Sono passati appena quindici giorni dalla prematura scomparsa di Diego Maradona, pochi per metabolizzare un lutto del genere. Il destino sembra però essersi accanito contro l’Argentina. Martedì 8 dicembre è toccato ad un altro mostro sacro del calcio argentino e non: Alejandro Javier Sabella. “Il calcio è strano”, per dirla alla Caressa, e fatto di storie altrettanto strane che si intrecciano tra loro ponendo le radici nella storia di questo sport. Quello che lega Sabella e Maradona è un filo conduttore finissimo, quasi impercettibile, eppure è molto più importante di quanto si possa pensare. Pochi anni di differenza tra i due, stesso luogo di nascita, Buenos Aires, stesso numero di maglia e vicende in un certo senso dipendenti una dall’altra. I suoi problemi cardiaci non hanno sopportato la notizia della scomparsa del pibe de oro. Troppo il dolore per la morte di un amico, di colui che in un certo senso era stato artefice della sua fortuna e rovina.

UN DIEZ ECLISSATO

Tutto inizia a metà degli anni ’70, quando Sabella entra in pianta stabile nella rosa del River PlatePachorra, così lo chiamano per la sua eccessiva calma, è un ottimo giocatore, dall’estro e le abilità con il pallone non indifferenti. Però c’è qualcuno di più forte: si chiama Diego. Sta stupendo con la maglia dell’Argentinos Juniors e soprattutto lo farà con quella dei rivali del Boca, ma Sabella ormai è già lontano. Nel 78/79 infatti salpa alla volta dell’Europa, attratto dal calcio del vecchio continente. Dal Sudamerica al Sud dello Yorkshire: la destinazione è Sheffield. Sheffield United più precisamente, che al tempo milita in Championship.

Tre anni in Inghilterra, con una parentesi anche al Leeds, bastano: Pachorra torna in Argentina. Lo accoglie l’Estudiantes de la Plata nel 1981, proprio quando Maradona gioca negli xeneizes. Impossibile brillare vicino a un diamante. Sabella è un diez talentuoso nato nell’epoca sbagliata. Platini, Zico, Socratés, Maradona: è una generazione di numeri dieci straordinari. La sua è una carriera vissuta all’ombra dei giganti, dov’è praticamente impossibile emergere ed affermarsi. Nessun rancore però, del resto l’ha sempre detto che bisogna “aceptar cuando un jugador es mejor que otro“, e non c’è bisogno di traduzioni.

LA RIVINCITA IN PANCHINA

Il percorso da allenatore non sembra iniziare in contro tendenza rispetto a quello da giocatore. La sua figura è indissolubilmente legata a quella di Daniel Passarella. Dai primi anni ’90 al 2007 Sabella si accontenta del ruolo di vice allenatore dell’ex campione del mondo argentino. Addirittura nel 1998 siede sulla panchina della nazionale, sempre come vice. Non poteva neanche immaginare che 16 anni dopo le strade della Seleccion e di Pachorra si sarebbero rincontrate. Vivere lontano dai riflettori, una vita da pachorra appunto, è sempre stato il suo credo. Il 2009 però è l’anno della svolta. Sabella si mette in proprio come mister e lo fa dove ha messo le sue radici: La Plata. All’Estudiantes contro ogni aspettativa vince subito. In bacheca vanno la Copa Libertadores e il torneo di apertura della Primeira Division, poi la chiamata.

Fonte foto: Olé

Qui emerge di nuovo il filo conduttore che lega Sabella a Maradona. El pibe de oro, dopo aver conquistato la qualificazione per il rotto della cuffia, fallisce ai Mondiali 2010. Stessa sorte per Batista in Copa America un anno dopo. Ricostruire dal fallimento di Maradona è un compito arduo e, ironia della sorte, tocca proprio a lui. Sabella, lo stesso che 30 anni prima era stato offuscato proprio dal diez per eccellenza. È proprio vero che il calcio è strano. L’Argentina è reduce da anni di gestioni fallimentari. L’ultimo Mondiale vinto è quello del 1986, quando Sabella ancora calcava i campi sudamericani. È passato troppo tempo: bisogna vincere e in rosa c’è un certo Lionel Messi, uno di quelli che un torneo lo può vincere anche da solo.

LA CAVALCATA ALBICELESTE

Nel 2011, dopo l’ennesimo fallimento, Alejandro Sabella viene nominato ct dell’albiceleste. La presentazione è pienamente nel suo stile.

“Dobbiamo mettere il bene comune al di sopra dell’individuo”

Umile e pacato, ma diretto al punto. Il senso di appartenenza trasuda dalle parole del ct, prese in prestito all’ideatore della bandiera argentina Manuel Belgrano. Può sembrare una banalità, ma Sabella si trova al posto giusto nel momento giusto. L’Argentina ha bisogno di un leader e Pachorra è pronto per il riscatto personale. Tanti fattori in un miscuglio eterogeneo, così come la rosa. Da una parte fenomeni, dall’altra giocatori mediocri: farli coesistere è il compito più difficile di Sabella. Messi, Higuain, Di Maria, ma anche Romero, Perez e Garay. Il risultato è una squadra compatta, cattiva agonisticamente parlando e soprattutto fiera di portare la maglia dell’Argentina. Alle qualificazioni schianta Paraguay e Venezuela, perdendo solo con l’Uruguay. Anche le amichevoli premondiale sono un successo: sfilza di risultati utili e morale alto.

UN CAMMINO MONDIALE

Il primo errore arriva all’esordio della competizione. Contro la Bosnia presenta una difesa a cinque e le critiche non si fanno aspettare. La partita si mette in discesa al ‘3 per un autogol di Kolasinac, ma l’Argentina soffre fino all’ultimo per portare a casa il 2 a 1. Così non va. Si torna alle origini allora: difesa a quattro in un 4-4-2 con qualche variante. Il girone F è una formalità. L’Albiceleste passa agli ottavi e vince di misura contro la Svizzera e successivamente contro il Belgio di Hazard ai quarti.

In semifinale arriva l’ostacolo più duro: l’Olanda. Robben e compagni sono in gran forma, tanto da umiliare la Spagna campione in carica con un 5 a 1. Le incursioni del numero 11 oranje sono una spina nel fianco per Rojo. Il sinistro di Robben è sempre un problema non da poco per i difensori. Palacio si divora di testa un goal già fatto e Mascherano si inventa un salvataggio in scivolata (proprio su Robben) che salva il risultato. Alla lotteria dei rigori il protagonista è sicuramente l’uomo più inaspettato: Sergio Romero. Due parate decisive e Argentina in finale.

Il salvataggio di Mascherano (Fonte foto: goal.com)

Il resto della storia la sappiamo tutti. Nella sfida con la Germania un Messi fino a quel momento ispiratissimo non riesce ad essere decisivo. La partita è ferma sullo 0 a 0. Ai tempi supplementari Schurrle strappa sulla sinistra, mette in mezzo un cross morbido e Mario Gotze si inventa il goal vittoria. Solo una giocata fenomenale poteva fermare quella Nazionale, solo una magia poteva fermare Sabella. Terminata l’esperienza dopo la finale, Pachorra torna alla sua vita tranquilla, lasciando un ricordo indelebile negli occhi dell’Argentina. Sabella stava per vincere dove il più grande di sempre, almeno da quelle parti, aveva fallito. E quel filo conduttore li ha tenuti legati fino all’ultimo, e continuerà a farlo nell’Olimpo del calcio.

Fonte immagine in evidenza: goal.com