiva, ma ragionava.

«Le mie radici uruguayane mi hanno insegnato che non ci si deve mai tirare indietro, in campo; l’educazione olandese mi ha insegnato invece che non si deve mai smettere di pensare.». «Gli olandesi non litigano mai quando parlano di pallone: discutono, argomentano. E se c’è qualcosa intorno alla quale gli piace discutere, argomentando, è la tattica».

Al termine della stagione Luís avrà segnato 49 gol in 48 partite giocate, una media mostruosa che però non gli sarà valsa più di una vittoria in Coppa d’Olanda, contro il Feyenoord, a Rotterdam.

A 13 anni dal suo arrivo nella capitale olandese, è lecito dirlo: Suarez deve al club biancorosso molto più di quanto egli stesso avrebbe potuto pronosticare con gli occhi di un acerbo ventenne, appena affacciatosi al panorama del calcio che conta. Un autentica culla il club di Amsterdam, che ha saputo formarlo come uomo e come calciatore, facendo sì che potesse spiccare il volo oltreoceano al Liverpool, e poi affermarsi come uno dei calciatori più forti al Barcellona.

Se dovesse farlo per questione di riconoscenza, allora non si tratterebbe più di mera suggestione.

COME ANDREBBE A INSERIRSI NELL’11 DEGLI OLANDESI

Parlare di inserimento, di tattica, di modulo con un giocatore del genere lascia il tempo che trova. Forse perchè Luisito, come lo chiamano dalle sue parti, è uno di quei nomi per cui vale la pena sacrificare qualcosa, cambiare scacchiere, adattare il modulo al numero nove anzichè fare in modo che sia lui a farlo. Anche perchè, tra l’altro, dal punto di vista dello schieramento, ammesso che a guidare il timone sia sempre l’intelligente Ten Haag, poco cambierebbe rispetto a Barcellona. L’uruguaiano si troverebbe ancora ad essere il centro di convergenza di un 4-3-3 prettamente offensivo, volto a sfruttare il lavoro delle ali e il loro dialoghi e fraseggi con la punta. Certo, non ci sarà più Ziyech, con le sue intuizioni autentico punto cardine della squadra biancorossa nelle ultime stagioni, nè con ogni probabilità il buon Van de Beek, ma nel sistema di gioco di Ten Haag, con Tadic e Promes (non due qualunque) a ruotargli attorno, Suarez troverebbe habitat naturale. Nell’Eredivise, dovesse ritrovare motivazioni e condizione evidentemente smarriti nell’ultimo periodo in Catalogna, ci sarebbe da stropicciarsi gli occhi. Per un giocatore che come pochissimi altri sa attaccare la profondità come lui, timbrare il cartellino sarebbe nient’altro che un gioco da ragazzi dinanzi alle non propriamente temibili retroguardie che il campionato olandese ha saputo sfoggiare. Insomma, si tratterebbe di un autentico dominio della classifica marcatori, fermo restando che il bomber sudamericano è negli anni cresciuto molto anche dal punto di vista del sacrificio e della partecipazione alla manovra.

(Fonte immagine di copertina: Profilo Twitter ufficiale di Suarez)